CAAI

Club Alpino Accademico Italiano
Venerdì, 24 Marzo 2023 21:47

MONTE PUBEL O CROCE DI SAN FRANCESCO m.1122

PILASTRO DEL “GENERALE”

In nero il tracciato della via Il gioco degli equilibriIn nero il tracciato della via Il gioco degli equilibri

 

Solare pilastro ben visibile percorrendo la statale della Valsugana SP47 da Bassano a Trento già in prossimità dell’abitato di Solagna e ben distinguibile salendo per la strada che sale da Valstagna a Foza.

Il pilastro è posizionato sulla destra della Parete del Sole Nascente diviso da questa, sulla sinistra, da una rampa-canale percorsa dall’accesso alle vie della suddetta bastionata.

Sulla destra del pilastro si snoda invece il sentiero attrezzato PDZ (Pierino della Zuanna) che dal fondo della valle parte dal tornante 2 della strada Valstagna-Foza in località Lebo e sale alla sommità del Pubel.

Il pilastro è denominato “del Generale” in riferimento alla panchina posta sulla sommità (dove arrivano la via ed anche il sentiero PDZ) denominata appunto “Panchina del Generale”, posto panoramico superbo e ideale per sosta relax alla fine della via.

Accesso: dalla Strada Statale della Valsugana portarsi a Valstagna e prendere la strada a tornanti che la collega con Foza. Al tornante numero 20 parcheggiare e prendere una traccia (bollini rossi) che in leggera salita e vari saliscendi incrocia alla galleria di QUOTA 812 il sentiero attrezzato PDZ. In quel punto seguire la traccia che, rasentando la parete e passando a fianco di due caverne di guerra e di una struttura di ricovero diroccata, conduce alla targa del punto di partenza della via. Dal 20° tornante 35 minuti circa.

 

 

Via  “Il gioco degli equilibri”

Aperta in più riprese e dal basso nell’autunno 2022

Francesco Leardi         C.A.A.I. Gruppo Orientale

Fausto Maragno           C.A.I.    Camposampiero

Jimmy Rizzo                 C.A.I.    Marostica

Prima libera: Mauro Florit  C.A.A.I. Gruppo Orientale il 7/12/2022

L’itinerario segue il bellissimo pilastro che si sviluppa a destra della via “Uomini senza tempo” e a sinistra di “Signorino pensionato”.

Converge sul sesto tiro di “Uomini senza tempo” che poi si segue fino alla sommità.

Via totalmente attrezzata a spit da 10 e qualche chiodo normale. L’itinerario è stato ripulito ma comunque richiede una certa capacità alpinistica.

Roccia nel complesso buona e nei primi tiri ottima.

Il gioco degli equilibri Prima libera Quarto tiroIl gioco degli equilibri Prima libera Quarto tiroIl gioco degli equilibri Prima libera Sul secondo tiroIl gioco degli equilibri Prima libera Sul secondo tiro 

Difficoltà: 6a obbligatorio (in libera difficoltà fino al 6c). Nella relazione si indica il grado massimo del tiro.

Sviluppo: circa 285 m.

1) Salire la rampetta e il verticale muretto successivo (6a).S1. 20 m.

2) A sinistra della sosta poi verticalmente prima una lama poi paretina verticale(6b/c).S2. 30 m.

3) A sinistra strapiombetto poi ulteriori strapiombi e placchette di equilibrio e astuzia (6b/c). S3. 35 m.

4) Diedro slabbrato con spostamenti complessi poi traverso a sinistra quindi diretti e poi ad un ballatoio a sinistra (6c).S4. 35 m.

5) Verticalmente per placchettine e diedrini alla sosta (5c/6a). S5. 20 m.

6) Tiro di trasferimento.Traversare a destra seguendo la linea degli spit e cordoni su zona roccioso-erbosa e dopo una cengetta pervenire alla sosta sotto una verticale paretina. S6. 35 m. Facile ma con erba ora anche attrezzato con una corda fissa.

7) Diritti per una serie di saltini continui intervallati da cengette con arrampicata verticale e ben protetta. A sinistra per una ulteriore bianca paretina e pervenire alla sosta alla base del pilastro terminale (6a/b sostenuto). S7. 35 m.

8) A destra per un breve saltino poi lungamente in verticale con arrampicata delicata (6a passi di 6a+ con spittatura distanziata). S8. 35 m.

9) Diritti fino sotto allo strapiombo che si supera uscendo a sinistra e poi verticalmente per saltini all’inizio ancora non facili e via via più semplici giungendo alla fine della via (6b). S9. 40 m.

Discesa (anzi risalita): Dall’ultima sosta risalire verticalmente il facile boschetto (corda fissa) e salire una rampetta a sinistra al cui termine si è poco distanti dal libro di via della “Misura del tempo”. Per tracce e saltini rocciosi alla panchina del Generale dalla quale si affronta il ritorno all’auto seguendo il sentiero attrezzato PDZ (prestare attenzione).

 

CANALE DEL BRENTA

Monte Cornone (m.1065)

Parete Sud

Tracciato Il fantasma della menteTracciato Il fantasma della mente

 

 

Solare parete ben visibile percorrendo la statale della Valsugana SP47 da Bassano a Trento già in prossimità dell’abitato di Solagna che rimane però nascosta alla vista salendo per la strada che collega Valstagna a Foza.

La parete presenta una compatta sezione iniziale per svilupparsi verso alto in un ardito pilastro che porta al culmine del promontorio roccioso che scende dalla cima del Monte Cornone.

L’accesso è assai semplice e breve, in un ambiente aspro e molto suggestivo.

Posteggiata l’auto al diciassettesimo tornante della strada Valstagna-Foza si imbocca il segnalato sentiero per la galleria del generale Graziani. Al bivio che conduce alla galleria ed anche alla falesia omonima, imboccare a destra l’evidente sentiero che scende verso il fondo valle seguendolo brevemente fino a quando si incrocia il segnavia 781 che porta al monte Cornone. A destra in basso si nota la casara dei Tambiei (m 589). Risalire ora il fondo della Val Smira con ampie svolte individuando vecchie postazioni militari della grande guerra. Pervenire ad una zona pianeggiante in prossimità di una ulteriore postazione in grotta prima dell’impennata del sentiero in una profonda forra.

Risalire 10 metri a destra della grotta e si è alla partenza (20/30 minuti da Piangrande).

