CAAI

Club Alpino Accademico Italiano
Lunedì, 09 Maggio 2016 21:40

 

Ripubblichiamo un interessante articolo del collega prof Carlo Alberto Pinelli che sintetizza alcune delle motivazioni profonde che stanno alla base della posizione del CAAI da sempre apertamente contraria all'utilizzo dell'elicottero a fini ludici in ambiente montano.

L'articolo è del 1996 e a distanza di venti anni conserva intatta la sua validità, ancorata a considerazioni che scendono nel profondo del rapporto anche motivazionale e psicologico dell'uomo con la natura.

La storica intransigente posizione del CAAI su questo snaturamento dell'ambiente e dell'esperienza alpinistica, ribadita ancora una volta recentemente dal Consiglio Generale dell'ottobre 2015, è tanto più importante oggi, in presenza di ulteriori filoni di proposte che vedono il mezzo aereo proposto per un sempre più ampio ventaglio di attività turistiche in montagna, non solo invernali: dall'elisky all'elibike ai pacchetti cena/pernottamento in rifugio con accesso in  elicottero!

 

 

VETTE SENZA ROTORI
Per una montagna libera dai rumori

Un pellerossa americano, che si chiamava Nuvola Blu, ci ha lasciato una poesia che dice:

"Vai intorno al monte, vai piano perché il monte è fragile e silenzioso, immaginati l'ampia valle sull'altro lato del monte... Traccia un cerchio di pensieri intorno al delicato, silenzioso monte e il monte si trasformerà in cristallo e tu vedrai la valle aperta attraverso il monte di cristallo e l'intera verità del monte e della valle sarà tua. Vai intorno al monte, vai cauto, ed entra piano nella valle colma di pace, là dove batte il cuore del monte di cristallo."

Credo che poche cose, meglio di questi versi, possano rivelarci il "senso" dell'esperienza alpinistica e sci-alpinistica. Al loro immediato fascino affido dunque il compito di introdurre la mia relazione.

Il problema dei limiti della liceità dell'uso dell'elicottero per facilitare attività turistico-sportive (o presunte tali) in montagna, come l'eliski o l'eli-mountain bike estiva, per essere compreso nei suoi termini reali, senza rischi di fraintendimenti, va collocato in un contesto più generale; un contesto che attiene ad ogni rapporto tra l'uomo civilizzato e l'ambiente naturale.

Solo così sarà possibile affrontare il tema particolare, di cui ci vogliamo occupare oggi, in modo lucido e diretto, senza correre il rischio di restare intrappolati entro valutazioni dettate da una emotività epidermica, non sostenute da un solido quadro di riferimento culturale. E' importante, mi pare, non lasciare libero il campo ai vociferanti partigiani di quella retorica demagogica che - per motivi non sempre molto nobili - va predicando a destra e a manca la necessità di portare "le montagne al livello di tutti", e accusa chi osa pensarla diversamente di intolleranza fondamentalista, di elitarismo e di altre analoghe baggianate.

Io credo che la nostra riflessione odierna debba iniziare chiedendosi che cosa sono le Alpi, cosa rappresentano, cosa possono rappresentare e quale potrebbe essere il loro destino. Mi si dirà: tutti sanno cosa sono le Alpi! Io però non ne sono poi tanto sicuro. Ho il sospetto che la maggioranza dei nostri concittadini immagini le Alpi sulla falsariga di un cliché di maniera, che è stato loro proposto ed imposto dalla cosiddetta industria del tempo libero, per interessi che spesso, per usare un cortese eufemismo, non coincidono con il vero interesse della collettività. Si tratta di quell'industria del tempo libero la quale, per inciso, è riuscita a farci credere che il turismo di massa debba andare, per sua intrinseca e immutabile natura, sempre e comunque nella direzione della volgarità e della banalizzazione; quasi che il turista medio fosse una specie di re Mida al contrario, capace solo di trasformare in metallo vile tutto ciò che gli capita a tiro. Insomma, si finge di credere - perchè fa comodo - che la maggioranza dei nostri simili non sia in grado, per qualche misterioso danno genetico, di apprezzare qualcosa di meglio e di più significativo di quanto normalmente gli viene ammannito, qualora quel qualcosa gli sia proposto in forme culturalmente accessibili. Se questa convinzione fosse frutto di buona fede, si tratterebbe senza ombra di dubbio di un bel caso di razzismo! Ma, come sappiamo, in buona fede non è. Dietro c'è ben altro.

elisky 1 da at pro.it monte rosa freeride

 

da at-pro.it monte-rosa-freeride

 

 

 

 

 

 

 

Sono queste alcune delle ragioni per colpa delle quali le Alpi vengono intese dal pubblico solo come un grande e pittoresco fondale, di fronte al quale si praticano attività ludiche che con la montagna hanno ben poco a che fare. Infatti è un po' difficile accontentarsi di definire la montagna come un luogo in cui d'estate fa fresco e dove, d'inverno, si può scivolare su pendii coperti di neve. Però l'immagine condivisa - ahimè - è quella: una specie di salubre (ma periferico) parco dei divertimenti, che non richiede a chi lo frequenta nessuno sforzo di comprensione e adattamento, ma solo - diciamo così - l'esborso del prezzo del biglietto d'ingresso. Noi sappiamo invece che le Alpi meritano qualcosa di più. Anzi, molto di più. Siamo certi che possono rappresentare una scoperta importante se le si avvicina nel modo giusto. Le Alpi restano per tutti noi una grande occasione. Il guaio è che quella occasione la stiamo sprecando. E la colpa è un po' di tutti.