 

 

 

Via “Il fantasma della mente”

Aperta in più riprese e dal basso nel Gennaio 2023 da:

Francesco Leardi         C.A.A.I. Gruppo Orientale

Mauro Florit                 C.A.A.I. Gruppo Orientale

Jimmy Rizzo                C.A.I.    Marostica

Fausto Maragno          C.A.I.    Camposampiero

Difficoltà: 6a+ obbligatorio e A0 (in libera difficoltà fino al 7a). Nella relazione si indica il grado massimo del tiro.

Sviluppo: circa 240 m.

Cornone primo tiroCornone primo tiroCornone terzo tiro in aperturaCornone terzo tiro in apertura

Stupenda salita che sfrutta una serie di placche e fessure iniziali che si insinuano nella fascia rocciosa iniziale. Quindi massima esposizione sul pilastro con l’ultimo regalo della placca finale.

1) Salire facilmente in direzione della sosta sulla verticale della partenza per saltini erbosi. S1. 20m.

2) Innalzarsi per un breve diedrino e una successiva placca delicata verso sinistra (6b). S2. 25m.

3) Orizzontalmente a sinistra per imboccare una fessura via via sempre più strapiombante (6a+ e A0 oppure 7a). S3. 30m.

4) A destra per una bella placca compatta con una difficile sequenza, poi più facile. Una breve rampetta erbosa (corda fissa) porta al bel terrazzo (6b+). S4. 30m.

5) A sinistra lungo la fessura e dall’ultimo spit traversare a destra per superare un breve saltino. Alcuni metri in ascesa conducono alla sosta alla base del pilastro (6a+). S5. 25m.

6) A sinistra e poi verticalmente per la bella parete a striature orizzontali. Al suo termine traversare orizzontalmente a sinistra aggirando un pilastro (6c). S6. 35m.

7) Innalzarsi sopra la sosta e quindi verticalmente per alcuni metri.Traversare a destra e quindi di nuovo in verticale in sosta (6b). S7. 20m.

8) A destra in leggera ascesa e salire poi verticalmente ancora salti tra fasce rocciose. Dall’ultimo ristabilimento proseguire in verticale alla sosta più facilmente (6b). S8. 35m. In questa sosta si è al culmine del pilastro.

9) Breve e facile trasferimento verso destra ad una sosta alla base della placconata finale. S9. 10m.

10) Salire in obliquo verso destra quindi un breve tettino e poi per placchette verso destra sul filo di spigolo giungere alla sommità della parete su un magnifico ballatoio (6c+). S10. 35m.

Cornone secondo tiro in aperturaCornone secondo tiro in apertura

 

Discesa opzione A

Risalire in direzione della vetta del monte Cornone per antiche tracce militari. Si incontra una postazione che altri non era che “la civetta” e cioè la stazione di arrivo di una teleferica.

Incontrare il sentiero (segnavia 781) che porta alla cima. Da tale punto è possibile in pochi minuti arrivare alla croce di vetta del monte Cornone, salita che raccomando vivamente per la bellezza dell’ambiente.

Dalla cima ritornare al punto di incontro del sentiero con l’uscita dell’itinerario alpinistico e percorrere orizzontalmente e lungamente lo stupendo sentiero che fiancheggia la falesia Ori-Biasia in ambiente idilliaco tra ampie vedute sulle vallate circostanti. Alla fine della falesia prestare attenzione perché il sentiero prosegue verso la contrada Biasia e non va seguito. Scendere invece alcuni gradini rocciosi verso la valle e quindi riprendere ora verso sinistra (di marcia) una ulteriore traccia (sempre segnavia 781) prima orizzontale quindi in discesa che si snoda sotto e parallelamente alla falesia. Pervenire alla sommità della profonda forra che si notava dall’attacco della via.

Scenderla (prestare attenzione, è sentiero ma piuttosto esposto) ammirando le geniali strutture militari della grande guerra.

Pervenire nuovamente alla base della parete e a ritroso al parcheggio a Piangrande (1 h. circa dalla vetta del monte Cornone).

 

 

Discesa opzione B

E’ una possibilità che riduce notevolmente il tempo di discesa. Scoperta valorizzando una antica traccia della guerra 15/18 che abbrevia di circa 20’ la discesa evitando però la remunerativa ascesa alla cima del Cornone. Dalla postazione “la civetta” imboccare verso sin. (faccia a monte) una evidente traccia militare che porta ad un ulteriore baraccamento della guerra e quindi al sentiero 781 poco sopra alla forra di discesa (40’ circa dalla sommità della via).

Sabato, 04 Marzo 2023 22:41
Il giorno 25 Marzo 2023 presso la sala Consiliare in Villa Rina Cittadella (Padova) si terrà il Convegno primaverile del Gruppo Orientale del C.A.A.I
Il programma prevede:
• ore 9,30 registrazione partecipanti;
• ore 10.00 inizio assemblea 
• ore 12.45 pranzo sociale
• ore 15,00 Evento aperto al pubblico: “Una montagna di salute” con relatori di alto profilo. Moderatore sarà il Nostro collega dr. Alessandro Angelini.
       In apertura l’INA Emanuele Confortin presenterà il trailer del documentario sull’accademico Riccardo Bee, patrocinato dal C.A.A.I.
 
LOCANDINA CONVEGNO ACCADEMICO CITTADELLA 1
 
 
 
Venerdì, 03 Marzo 2023 16:49

APPELLO PER APPASSIONATI DI TREKKING DI AVVENTURA

Il Club Alpino Accademico Italiano anche quest’anno collaborerà con Mountain Wilderness International, con l’ISMEO (Istituto internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente) e con Mountain Partnership per proseguire e portare a termine l’esplorazione delle potenzialità escursionistiche e alpinistiche delle montagne dell’alto Swat, in Pakistan.

6 Risalendo i valloniRisalendo i valloni verso il Manali Pass – archivio MW

1 Uno dei meravigliosiUno dei meravigliosi specchi d’acqua dell’Alto Swat – Jaba Lake, a sud del Falak Sar – foto K. Night

 

La zona montuosa dell’alto Swat può essere considerata una via di mezzo tra gli ambienti alpini, così come si presentavano ai visitatori agli inizi dell’800, e quelli più propriamente himalayani. Si tratta di valli, valichi, vette e ghiacciai ricchi di un particolare fascino spettacolare, dovuto non solo all’eleganza delle elevazioni maggiori, tra i 5000 e i 6000 metri, ma anche alle dense foreste di conifere, ai numerosissimi laghi che si incontrano lungo ogni percorso, ai torrenti limpidissimi, ai pascoli di quota, abitati da piccoli gruppi di pastori nomadi.

Lo scopo che gli enti organizzatori si prefiggono, attraverso il pluriennale Progetto Swat, ideato da Mountain Wilderness, è quello di raccogliere le descrizioni dettagliate di tutti i possibili itinerari di trekking e anche delle vie alpinistiche di ascensione alle vette più interessanti, per giungere alla pubblicazione di una attendibile guida alpinistico/ escursionistica dell’alto Swat. Questa guida cartacea in inglese sarà propedeutica all’elaborazione di un progetto di parco nazionale da sottoporre alle autorità pakistane. Lo Swat è infatti facilmente raggiungibile dalle grandi città della pianura ed è pertanto sempre più esposto al rischio di una crescita disordinata della frequentazione turistica locale, tendenzialmente aggressiva e ineducata. L’unica via per preservare la preziosa integrità di quelle vallate di magica bellezza risiede nella concreta proposta di una fruizione alternativa fondata sul rispetto e orientata verso l’istituzione di un parco nazionale.

2 PortatoriPortatori in Alto Swat – foto M. Penasa

L’iniziativa ha anche un evidente carattere umanitario, volto ad offrire alle comunità montanare la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita senza rincorrere i miti fallaci della banalizzazione consumistica, ma grazie al flusso di un turismo naturalistico e responsabile.

Da quando, quattro anni fa, il progetto Swat ha visto la luce, molti degli itinerari, alcuni dei quali superano ghiacciai e valichi di oltre 4000 metri, sono stati percorsi e dettagliatamente descritti. Per tutti i partecipanti si è trattato di un’esperienza entusiasmante e radicalmente diversa da un tipico trekking commerciale. Affrontare le sorprese di itinerari che non sono mai stati completamente percorsi aggiunge il deciso sapore dell’avventura e della scoperta.

4 In discesa dal Manali PassIn discesa dal Manali Pass, verso le valli del Chitral – archivio MWGli organizzatori anche quest’anno propongono ai soci dei Club Alpini europei, ai soci di Mountain Wilderness e delle associazioni ambientaliste consorelle, al corpo insegnante delle scuole di Alpinismo e a tutti gli appassionati di trekking in ambienti montani incontaminati di partecipare a questa avventura come “collaboratori contribuenti”. Si tratta di un’esperienza unica nel suo genere, priva dei rischi derivanti da instabilità politiche o da rigurgiti fondamentalistici. Alcuni degli itinerari potrebbero richiedere l’attraversamento di facili ghiacciai e il conseguente utilizzo di ramponi, piccozza e corda. Chi aderirà al progetto dovrà specificare la sua disponibilità a affrontare quel tipo di impegno. Sono a disposizione anche percorsi privi di difficoltà tecniche e tuttavia di grande suggestione. Restano comunque indispensabili: capacità di adattamento, spirito d’avventura, consapevolezza del significato del progetto e della sua valenza etico/ambientalistica.

L’invito è esteso altresì ad alpinisti interessati a partecipare al progetto e che vogliano mettere in piedi leggere spedizioni orientate all’ascensione di alcune delle più interessanti montagne della zona lungo itinerari mai percorsi finora. Ovvero a unire a un trekking “spartano” una parentesi alpinistica.

Gli organizzatori si augurano così di poter concludere durante il 2023 la fase esplorativa per passare all’edizione della guida.

5 La bella parete nordestLa bella parete nordest del Falak Sar – archivio MW

 

Tenendo conto dell’esperienza fin qui maturata i percorsi a piedi dureranno tra sette ed otto giorni consecutivi. E’ anche possibile dedicare un giorno in più alla visita dei ruderi degli antichi monumenti buddhisti che dominano le colline della parte meridionale dello Swat.

La data di partenza non è stata ancora decisa nel dettaglio e dipende dai desideri e disponibilità di coloro che saranno interessati a partecipare, ma in linea di massima avverrà negli ultimi giorni di agosto. La vicinanza dell’alto Swat con la pianura e con i maggiori aeroporti facilita il raggiungimento di risultati soddisfacenti anche per chi può contare su un limitato periodo di ferie.

 

 

 

 

 

Gli organizzatori hanno delegato la responsabilità dell’organizzazione pratica dei trekking a un’agenzia pakistana di provata esperienza, in grado di assumersi tutte le responsabilità civili e penali.

Per maggiori dettagli pdfclicca qui o scrivi direttamente all’indirizzo e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

3 Campo duranteCampo durante il trekking del Falak Sar – archivio MW

Domenica, 19 Febbraio 2023 18:55

ALPINISMO IN APPENNINO CENTRALE – IL GRAN SASSO

Parte seconda – Il RISVEGLIO ALPINISTICO - Dal '40 ai primi anni '70

Di Massimo Marcheggiani

Massimo Marcheggiani, classe 1952, Accademico e profondo conoscitore delle vicende e dell’ambiente del Gran Sasso, sulle cui pareti ha tracciato e ripetuto innumerevoli itinerari, fissa in queste pagine la storia alpinistica di questo importante Gruppo montuoso nel periodo dal 1940 ai primi anni '70. Il periodo precedente, dagli albori al 1940, è stato già pubblicato. Leggi qui.

La guerra, anche se in maniera marginale, tocca anche il Gran Sasso. La storia riporta un’azione tedesca finalizzata alla liberazione del Duce Benito Mussolini tenuto prigioniero in un albergo costruito appena pochi anni prima a quota 2100 m e con esso una funivia, esattamente nel 1934. Senza la guerra l'alpinismo avrebbe continuato il suo decorso anche più agevolmente vista la funivia e la strada sterrata che ormai univa il versante aquilano a Campo imperatore e che avrebbero risparmiato agli alpinisti o escursionisti 1200 metri di dislivello e una grande fatica supplementare. Lo stesso non si può dire però del versante opposto, dove una semplice seggiovia sarebbe stata costruita soltanto nel 1966.