Poste quasi al centro dell'Europa, a poca distanza da enormi metropoli e da vaste pianure densamente antropizzate, le Alpi rimangono ancora, in buona parte, una estesa e preziosa oasi di natura intatta, dove chi ne sente il bisogno ha modo di scoprire quanto possa essere fondamentale per la propria psiche, per il proprio equilibrio interiore, per la propria crescita spirituale, per l'espressione della propria intrinseca creatività, l'incontro non adulterato e non filtrato con gli elementi naturali; con i grandi spazi selvaggi, con i loro silenzi, con la solitudine. Tutti siamo convinti che questo bisogno di riscoprire in noi le parole per articolare un dialogo intenso e "connivente" con la natura "naturale", è particolarmente sentito dall'uomo di oggi, proprio come antidoto alla complessità stressogena e all'artificiosità dilagante dell'esistenza quotidiana. E' un bisogno reale e profondo, che tuttavia la maggioranza dei nostri simili non è in grado di decodificare e di indirizzare verso esiti efficaci. Mancano spesso gli strumenti culturali di base per liberarsi dai mille condizionamenti subìti; e per mettere in forse il presunto dovere di "sapersi accontentare" del minimo, purché quel minimo sia ottenuto senza sforzo e senza impegno; quasi che la pigrizia mentale (e fisica) potesse venir elevata al rango di un dogma cardine del corretto vivere civile. Di conseguenza, nella pratica, le soluzioni adottate finiscono col confluire in direzioni antitetiche ai presupposti di quel confuso ma reale bisogno e, anziché costituire una risposta valida, lo soffocano "in fasce". L'ho già detto e voglio ripeterlo, anche se si tratta di una ovvietà: è la grande macchina dell'industria turistica tradizionale che sradica dal loro humus naturale le radici vitali di quel bisogno, le omologa forzatamente alle esigenze del mercato, le smista su binari tanto redditizi quanto privi di significato e in definitiva mistificatori.

Al visitatore comune, genericamente desideroso di conoscere la montagna e, tutto sommato, aperto a ricevere qualsiasi risposta, viene costantemente fatto credere che il pacchetto di emozioni estetiche epidermiche e di banali divertimenti offerto dai dépliants pubblicitari rappresenti per lui l'unica opzione possibile o, se vogliamo, l'unica perseguibile da persone con la testa sul collo. E' triste constatare quanto sia facile convincere chi è stato sempre prigioniero dentro una comoda gabbietta, che la scelta a sua disposizione sia unicamente quella di decidere in quale altra gabbia trascorrere le ferie; come se fuori dalle sbarre fosse non solo pericoloso, ma anche disdicevole spingersi. Questa constatazione però non deve orientarci verso il pessimismo e la rassegnazione. Abbiamo il dovere morale di ripeterlo fino alla noia: l'uomo non è un astronauta atterrato per caso su un pianeta ostile; e non ha bisogno, per sopravvivere, di uno scafandro che costantemente lo protegga e lo isoli da un vero contatto con quanto lo circonda. Ciascuno di noi potrà essere totalmente se stesso se saprà integrare armonicamente la sfera del proprio mondo culturale e sociale con la periodica e liberatoria immersione in quel liquido amniotico che è la natura incontaminata.

da greenitalia.com

elisky 2 da greenitalia.org

Dico natura incontaminata e non paesaggio o tanto meno panorama; perchè qui non si tratta di guardare qualcosa di bello e di insolito dall'esterno, per pura curiosità, senza una partecipazione diretta, comodamente seduti in poltrona, come davanti a un gigantesco schermo televisivo. Immergersi nella natura significa entrare nello schermo. Significa scavalcare ogni guard-rail psicologico e fisico; significa liberarsi da molte di quelle protesi falsamente protettive di cui la società in cui operiamo ci circonda con effetti sterilizzanti.

In questo senso le montagne in generale e le Alpi in particolare potrebbero assumere un ruolo da protagonista; un ruolo che va molto al di là della pura e semplice dimensione ludica e igienica attualmente dominante. Le Alpi potrebbero proporsi consapevolmente come un luogo d'elezione in cui l'uomo della pianura può recarsi periodicamente non solo e non tanto per "ritemprare il fisico", ma soprattutto per ritrovare una parte dimenticata o atrofizzata di se stesso, attraverso il contatto diretto con un ambiente naturale a volte anche duro e difficile, sempre non addomesticato e proprio per questo capace di provocare in noi una salutare reazione "majeutica".