1 Alba sul Corno Grande da Sud foto M. MarcheggiaAlba sul Corno Grande da Sud foto M. Marcheggiani
E' un aquilano uno dei primissimi a rimettere le mani sulla ruvida roccia del Gran Sasso: a guerra ancora in atto, nel 1943, quando viene pubblicata la prima guida del Gran Sasso a cura di CAI e TCI, Andrea Bafile con Domenico Antonelli apre una via sullo Sperone Centrale della Vetta Occidentale. Questa via, molto logica e tutt'altro che banale, è una delle più significative salite compiute da Bafile. Benché non molto lunga (circa 250 m) presenta il penultimo tiro su una bellissima e compattissima placca. A mio avviso con un passo di 6° grado pieno. Con un unico chiodo messo su 25 metri Bafile superò sè stesso (oggi è comparso l'immancabile spit a sminuire un capolavoro). Andrea Bafile ha avuto un immenso ruolo nello sviluppo della sicurezza degli alpinisti e non solo: ingegnere meccanico, nei primissimi anni 80 ha studiato, inventato e realizzato l'odierno dissipatore. Questo nasce come una semplice piastrina in lega leggera dotata di 8 fori entro i quali far scorrere una corda per dissipare energia in caso di caduta. Con le successive modifiche commerciali oggi il dissipatore è d'obbligo sulle ferrate. Fa piacere pensare che l'intero mondo degli scalatori, e non solo, oggi usufruisce di una maggiore sicurezza grazie all'inventiva e onoscenza tecnica di quest'uomo intelligente e poliedrico. Insieme al coetaneo Bruno Marsili, medico di Pietracamela, apre in seguito delle bellissime vie sulle Fiamme di Pietra e su pareti minori ancora oggi molto ripetute, sia sul versante aquilano che su quello teramano.

2 Andrea Bafile alle Fiamme di Pietra Arch. CAIAndrea Bafile alle Fiamme di Pietra Arch. CAI l'Aquila

 

 

Andrea Bafile, personaggio affascinante e vulcanico, durante le sue incursioni sulla montagna si rende conto della grande difficoltà logistica per realizzare ascensioni senza un valido punto di appoggio. Se dal versante aquilano sono ormai presenti i rifugi Garibaldi (sempre meno utilizzato), il Duca Degli Abruzzi e non ultimo l'albergo di Campo Imperatore, sul versante opposto è tutto molto più complicato. Bafile si ingegna e costruisce con le sue mani, portando a spalla malta e attrezzi vari, un ricovero di pietre cementate tra loro sotto un enorme masso sulla morena del ghiacciaio del Calderone. Ben riparato da pioggia e vento, dotato anche di una rudimentale porta in legno e finestrella, il “rifugio Bafile” sarà il ricovero notturno di numerosi alpinisti fino al 1959, quando il CAI di Roma si fa carico della costruzione del Rifugio Carlo Franchetti. Questo, edificato in posizione logica e panoramica su una spalla del Vallone delle Cornacchie, è ubicato poche centinaia di metri al di sotto dal vecchio ricovero ed è oggi il rifugio per antonomasia per scalatori ed escursionisti. Quasi nessuno ormai sa dell’esistenza del vecchio “Rifugio Bafile”, ma un occhio attento e curioso lo può ancora individuare, e non può non suscitare meraviglia e stupore l'idea ingegnosa ed altruistica dell'Ingegnere Andrea.

3 Il bivacco costruito da A. Bafile foto M. MaIl bivacco costruito da A. Bafile foto M. Marcheggiani

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono quindi gli abruzzesi a dare nuovo impulso alle scalate, ma quasi contemporaneamente anche i romani cominciano a rivedersi sulla grande montagna. Chiaramente la fine della disgraziata guerra ha portato di nuovo serenità d'animo nonostante la diffusa crisi economica e giovani studenti o lavoratori tornano alle scalate. La ormai consolidata SUCAI romana anima un alpinismo più all'avanguardia. All'interno del gruppo c'è spirito di appartenenza, confronti costruttivi e probabilmente un agio sociale maggiore che facilita incursioni sulle grandi montagne dell'arco alpino e non ultimo conoscenze, frequentazione e confronti con “nomi” illustri dell'alpinismo.

5 Proporzione tra luomo e il Paretone foto M. MaProporzione tra l'uomo e il Paretone foto M. Marcheggiani

6 Proporzione tra luomo e il Paretone foto M. MaIl Paretone - foto M. Marcheggiani

 

Diversi tra gli alpinisti che sto per citare faranno ascensioni principalmente sulle Dolomiti, aprendo anche itinerari diventati poi classici, un esempio per tutti è la bella via “ Consiglio -Dall'Oglio” alla Cima Del Lago nel gruppo di Fanis. Consiglio è forse l'alpinista più innovativo e intraprendente, ma nella SUCAI Franco Alletto (burbero veneto dal cuore immenso trapiantato a Roma e per anni Presidente della sezione CAI, Accademico e in seguito anche vice presidente generale del CAI), Bruno Morandi (che per anni sarà un vero e proprio leader carismatico) Franco Cravino, Marino Dall'Oglio, Luigi Mario, Silvio Jovane sono solo alcuni dei giovani talenti che si cimentano e risolvono un'infinità di problemi. Il Gran Sasso offre ancora moltissime opportunità, ma per quanto l'ambiente alpinistico sia cresciuto, le realizzazioni sono pur sempre relative. Il rapporto uomini e quantità di pareti è ancora fortemente, ed ovviamente, sbilanciato e gli abruzzesi con i romani risultano essere quasi gli esclusivi apritori e ripetitori di nuovi itinerari. Non va dimenticato che il Gran Sasso, in quanto montagna appenninica, era considerato assolutamente secondario a qualsiasi altra cima del Nord, anche se, logicamente e storia alla mano, negli ultimi anni del '900 la ribalta alpinistica ha colmato in gran parte questo gap tecnico/culturale.

Quindi rari romani e credo pochissimi altri in centro Italia dedicavano le loro maggiori energie fisiche ed economiche alle scalate alpine mentre i ritagli di tempo fuori stagione erano per il Gran Sasso.

Tempo. Era solo questione di tempo. Lentamente si scopriva che anche in Appennino si potevano trovare ingaggi di tutto rispetto. Bastava guardare le montagne con occhi diversi. Il Gran Sasso non era affatto una “palestra” preparatoria alle Alpi. Aveva ed ha una sua propria indubbia validità.

8 Paolo Consiglio a sinistra e Franco Alletto arcPaolo Consiglio a sinistra e Franco Alletto - arch. CAI RomaLa bella, assolata ed inviolata parete Est della vetta Occidentale vede la sua prima salita nel 1948 da parte di Paolo Consiglio, Dall'Oglio, L. Sbarigia e R. Beghè. In realtà sembra che questa prima salita sia stata un ripiego ad un progetto più ambizioso... I quattro dopo lo studio del progetto iniziale scoprirono a giorno già avanzato una seconda possibilità. Non si scoraggiarono visto l'orario un pò avanzato. Attaccarono decisi dal lato destro la parete, poi un lungo traverso, con tratti verticali e altri traversi ancora e vista la bassa difficoltà e la bravura sia di Consiglio che di Dall'Oglio sbucarono in vetta compiendo quindi la prima salita della intera parete. I giovani sucaini vollero dare il nome del loro gruppo alla nuova e prima via; la via SUCAI è oggi uno dei banchi di prova di numerose cordate esordienti. Principalmente Consiglio, il più agguerrito tra i romani, non diede poi tregua alla sua idea iniziale. Dopo tre tentativi, nell'estate del '54 riuscì nel suo intento: accompagnato da un giovanissimo Luigi Mario (di cui più avanti ci sarà di che raccontare) e da Giorgio Schanzer aprì la più bella via della parete.

 

 

7 Paolo Consiglio in bivacco dolomitico arch. CAIPaolo Consiglio in bivacco dolomitico - arch. CAI Roma

La “diretta Consiglio” per molti anni fu la più dura via del Gran Sasso, con un 6° grado assoluto e tratti di artificiale per la prima volta messo in pratica sulla montagna abruzzese. Scoperta la potenzialità, l'anno seguente anche Franco Cravino e Silvio Jovane si diedero da fare superando lo spigolo Nord all'estrema destra della parete mentre Bruno Morandi con Emanuela Pivetta aprivano un'altra via sul lato sinistro. Sul versante opposto, quello teramano, fu preso quasi d'assalto il Corno Piccolo, dove diverse pareti pressoché inviolate e roccia di ottima qualità aspettavano le prime salite, ovviamente sempre di un discreto impegno tecnico. Nel '56 sempre Consiglio, Morandi e De Ritis superarono la super classica (oggi) della seconda spalla; Franco Cravino e Silvio Jovane aprirono la via “A destra della crepa” sulla verticale parete Est. Successivamente con l'abruzzese Lino D'Angelo (degli Aquilotti del Gran Sasso e prima guida alpina abruzzese) firmarono un capolavoro: la prima salita del Monolito, un ripidissimo scudo di roccia fantastica culminante nei 2655 m del Corno Piccolo. I romani si erano scatenati! Alletto e Cravino per primi superano l'ancora inviolata parete Ovest della Vetta Orientale (per essere precisi la vetta dell'Anticima). Franco Cravino comincia a distinguersi per una nutrita serie di prime solitarie, pratica ancora molto rara in Appennino. Va da sé che il fermento e le notevoli realizzazioni compiute sono fortemente stimolanti e gli attori sono ancora e principalmente i soliti nomi. Gli occhi attenti e curiosi di Consiglio e Alletto cominciano a scrutare con maggiore attenzione la grande montagna. Al di là delle pareti già enunciate e salite ce n’è una ancora più impegnativa, più grande, più selvaggia, più... più! La Vetta Orientale, ormai nota come “il Paretone” è ancora lo spauracchio di tutti. Oltre la via di Jannetta del '22 e un percorso su ripidi pendii erbosi di Sivitilli, Giancola e Panza del 1930 che non ha grande storia, c'è ancora un terreno assolutamente vergine.

 

 

9 F. Alletto e P. Consiglio primi due a sin. inF. Alletto e P. Consiglio (primi due a sin.) in Himalaya nel 1961 (arch. CAI Roma)

10 Spedizione SUCAI di Roma in Niger arch. CAI RomaSpedizione SUCAI di Roma in Niger - arch. CAI RomaI selvaggi versanti Sud ed Est sono da grandi imprese.

Se il versante Est volendo è faticosamente ma facilmente raggiungibile dal paese di San Nicola (fermo restando che la parete vera e propria non fa sconti a nessuno), il versante Sud è invece molto ostico da raggiungere. C'è una cresta che nel 1957 attira l'attenzione di Alletto e Consiglio. Molto complicata e lunga da raggiungere su un terreno molto articolato ed infido, da una certa quota in poi diventa una bella e impegnativa scalata che i due affrontano sfidando un ambiente davvero remoto e selvaggio; da lì si è invisibili a chiunque e nessuna richiesta di aiuto è minimamente ascoltabile. Non dimentichiamo altresì abbigliamento e attrezzatura di quei tempi. Armati di coraggio e determinazione scalano i 500 metri della via con difficoltà fino al 6° grado e tratti in artificiale che Consiglio aveva già dimostrato di saper fronteggiare nella sua diretta alla vetta Occidentale. Alletto, per parte sua, si era già messo in mostra per una delle prime ripetizioni della via Solleder in Civetta. Con questa salita spalancano le porte verso un alpinismo di alto livello, e non solo tecnico. A distanza di pochi anni, infatti, Consiglio e Alletto e pochi altri romani scopriranno anche le grandi montagne in Himalaya, Groenlandia, Caucaso, Africa dove saliranno importanti vette inviolate e apriranno notevoli vie di roccia, come per esempio in Hoggar.

11 Il rifugio Garibaldi foto M. MarcheggianiIl rifugio Garibaldi - foto M. Marcheggiani

Al Torrione Cambi, sulla assolata parete Sud, Consiglio, Jovane e G. Macola aprono la via della Gran Placca, inventandosi per l'occasione un pendolo (Ah! gli americani...) per risolvere il passaggio chiave. Ancora lo stesso anno abbiamo una vera e propria performance di Franco Cravino che da solo sale la lunga cresta Nord all'Orientale; una volta in vetta compie la lunga traversata delle tre vette, scende alla lontana Sella dei due Corni e da qui sale la cresta Sud del Corno Piccolo. In vetta immagino si sia riposato un po'! Da qui supera in discesa la cresta Nord: complessivamente un’arrampicata di 2600 metri fino al 5° grado. Cravino, piccolo e compatto (e molto simpatico) era senza dubbio uno dei più intraprendenti e innovativi scalatori di quegli anni. Ma non era finita: non c'era ancora la seggiovia per scendere ai Prati di Tivo e vanno aggiunti perciò altri 700 metri di dislivello (io feci lo stesso identico percorso 30 anni dopo e tornai in ginocchio alla macchina).