I temi ai quali ho accennato fin'ora sembrano escludere i montanari, la loro cultura e i loro legittimi interessi. Non è così. Non credo che le comunità delle nostre valli alpine subirebbero seri contraccolpi economici il giorno in cui scegliessero di elaborare una offerta turistica non più totalmente appiattita su una domanda che non vuole o non sa liberarsi autonomamente dal guscio delle convenzioni urbane e ossessivamente le ripropone in ogni contesto. Ho detto: non dovrebbero subire contraccolpi economici; ciò può essere vero, ma a un patto. Il patto è che il progetto deve venire largamente condiviso e non restare la proposta isolata, meritoria ma comunque velleitaria di questa o quella vallata, di questo o quel comune 'illuminato'. E' evidente: è necessaria una vasta convergenza per giungere ad elaborare un "progetto Alpi" coraggioso e globale, in grado di andare al dilà delle asfittiche convenienze localistiche, sia in senso sincronico che diacronico, cioè nello spazio e nel tempo. Penso ad un progetto articolato (la Convenzione delle Alpi potrebbe rappresentare un primo passo) in cui ci sia spazio per vari tipi e livelli di fruizione dell'ambiente e delle sue risorse, all'interno però di inequivocabili priorità. Quelle priorità dovrebbero certissimamente tener presenti i problemi di sviluppo economico delle comunità valligiane, ma non dovrebbero limitarsi solo a quelli. Ormai sappiamo tutti che una economia priva di una spina dorsale etica è destinata fatalmente a scivolare in una spirale di barbarie e a collassare infine su se stessa.

Il primo passo da compiere è quello di giungere ad una definizione (o identificazione) delle vocazioni primarie della montagna e, subito dopo, dei modelli di sviluppo compatibili con quelle vocazioni.

Sono perfettamente consapevole che nel concetto di "vocazione", quando esso viene applicato ad un ambiente naturale fruibile dall'uomo, si insinuano ampi margini di soggettività e discrezionalità. L'uomo da sempre ha in qualche misura manipolato la vocazione primaria della natura in cui si sia mosso; di conseguenza quando qui parliamo di vocazione non possiamo non attribuire al termine un valore e un limite storici. Il che vuol dire modulabili nel tempo. Vocazione significa né più né meno quello che una vasta comunità - o la parte maggiormente consapevole di essa - in un determinato momento storico si attende da un ambiente naturale, nel rispetto dei suoi equilibri ecologici. Proprio la conquista di questo rispetto fa sì che il termine vocazione, pur mantenendo un valore non metastorico, non possa considerarsi arbitrario. Si tratta semmai di una nuova e più consapevole frontiera del rapporto uomo-natura che le avanguardie culturali non impongono, ovviamente, con la forza alla maggioranza, ma propongono alla sua attenzione, avvalendosi degli strumenti della ragione e della pacifica provocazione della testimonianza. Proprio quello che stiamo facendo qui, ora.

In teoria, a livello mondiale, tutti ormai si dicono convinti della necessità di imboccare al più presto la via di uno sviluppo sostenibile. Tuttavia, come è stato fatto autorevolmente notare da più parti, il termine usato si presta a interpretazioni ambigue e contraddittorie. Se intendiamo sviluppo come sinonimo di crescita in qualche modo quantitativa, cioè come costante, seppur rallentato, accumulo e spreco, questo sviluppo non può per sua natura essere considerato sostenibile nel lungo periodo. Serve solo a rallentare una inesorabile marcia verso il baratro finale. Infatti in un pianeta finito è impensabile una crescita infinita, a qualunque passo essa vada. Di conseguenza il termine va inteso e applicato come uno sviluppo non collegato a un progressivo aumento dei beni materiali, ma orientato verso un miglioramento della qualità globale della vita: un processo che fa leva soprattutto sul godimento di beni immateriali (maggiore tempo libero, maggiore informazione e cultura, migliori condizioni sanitarie e ambientali, ricorso a una società stazionaria e socievole, ecc.). Non c'è probabilmente bisogno di sottolineare quanto decisivo potrebbe rivelarsi il ruolo della montagna in questo grandioso processo di rimodellamento di quelle che gli esseri umani sono stati abituati fino ad oggi a considerare come aspirazioni irrinunciabili. Tuttavia io credo che tale ruolo potrebbe - o potrà - essere assolto solo se, nel mondo della montagna, il termine 'sostenibile' verrà ulteriormente precisato con l'aggiunta della parola 'compatibile'. Cioè lo sviluppo non basta che sia sostenibile in termini di utilizzo energetico, ma deve essere anche compatibile cA questo punto mi sento già cadere tra capo e collo l'affermazione banale ma purtroppo molto diffusa, la quale dice: "Il progresso non si può fermare. Non è pensabile tornare alla candela!" Tornare alla candela? È fin troppo ovvio che l'assunzione consapevole di uno sviluppo realmente sostenibile ha proprio lo scopo di evitare un ritorno forzato alla candela; e di tornarci per colpa dello spreco sconsiderato delle altre fonti di energia non rinnovabili. Io vorrei aggiungere però che, metaforicamente, il vero problema non riguarda tanto il tipo di illuminazione che desideriamo avere; riguarda piuttosto cosa intendiamo farci, con quella luce. Sono convinto che tutti saremmo piu ricchi (nel senso autentico del termine e non in un senso puramente bancario) se imparassimo a leggere e a meditare i testi di Manzoni, di Leopardi, di Tolstoj, al lume di una candela, di quanto lo saremmo se ci limitassimo a leggiucchiare un fumetto di Dylan Dog o un catalogo del Postal Market aiutati da una potente lampada da 150 watt. Vorrei concludere la metafora dicendo che a volte una luce troppo forte può anche abbagliarci, impedendoci qualsiasi tipo di lettura.