Nel '58 si superano altri tabù ed il livello tecnico fa un notevole balzo avanti.

12 Bruno Marsili seduto e Lino DAngelo arch.L. DBruno Marsili seduto e Lino D'Angelo (arch.L. D'Angelo)

19 Luigi Gigi Mario con la figlia al Gran Sasso aLuigi Gigi Mario con la figlia al Gran Sasso (arch. Vecchie glorie del Gran Sasso)

Prima dicevamo che di Luigi Mario ne avremmo riparlato: eccome se ne riparliamo! Luigi, detto Gigi, è romano, smilzo, grandi occhiali da miope, una folta capigliatura rossa. Si fa le ossa da ragazzetto seguendo i vari Consiglio, Alletto e altri bravi sucaini. Trova lavoro in banca, dove la norma era essere molto eleganti, formali e rinchiusi per 6/7 ore tra quattro mura illuminate a neon. Non può essere! A “Gigi” una vita così sta stretta da subito, molto più stretta degli abiti gessati che deve per forza indossare. La sostanziale peculiarità di “Gigi” è stata quella di uscire dai canoni tradizionali della vita e del lavoro. Negli anni '60 licenziarsi dal lavoro fisso in banca, che era il sogno di un italiano su due, equivaleva a una bestemmia gridata forte nella basilica di San Pietro, ma Gigi lo fa. Fa diversi altri lavori precari per vivere, non ha le spalle protette provenendo da una famiglia proletaria ma diventa sempre più un bravissimo scalatore mentre scopre essere questo l'indirizzo da dare alla sua vita. Interminabili viaggi a bordo di Fiat 600 o motociclette carichi di tutto lo portano dall'Appennino alle Dolomiti e sulle Alpi in genere dove scala principalmente con Alletto, Jovane e pochi altri. Prende in gestione l'appena costruito rifugio Carlo Franchetti eretto nel '59 nello spettacolare Vallone delle Cornacchie. Nel 1967, dopo aver conosciuto una donna giapponese che lo avvicina al mondo buddista, si trasferisce in Giappone, in un monastero Zen dove a distanza di pochi anni viene nominato a tutti gli effetti monaco buddista Zen, con il nome di Engaku Taino. Torna in Italia, diventa guida alpina e nel frattempo compra un casolare che trasforma in monastero dove passerà il resto della sua vita ad insegnare buddismo e arrampicata ai suoi numerosi allievi fino alla sua prematura morte nel Novembre del 2021.

1 avvicinamento pilastri

13 Clorindo Narducci e Lino DAngelo al Gran Sasso Clorindo Narducci e Lino D'Angelo al Gran Sasso (arch. L. D'Angelo)

 

14 Silvio Jovane sin e Lino Dangelo dopo 1 salitSilvio Jovane a sin e Lino Dangelo dopo la prima salita del Monolito (foto F. Cravino)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torniamo indietro, a “Gigi Mario detto il Bonzo” e alle sue importanti scalate. Eravamo rimasti alla fine degli anni '50. Luigi Mario è cresciuto, diventa sempre più bravo e intraprendente. Il Gran Sasso non è più montagna di ripiego ma ha una sua precisa validità. Tutte le pareti ormai sono state salite su itinerari di cui alcuni molto difficili: una sola di queste ancora presenta incognite di livello tecnico, è il Paretone della Vetta Orientale. La via di Jannetta del '22 la attraversa con la sua lunga diagonale, evitando a destra quelli che Silvio Jovane, curioso e attento, aveva definito i quattro Pilastri. Questi sorreggono la vetta massima dell'Orientale e due di questi si ergono slanciati sopra i grandi strapiombi della Farfalla. Sono questi Pilastri ormai i veri problemi da risolvere insieme alla inviolata parete Est dell'Anticima Nord. Uno spazio enorme, ricco di grandissime potenzialità. Sono proprio Mario e Jovane ad aprire le danze, Salendo da Casale San Nicola, superando quindi un enorme dislivello, lungo la via Jannetta giungono sul bordo destro dei grandi strapiombi della Farfalla. Qui attaccano la direttrice più logica e scalano fino ad intersecare la evidente cengia obliqua, la seguono verso sinistra con facile arrampicata e successivamente superano interamente l'evidente pilastro con una esposizione a volte inquietante: sotto il loro sedere ci sono oltre mille metri di vuoto. E' il secondo dei quattro Pilastri. Era il 2 giugno del 1958.

Gli abruzzesi si sentono toccati nell'orgoglio! Pur avendo assoluta amicizia con i romani, è chiaro che la “loro” montagna non può essere appannaggio esclusivo dei capitolini. E' il piccolo e bravissimo Lino D'Angelo a raccogliere il guanto della sfida quando l'11 agosto insieme a Clorindo Narducci affronta il terzo dei Pilastri. Questo è senza dubbio il più evidente e slanciato di tutti. D'Angelo è capocordata, supera quasi con disinvoltura gli oltre 500 metri della parete, ma portato a seguire ovviamente i punti di minore resistenza, obliqua troppo a sinistra dalla linea ideale del pilastro. Supera comunque un terreno molto articolato e a volte insidioso fino in vetta, firmando a nome degli Aquilotti del Gran Sasso una bellissima realizzazione. Competizione o no, il 14 settembre Mario, Alletto ed Emilio Caruso puntano all'ultima parete ancora inviolata. La parete Est dell'Anticima Nord della Vetta Orientale è molto diversa dai vicini Pilastri da cui è divisa dalla lunga linea obliqua della via Jannetta. Questa parete è molto più complessa da raggiungere, ed inoltre ha una forma quasi a conchiglia, con una più difficile individuazione di una logica via di salita. La consolidata esperienza e bravura di Mario e Alletto però hanno ragione della parete scalando un lungo sperone obliquo fino in centro parete, da dove poi in parete aperta raggiungono la vetta dell'ultima parete ancora mai salita. Con questa “conquista” non si conclude nessun capitolo, anzi! Gli anni 50 sono solo il preludio a un alpinismo fortemente in crescita che a breve non sarà più appannaggio dei romani.