Cosa attenta oggi alle vocazioni della montagna? O, se preferiamo, cosa limita la possibilità della montagna di proporsi credibilmente come un modello in larga misura alternativo e contro-corrente? Cosa le vieta di assumere un ruolo di protagonista per lo sviluppo di una cultura in grado di riconoscere il valore determinante di un corretto rapporto tra gli esseri umani e la natura, per la crescita armonica della personalità di ciascuno?

Certamente va indicata come una delle maggiori responsabili la colonizzazione spregiudicata delle vallate alpine compiuta in passato, e ancora di recente, dai grandi interessi economici concentrati in pianura. Una colonizzazione che la maggioranza dei valligiani ha accettato addirittura con gratitudine, contenta di poter raccogliere le briciole del lauto pasto altrui; solo di recente si è fatta strada tra le popolazioni locali quella che gli antropologi chiamano "la nostalgia per il prezzo che si è dovuto pagare"; che poi altro non è se non il dubbio sulla effettiva necessità di pagare un prezzo così alto (in termini di disgregazione del tessuto sociale, di svendita delle proprie tradizioni, di degradazione del territorio) per raggiungere le sospirate spiagge del benessere. Di fronte alle autorevoli e pressanti proposte provenienti dall'esterno, la montagna italiana ha accettato di giocare un ruolo marginale e passivo, premurosa di soddisfare qualsiasi richiesta; e del tutto incapace di formulare autonomamente un suo progetto globale, allo scopo di orientare e incanalare la domanda, invece di subirla. Ne è derivato, in molte valli, uno spropositato boom edilizio e un eccessivo affollamento di ospiti e visitatori stagionali, tutti concentrati in pochi mesi dell'anno. Una situazione che ha provocato enormi problemi di sistemazione logistica, di viabilità, di servizi pubblici aggiuntivi, di confusione, di inquinamento materiale e psicologico. Al punto che da più parti si è cominciato a pensare di ricorrere al numero chiuso o a qualcosa di simile, per salvare almeno alcune di quelle qualità di base che rendono la montagna appetibile al pubblico, anche quello meno esigente. Se non si corre ai ripari il futuro potrebbe riservare un generalizzato collasso delle presenze. Si sarebbe certo potuto evitare (e si può ancora evitare) questo tipo di sgradevoli provvedimenti estremi, ricorrendo su vasta scala ad una intelligente opera di rinaturalizzazione degli accessi. E' utopistico pensare di poter tenere le folle lontane da ambienti che hanno limitate capacità di carico, quando in precedenza si è fatto di tutto per renderne agevole l'avvicinamento, sia materialmente, sia psicologicamente. Aggiungo "psicologicamente" perché il danno di cui stiamo parlando non è causato solo da strade di penetrazione, funivie, rifugi realmente esistenti sul territorio; ma anche da una diffusa pubblicità che suggerisce ai potenziali fruitori l'idea che per accedere alla montagna sia addirittura ovvio usare mezzi meccanici di un tipo o di un altro, invece di affidarsi al mezzo più democratico che esista: le proprie gambe. Questa mentalità tende a rafforzare un tipo di domanda altamente negativa per l'integrità dell'ambiente anche nei fondovalle. Qualunque sia il comportamento di ogni singolo visitatore, quando il numero dei presenti va oltre una certa soglia, il loro stesso "essere lì" assume un carattere obiettivamente destabilizzante. E allora? Allora - lo ripeto - bisogna avere il coraggio e la lungimiranza di rinaturalizzare gli accessi e di eliminare le indebite facilitazioni alla permanenza in quota; chiudendo molte strade carrozzabili, evitando di costruire nuovi impianti o di ampliare la portata di quelli esistenti, scoraggiando la trasformazione dei rifugi da spartani punti d'appoggio in alberghetti, e in generale evitando di dare spazio nel materiale di propaganda a simili manufatti. Strade di quota, impianti, rifugi possono essere una necessità, non un motivo di identificazione e d'orgoglio. Non basta. Dobbiamo avere il coraggio di suggerire alle autorità locali l'opportunità di ridurre al minimo la segnaletica dei sentieri e di mettere allo studio lo smantellamento di molte vie ferrate e di molti bivacchi fissi. Infine - ci siamo finalmente arrivati - dobbiamo chiedere che a livello nazionale si segua l'ottimo esempio delle provincie autonome di Trento e di Bolzano, le quali hanno saputo vietare del tutto l'uso dell'elicottero per voli e depositi turistici in montagna.

Dei danni ecologici e psicologici causati dalla pratica diffusa e sregolata dell'eliski parlerà dopo di me Sandro Gogna, mentre Adriana Giuliobello illustrerà le caratteristiche di un disegno di legge nazionale con cui si intende regolamentare l'intera materia.

Io qui, a conclusione del mio intervento, vorrei proporre alla riflessione dei presenti alcune considerazioni aggiuntive, che possono aiutarci in seguito a sviluppare il dibattito.

Sull'arco alpino ci sono oltre 12.000 impianti di risalita meccanici che servono migliaia di chilometri di piste battute. Dunque mi sembra che i diritti di coloro che desiderano salire in alto senza fatica siano più che abbondantemente tutelati. Esiste però una minoranza - del resto abbastanza numerosa - che invece intende e pratica lo sci come mezzo per entrare veramente nel cuore della montagna invernale e per la quale la salita con le pelli di foca ha la stessa importanza (o un'importanza maggiore) della discesa finale su neve vergine. Non molti sulle Alpi sono gli ambienti in cui è ancora possibile praticare in santa pace questa attività, godendo del silenzio, della solitudine, dell'atmosfera così speciale dei grandi spazi deserti. L'eliski viola anche questi ultimi rifugi e perpetra una obiettiva e ingiustificata violenza nei confronti di chi ha scelto quest'altro approccio alla montagna; un approccio discreto e rispettoso. Mi auguro che non ci sia qui qualcuno così ingenuo, così rozzo o così in malafede da obiettare a questo punto: "nessuno vieta a chi vuole salire a piedi di farlo; perché invece prendersela con quanti preferiscono raggiungere la vetta senza dispendio di energie, pagandosi un passaggio in elicottero? Guardiamoci in faccia: noi sappiamo tutti che il raggiungimento, con i propri mezzi fisici, di una cima possiede un fortissimo significato simbolico. Non si tratta solo di un esercizio atletico, che potrebbe essere compiuto, con la stessa utilità, anche in presenza di altri sciatori provenienti direttamente dall'alto. Lo scialpinismo, come l'alpinismo e l'escursionismo, è un'attività complessa che coinvolge, oltre ai muscoli e ai polmoni, molte zone e molte molle motivazionali della psiche. Per impedire a qualcuno di raggiungere una meta non è necessario vietargli materialmente di partire; basta rompere quella molla segreta che lo spingerebbe a farlo.

Io non sto parlando qui, evidentemente, di una supposta sacralità oggettiva della montagna che la pratica dell'eliski offenderebbe come una sorta di bestemmia. Non credo a questo tipo di argomenti. Considero invece degne del massimo rispetto - e dunque in un certo senso immanente, "sacre" - le motivazioni di chi si avvicina alla montagna a cuore aperto e con un desiderio di totale coinvolgimento. Anche se si tratta di una minoranza, a quella minoranza riconosco diritti che la maggioranza ha il dovere di non calpestare.

Ma che ne è - mi si potrebbe obiettare - dei diritti dei facoltosi signori che utilizzano l'eliski? Per rispondere, faccio un esempio. Io posso benissimo essere totalmente ateo, ma non acconsentirei mai che una chiesa venisse trasformata in una discoteca, anche se a frequentare la chiesa fosse rimasto ormai solo uno sparuto gruppo di fedeli. Infatti, la tensione etica di quei fedeli e il significato che essi attribuiscono al luogo sacro non possono essere messi, per decenza elementare, sullo stesso piano del vacuo divertimento notturno dei frequentatori della discoteca, per quanto numerosi essi possano essere. Lo stesso vale per la montagna.

Certo, un grande santo o un grande asceta possono raggiungere l'illuminazione suprema anche meditando ai bordi di una chiassosa pista da ballo o all'interno di un supermercato. Però, guarda il caso, in tutte le religioni, romitori e monasteri sono sorti in luoghi silenziosi e appartati, immersi in una natura incontaminata.

Riconoscere i diritti di chi cerca, attraverso un'azione libera e gratuita, un contatto più coinvolgente e autentico con la natura, significa fare un passo in direzione della tolleranza e del rispetto. Ma vuol dire anche cominciare ad aprirsi alla comprensione delle più significative vocazioni della montagna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

Giovedì, 05 Maggio 2016 21:46

 

Si è svolto a Trento il 4 maggio il tradizionale incontro di primavera del Sottogruppo Trentino Alto-Adige/Sudtirolo, come sempre ben organizzato dal coordinatore del Sottogruppo Edoardo Covi.

 

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Oltre venti soci hanno festeggiato i quattro nuovi ammessi che hanno aderito al Sottogruppo: Claudio Sarti, Sandro Depaoli, Franco Sartori, Toni Zanetti.

Prima della cena si è sviluppata la discussione ed il confronto sui vari punti all’ordine del giorno, sui quali si sono registrati gli interventi appassionati di numerosi soci.

 

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Mercoledì, 27 Aprile 2016 22:50

Invitiamo gli interessati all'argomento LIBERTA' IN MONTAGNA a collegarsi al sito

www.osservatorioliberta.it

per seguire gli aggiornamenti

Martedì, 26 Aprile 2016 01:28

Sono stati pubblicati sul sito del Club Alpino Accademico Italiano gli annuari 2005, 2006, 2007-08, 2009, 2010 e 2011

Martedì, 26 Aprile 2016 00:45

Annuario del CAAI del 2011.