15 SS. Jovane e la sua moto verso le Dolomiti (arch. CAI Roma)

“Gigi il bonzo” è rapito dall'alpinismo, che è diventata la linea guida della sua vita. In cordata con Emilio Caruso nel '59 affronta e supera il ripidissimo spigolo a destra della “crepa”: Questa definizione sarà poi il nome della difficile via aperta sulla parete Est del Corno Piccolo. Due mesi dopo un altro capolavoro prende vita a firma Mario / Caruso. Il quarto Pilastro del Paretone capitola alla consolidata bravura di Mario, che con tecnica e fantasia usa rudimentali ganci per superare sezioni artificiali (Ah! Sapessero gli americani...). Comunque le difficoltà in libera sono veramente alte e si tratta di una scalata davvero all'avanguardia, che verrà ripetuta soltanto a quasi 20 anni di distanza. Le vie di Gigi Mario erano severi banchi di prova e per 15 anni resteranno le più difficili in assoluto.

Viene costruito il rifugio Carlo Franchetti che diverrà il più importante e logico dell'intero massiccio montuoso. Luigi Mario, come detto, ne diviene, per quanto mi risulta, il primo gestore in linea con le sue sempre più precise e coraggiose scelte di vita.

Nello stesso anno escono alla ribalta due alpinisti di Ascoli Piceno: Marco Florio e Maurizio Calibani. Sono i primi ad uscire da un contesto di alpinismo provinciale quando con coraggio si avventurano nella prima ripetizione della via al 3° Pilastro. Riescono parzialmente a seguire la via aperta da D'Angelo e Narducci quando superata da poco la cengia obliqua, si discostano da questo e puntano decisamente a sinistra, più di quanto non abbiano fatto i due Aquilotti del Gran Sasso l'anno prima.

17 F. Cravino sin. e BF. Cravino (sin.) e B. Morandi in Dolomiti (arch. CAI Roma)

18 Bruno Morandi in arrampicata arch. CAI RomaBruno Morandi in arrampicata arch. CAI Roma

Se la via di D'Angelo poi in alto piega verso la vetta del 3° Pilastro, la lunga variante degli ascolani sale più sul 2° che non sul 3° dei Pilastri. Va detto che da quell'anno anche gli alpinisti di Ascoli Piceno saranno una costante e proficua presenza sulla montagna. Essi, in evidente polemica rottura con la loro sezione del CAI, costituiscono in alternativa il GAP, Gruppo Alpinisti Piceni, di cui i maggiori esponenti, oltre Florio e Calibani, saranno anche Francesco Saladini, Francesco Bachetti, Giuseppe “Peppe” Fanesi che con pochi altri ancora apriranno molte vie negli anni '60. Soprattutto la parete Nord del Corno Piccolo vede l'apertura di numerosi itinerari a loro firma, di cui alcuni molto difficili. Tra i tanti si distingueranno principalmente Bachetti e Fanesi che da lì a pochi anni saranno i primi a ripetere (nel 1967) la parete Nord del Monte Camicia, salita nel 1934. Saranno praticamente anche i primi a valorizzare le grandi e assolate pareti del Pizzo Intermesoli, fino ad allora ben poco considerate. Nei primi anni '60 Luigi Mario, durante la gestione del rifugio Franchetti, fa ancora parlare di se quando con Fernando Di Filippo apre nello stesso giorno due vie particolarmente difficili. Attacca prima la parete Nord della Seconda Spalla nel suo punto più basso lungo diedri e fessure di roccia pressoché magnifica uscendone in vetta dopo aver superato alte difficoltà; da qui, invece che ritenersi soddisfatto, si sposta più in alto tramite una comoda cengia che porta alla base della grande e assolata parete Ovest della Prima Spalla. Attacca lungo una fessura in comune con la via Federici-Antonelli del'39 da cui si distacca subito dopo. Il tiro successivo vede una grande fessura molto svasata e quasi improteggibile da superare con incastri e brutalità. I tiri superiori rientrano nella norma ma sono ricchi di esposizione e bellezza. Ancora oggi questa via, nonostante sia data di V+, non va assolutamente sottovalutata data l'anomalia del secondo tiro davvero difficile da gestire.

 A sin. Calibani a dx FlorioA sin. Calibani a dx Florio

Da sin Calibani W. Bonatti e FDa sin Calibani W. Bonatti e Florio

Florio in Lambretta verso le moFlorio in Lambretta verso le montagne

 

 

 

21 Parete Est della Vetta Occidentale del Corno GranParete Est della Vetta Occidentale del Corno Grande - foto M. Marcheggiani

22 Parete Est del Corno Piccolo foto M. MarcheggianParete Est del Corno Piccolo foto M. Marcheggiani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                               Parete Est del Corno Piccolo (foto M. Marcheggiani)

24 Parete Est del Corno Piccolo foto M. MarcheggiaParete Est del Corno Piccolo foto M. Marcheggiani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Primo Pilastro al Paretone, che è il più lontano da raggiungere ma anche il più facile e corto nonché l'unico ancora non salito, trova nei sucaini Carlo Alberto Pinelli, Paolo Gradi e Mario Lopriore i risolutori nell'estate del 1962.

25 Inaugurazione rifugio Carlo Franchetti nel 1960 Inaugurazione rifugio Carlo Franchetti nel 1960 (arch. CAI Roma)Ancora l'anno dopo, siamo quindi nel 1963, L. Mario si supera di nuovo. Chi di voi lettori ha visitato il Gran Sasso, avrà notato come la vetta del Corno Piccolo ad Est è costituita da un enorme scudo di compattissimo e lucente calcare; questo è conosciuto come “Il Monolito” e mai denominazione fu più azzeccata. Nel '56 era stato superato da Cravino, Jovane e D'Angelo tramite il grande diedro fessurato posto sul lato sinistro, mentre il grande spazio a destra di questo è solo e soltanto placca, compattissima, verticale e pure strapiombante. Bene, Mario insieme a Giancarlo Adinolfi supera il grande scudo con elevate difficoltà. La compattezza della roccia spesso inchiodabile induce “Gigi” a fare dei buchi, piantare corti tondini di ferro da cantiere su cui strozza dei cordini e così progredisce in libera o artificiale molto precaria. In alto li attende il grande strapiombo, fortunatamente percorso da una lunga obliqua fessura aggettante. Con obbligata e difficile tecnica artificiale Mario supera il marcato strapiombo mentre supera di nuovo se stesso. La via Rosy sarà l'ultimo capolavoro di “Gigi il Bonzo” al Gran Sasso. Poi chiude con il rifugio, si dedica alla religione buddista Zen, diventa Monaco, diventa guida alpina e vive felice e contento insegnando, meditando e arrampicando oltre il moderno 7A fino ai suoi ultimi giorni di vita. In soli 5 anni Luigi Mario aveva indiscutibilmente rivoluzionato lo standard alpinistico del centro Italia.