Martedì, 26 Aprile 2016 00:43

Annuario del CAAI del 2010.

Martedì, 26 Aprile 2016 00:41

Annuario del CAAI del 2009.

Martedì, 26 Aprile 2016 00:39

Annuario del CAAI del 2007-08.

Martedì, 26 Aprile 2016 00:30

Annuario del CAAI del 2006.

Martedì, 26 Aprile 2016 00:26

Annuario del CAAI del 2005.

Giovedì, 21 Aprile 2016 22:15

 

 

  CONSIDERAZIONI SULL'UTILIZZO DELL'OSSIGENO NELLA PRATICA ALPINISTICA
     
     Contrariamente a quanto da molti sostenuto, ritengo che l’utilizzo dell’ossigeno nella pratica dell’alpinismo non possa definirsi “doping” per due ordini di motivi.
     Primo, perché doping nel linguaggio comune fa riferimento ad una attività sportiva agonistica o comunque strettamente prestazionale che è (o dovrebbe essere) del tutto estranea al mondo dell’alpinismo. E se non lo fosse, a mio avviso saremmo in presenza di un’attività sportiva che comunque con l’alpinismo ha ben poco a che vedere.
     Secondo, perché il doping agisce rafforzando e amplificando artificialmente le facoltà mentali e/o fisiche dell’atleta, in modo tale da consentirgli di esprimere risultati altrimenti impossibili, mentre  l’utilizzo dell’ossigeno, al di là di perseguire lo stesso risultato finale, non opera un innalzamento artificioso delle facoltà dell’individuo ma opera uno scardinamento di alcune delle fondamentali regole naturali che governano il pianeta, abbassando artificiosamente la quota delle montagne.
     Considerando che il fattore quota è sempre uno degli elementi che contribuiscono a definire i parametri di difficoltà ed impegno di una salita, e quindi dell’intima soddisfazione ed appagamento che ne derivano,    è evidente che riducendo questa componente viene ad essere stravolto il senso complessivo ed unico dell’esperienza che si va a vivere.
     Non si può parlare quindi di doping. Ma di truffa, sì.
     Truffa nei confronti della storia dell’alpinismo, che si cerca di forzare nelle sue tappe evolutive naturali, e truffa anche nei confronti di sé stessi, originando un insanabile dissidio tra l’essere e il voler essere.
     E ci limitiamo a quanto sopra, dando per scontato che tutti onestamente dichiarino le caratteristiche ed il perimetro sull’impresa effettuata, perché diversamente entreremmo nel campo del dolo.
     E’ pur vero, si potrà obiettare, che l’utilizzo dell’ossigeno affonda le sue radici già nei primordi dell’esperienza alpinistica alle quote superiori. Nelle prime spedizioni strutturate e significative all’Everest, quasi un secolo fa, la pratica era accettata, ma, si badi bene, come una presunta necessità, ritenendosi, per mancanza di sperimentazione, che alle quote massime la sopravvivenza dell’uomo non fosse altrimenti possibile.
     Già allora, tuttavia, nonostante questa convinzione, i protagonisti più sensibili intuivano che l’uomo poteva e doveva fare di più per rapportarsi anche all’alpinismo di quota “by fair means”, così come si era fatto, tranne qualche eccezione, nella conquista delle vette alpine.
     Noel Odell, riferendosi al tentativo Mallory, che seguì dall’ultimo campo, a proposito dell’uso dell’ossigeno scriveva:” Credo che la sua importanza  sia stata esagerata e un alpinista, purché sappia acclimatarsi (…) può benissimo farne a meno (...) anzi l’uso abbondante dell’ossigeno è fonte di pericolo, perché impedisce l’acclimatamento (…) ho la ferma convinzione che sia possibile scalare l’Everest e arrivare in vetta senza l’ausilio dell’ossigeno”. E siamo nel 1924.
     Riconosciuta la storicità dell’utilizzo dell’ossigeno, potrebbe apparire contradditorio auspicarne finalmente l’abbandono totale e senza compromessi.
     Ma così non è.
     La storia dell’alpinismo, nelle sue varie epoche e nelle sue varie espressioni, ci insegna che gli elementi che più allontanano la pratica alpinistica da un rapporto diretto e naturale dell’uomo con la montagna      sono destinati ad essere riassorbiti, anche se purtroppo l’andamento ciclico di queste situazioni crea inevitabili tensioni e contraddizioni.
     La crescente sensibilizzazione sul fenomeno genera perlomeno interrogativi di massa e di conseguenza un minor apprezzamento generalizzato per il fenomeno, il che porterà con ogni probabilità ad un calo progressivo della domanda e quindi dell’offerta, soprattutto da parte degli organizzatori delle spedizioni commerciali.
     Ad oggi comunque, al di là delle considerazioni già accennate in merito al rispetto per la naturale evoluzione della storia e per il significato etico del rapporto del singolo con la montagna, occorre anche prendere  atto dell’aspetto legato all’inquinamento che la pratica produce, sia quanto a garbage sia quanto semplicemente a sovraccarico ambientale.
     L’alpinismo “di massa”, al pari dell’arrampicata “di massa”, produce impatti significativi, spesso inopportuni e irreversibili, sull’ambiente naturale ed è evidente che in questo senso l’utilizzo dell’ossigeno    incrementa una frequentazione abnorme, rispetto alle caratteristiche ambientali specifiche, e di conseguenza non di rado poco consapevole.
     Ne derivano insistenza di sovraccarico in aree limitate e ben definite, con conseguente inquinamento ambientale in senso stretto.
     Ma preoccupa anche il correlato inquinamento culturale, in grado di danneggiare l’immagine dell’alpinismo come vorremmo che fosse.
     E questo vale non solo per l’ossigeno ma anche per i portatori. E i due discorsi si intrecciano.
     Per me sono problemi innanzitutto di carattere etico e storico, per altri  magari di valore prestazionale.
     Detto questo, a condizione che venga rispettato l’ambiente e gli altri, ognuno è libero di concepire e praticare un alpinismo diverso.
     Ma con onestà e consapevolezza del valore del proprio agire.

                                                                                                                                                              ALBERTO RAMPINI

 

 

Si riportano di seguito, per gentile concessione dal sito MW, i pareri di Carlo Alberto Pinelli, socio CAAI e Presidente di Mountain Wilderness Italia, di Renato Moro, già Presidente della Commissione per le spedizioni extaeuropee dell'UIAA, e delle guide alpine ed esperti himalaysti Maurizio Giordani e Paulo Grober.


Si tratta di un argomento di carattere apparentemente solo alpinistico, sia a motivo delle ricadute ambientali che i comportamenti di cui si discute hanno avuto e continuano ad avere sull’integrità degli ambienti himalayani, sia perché sin dall’inizio la nostra associazione ha compreso e interiorizzato i legami che uniscono in una complessa rete di rapporti espliciti o sotterranei la tutela “ecologica” e paesaggistica dell’ambiente montano alla qualità delle esperienze esistenziali che in quei luoghi “alti e incontaminati” possono essere sperimentate. Proprio da tali relazioni deriva il peculiare carattere “umanistico” che contraddistingue Mountain Wilderness. Gli interrogativi sulla liceità dell’uso delle bombole d’ossigeno in alta quota si sono riaffacciati alla ribalta e pretendono ormai spiegazioni non reticenti, sull’onda di quanto sta accadendo lungo la via normale alla vetta dell’Everest, degradata a penoso trampolino per l’affermazione di ambizioni personali che ben poco hanno in comune con i valori e le competenze del vero alpinismo. Personalmente sono convinto da sempre che l’utilizzazione dell’ossigeno equivalga a una droga dopante, anche se solo in senso lato. Con buona pace di Hillary e Tenzing (di fronte ai quali comunque mi levo il cappello) reputo che i primi autentici salitori dell’Everest siano stati coloro che ne hanno saputo raggiungere la vetta lottando lealmente contro l’ipossia. Il dibattito che Mountain Wilderness intende rilanciare non dovrebbe tuttavia restringersi entro confini accademici, ma sfociare in qualche proposta concreta, in grado di costringere i club alpini, l’UIAA che li riassume, i governi delle nazioni himalayane a prendere le distanze da una pratica così ambigua e sleale. Utopia? Chi può dirlo senza averci provato? Forse oggi i tempi sono maturi per proporre un simile salto di qualità. Il primo provvedimento che dovrebbe essere preso (e ne parla Renato Moro) in fondo non è troppo difficile: la compilazione di un elenco con due categorie di “vincitori”: quelli che sono saliti con le bombole e quelli che ci sono riusciti senza usarle. Basterebbe l’esistenza di un simile doppio binario e la sua capillare diffusione a far abbassare la cresta alle centinaia di vanitosi sprovveduti che si affannano a salire in fila indiana, come un esercito di processionarie, lungo il rosario di corde fisse piazzate dalla base della montagna alla vetta da legioni di sherpa.

Carlo Alberto Pinelli


  • Parere di Renato Moro, già presidente della Commissione per le spedizioni extra-europee dell’Unione Internazionale delle Associazioni di Alpinismo (UIAA). In merito al problema dell’uso dell’ossigeno in alta quota riassumo quanto è stato fatto (o meglio, non fatto) dalla Commissione Spedizioni extra-europee dell’UIAA quando ne ero Presidente. Avevo proposto di formare un ristretto gruppo di esperti che dopo aver analizzato il problema nei suoi aspetti giuridici, etici, sportivi  elaborasse un documento da sottoporre al consiglio centrale dell’UIAA. Contemporaneamente avevo analizzato il lato medico-sportivo con alcune federazioni e i giudizi in merito erano chiari. L'ossigeno è doping. Con mio disappunto la proposta venne bocciata con voto contrario anche della commissione medica dell’UIAA. In seguito proposi di istituire un elenco speciale di ascensioni agli ottomila realizzate con certezza senza l’utilizzazione delle bombole in qualsiasi fase della scalata. Mi sembrava logico fare due classifiche delle ascensioni “con e senza”, dando alle seconde il giusto valore. Tale metodo avrebbe dovuto essere adottato anche nel conferimento di contributi o onorificenze. Non ho vinto neanche su questo fronte. Da ciò è derivata la mia decisione di dimettermi dalla Commissione, la quale in seguito è stata soppressa. Come si vede una nuova iniziativa non riuscirebbe a cavare un ragno dal buco, perché troppo forti sono le pressioni sui decisori dell’UIAA della agenzie che organizzano spedizioni commerciali; dietro alle quali ci sono gli stessi governi delle nazioni himalayane, le lobbies dei portatori d’alta quota e la pressione di tanti alpinisti che desiderano aggiungere ai loro palmares anche l’Everest o il K2, ma non sarebbero in grado di scalare quelle vette prestigiose senza l’aiuto dopante dell’ossigeno. E' un mondo che non mi appartiene più. Forse sono vecchio. Di certo sono disilluso.
  • Parere di Maurizio Giordani, guida alpina, alpinista himalayano, garante di Mountain Wilderness International. Per etica e coerenza sono stato sempre contrario all'uso dell'ossigeno in quota e mai l'ho portato nelle mie spedizioni (piuttosto non salgo e torno indietro) ma credo, dato che il 90% di chi sale in alto lo usa... sia abbastanza problematico il suo bando...
  • Parere di Paulo Grobel, guida alpina francese, famoso organizzatore di spedizioni e trekking, garante internazionale di Mountain Wilderness. Aprire un dibattito sull'utilizzo dell'ossigeno in Himalaya? Semplicemente, a mio avviso, non c'è motivo di rivangare un simile argomento. La cosa infatti è assodata: le bombole d’ossigeno sono una droga dopante. Cioè un indebito elemento esterno che aumenta le prestazioni in quota. Punto e basta. Purtroppo la grande maggioranza degli alpinisti che affronta l'Everest continua a utilizzare l'ossigeno; e oggi questa pratica si sta diffondendo anche sui "piccoli" 8000. Per quale ragione un "desiderio di Everest" dovrebbe giustificare l'uso di qualsiasi mezzo per raggiungere la meta? Allora, a questo punto, paradossalmente, perché non utilizzare l’elicottero per evitare i rischi della prima seraccata, sopra il  campo base del versante nepalese? Che cosa spinge gli alpinisti, desiderosi di confrontarsi con le più alte vette della terra, a rifiutare di vivere pienamente ciò che costituisce la specificità della grande altitudine e il suo principale interesse: l'ipossia e i suoi pericoli? Certamente è lecito porci delle domande sul significato reale e sulla reale nobiltà delle realizzazioni di questi veri o presunti alpinisti. Ma alla fine dei conti quelli sono fatti loro. Che facciano e dicano dunque quello che vogliono, da Mazeau a Jourjon. Del resto l'uso dell'ossigeno non è che la parte visibile dell'iceberg dell'eccesso dei mezzi utilizzati indebitamente. Penso che l’abuso sistematico delle corde fisse e  la negazione della nozione della salita in cordata veicolino un messaggio ancora più deleterio. C'è un immenso rischio di vedere propagarsi e rendere sistematiche queste forme di ascensione devianti, da l'Island Peak all'Everest passando per l'Ama Dablam. Dunque porsi il problema della liceità dell’ossigeno equivale a mettere in discussione la quasi totalità dei mezzi utilizzati dagli alpinisti per realizzare un'ascensione “alla moda”. E stimola a riflettere sulla recente evoluzione (involuzione?) dell'alpinismo sulle più alte montagne della terra. Le previsioni non sono certo tranquillizzanti. Temo che l’avvenire non ci riservi sorprese positive, sull’Everest o altrove. Anche lasciando da parte le questioni etiche e filosofiche sono convinto che l'utilizzo dell'ossigeno sia oggettivamente pericoloso. Esso permette a chi se ne serve di ritrovarsi un bel momento in un luogo dove non potrebbe e non dovrebbe trovarsi. Se qualcosa nell’erogatore va storto o la bombola si svuota strada facendo, costui è perduto. Letteralmente perduto. In qualità di guida di alta montagna ritengo che sia una situazione molto complicata da gestire. Aiutare qualcuno ad andare più su di quanto sarebbe capace comporta l’accettazione di un rischio supplementare. La stessa guida potrebbe trovarsi in serie difficoltà nella gestione di un cliente sprovvisto di risorse psico-fisiche sufficienti (vedi gli incidenti al Manaslu con un cliente e al Makalu con un nepalese; le circostanze dei quali non sono state analizzate a dovere per trarne insegnamenti). Inoltre mi piace molto la nozione di condivisione e di apprendistato che esiste nell'alpinismo. Raggiungere una certa sobrietà nell'uso dei mezzi tecnici in Himalaya necessita un apprendistato che ha alla radice la reale volontà di mettere in gioco tutte le proprie risorse naturali, spesso al prezzo della riuscita. Senza aggiungere che questo approccio “by fair means” presuppone una catena organizzativa, relazionale e decisionale impeccabile. Per concludere non assumerò mai ossigeno e non lo faranno neppure i miei compagni di cordata. E non andrò mai sull'Everest... malgrado un forte "desiderio di Everest".

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