Primitive scalate di ragazzi asPrimitive scalate di ragazzi ascolani

26 Il rifugio Franchetti oggi e il Monolito foto MjpgIl rifugio Franchetti oggi e il Monolito (foto M. Marcheggiani)Ancora gli anni '60 vedono belle realizzazioni, anche se nessuna di queste raggiunge il livello tecnico di Luigi Mario. Gli Ascolani già nominati sono la nuova generazione rivolta più verso la ricerca che non il superamento delle attuali difficoltà. Sono quindi gli stessi di cui sopra ad aprire numerosi itinerari ancora oggi molto ripetuti. Il maggiore livello tecnico ascolano in quegli anni è appannaggio di Francesco Bachetti, ma non sarà solo la bravura che lo farà diventare personaggio, ma tutta una serie di vicissitudini alpinistiche e non, saranno la traccia spesso amara della sua travagliata vita. Esce dal corso di roccia tenuto dal GAP nel '65 e praticamente è già un talento. Un talento naturale che non avrebbe avuto bisogno di nessun corso se non per imparare due nodi e poco altro. Con “Peppe” Fanesi (altro talento) dopo appena due anni di scalate ripete la mai ripetuta via Marsili / Panza alla selvaggia e friabile parete Nord del monte Camicia aprendo una lunga variante di 5°. Apre con compagni diversi altre numerose vie, quasi tutte fortemente sottogradate data la semplicità con cui risolveva i problemi. Una per tutte la via Umberto Cattani, gradata da Bachetti 4°+ e data oggi 5°+ / 6°. Francesco è passionale e istintivo, molto preso da scalate e politica con idee di sinistra, molto a sinistra (come quasi tutti nel gruppo GAP) e tendenzialmente anarchico.

32Mimì Alessandri in primo piano dopo una salita di 6° grado a 83 anni e con gli scarponi - Ph Leandro GenangeliNel 1972 viene arrestato a soli 24 anni per turbativa ad un comizio del MSI e fa mesi di galera. Ne esce fortemente provato, amareggiato e forse depresso. Uscito dal carcere non ha più lavoro, perde quasi un braccio in un incidente d'auto. Non scala più, in parte ormai isolato o dimenticato da molti ex compagni, perde il senno per diverso tempo poi si riprende intagliando legno ma non esce più da casa se non per l'osteria. Muore nel 2004 a soli 56 anni di cui 30 passati in un amaro oblio. Sul comodino di fianco al suo letto di morte una pila di libri: tutte le guide del Gran Sasso, compresa l'ultima. Il suo compagno preferito, “Peppe” Fanesi, è stato l'altro capo fila dell'alpinismo ascolano. Un ragazzo nato nel '42 particolarmente intelligente, ironico, istintivo e con una carica umana incredibile. E' un pò il riferimento principale delle giovani leve, con le quali Fanesi si lega ben volentieri, svezzando l'iniziale grossolanità dei suoi “allievi”. Apre numerose vie belle, eleganti e molto logiche e credo sia l'unico (oltre i primi salitori) ad aver superato per due volte la parete Nord del Camicia (perché salirla una volta basta ed avanza). Fanesi ha l'indole dell'istruttore, ma con finalità assolutamente amichevoli, e sarà lui a far crescere i migliori della generazione successiva, tra cui si distinguerà su tutti Tiziano Cantalamessa, il più grande in assoluto. Fanesi, come quasi tutto l'ambiente alpinistico ascolano è fortemente impegnato nel sociale militando senza tentennamenti nel Partito Comunista in cui si distingue per le sue idee innovative e per esserne lo sprone principale, tanto che il Partito intitolerà a suo nome la locale sezione.

Il Gran Sasso si trova ad essere il principale riferimento alpinistico del centro Italia. Vero che si scala anche altrove tra Sibillini, i Monti Reatini, il Monte Sirente e quanto altro ma chi vuole il vero “ingaggio” non può non confrontarsi con la montagna più alta dell'Appennino centrale e con la sua superba roccia e le sue selvagge e smisurate pareti.

31Giuseppe "Peppe" Fanesi a sinistra con Francesco Bacchetti al Rifugio FranchettiLa fine degli anni 60 e la prima metà degli anni 70 sono un pò la linea di demarcazione tra l'alpinismo tradizionale, fatto, senza sarcasmi, da scarponi rigidi e pantaloni alla zuava, e un alpinismo ben più moderno. Cresce proprio in quegli anni il numero di alpinisti provenienti dall'Abruzzo, dalle Marche, dal Lazio, poi Umbri, rari toscani e addirittura compaiono rari campani e pugliesi. Mentre i romani della SUCAI vanno man mano scomparendo, sono soprattutto gli abruzzesi e i marchigiani a fare la parte del leone. Domenico “Mimì” Alessandri è forse quello che si distingue più di altri. Arriva già adulto all'alpinismo e dimostra talento istintivo come certi ascolani sopra citati. Apre la Diretta Alessandri con C. Leone sulla parete Est della Vetta Occidentale, via mista artificiale e libera. Successivamente con Roberto Furi e Carlo Leone apre la via più logica e bella dell'intero Paretone superando il terzo Pilastro con una via che sarà (ed è) la più ambita per chi si avventura sul Paretone. L'intraprendenza di “Mimì” lo porta poi sulla friabile parete Nord del monte Camicia dove apre una via diretta durante la terza ripetizione della via classica del 34. Sulla stessa parete Alessandri vivrà poi una terribile e drammatica esperienza durante la prima salita invernale della stessa, ma che vedremo in un apposito capitolo sull'alpinismo invernale. Degli ascolani abbiamo già detto, mentre gli “Aquilotti del Gran Sasso” vivono una nuova primavera con l'inossidabile Lino D'Angelo che quasi sempre con il giovane Enrico De Luca, anch'egli Guida Alpina, apre itinerari ancora oggi molto ripetuti, valorizzando ulteriormente le Spalle del Corno Piccolo, vera miniera di opportunità per futuri e disinibiti scalatori.

E. De Luca con D. Nibid e Diego D'Angelo (tutti Aquilotti) si avventurano sulla sezione più verticale, strapiombante ed impegnativa della parete Est del Corno Piccolo, aprendo la via del Cinquantenario in arrampicata mista libera ed artificiale, la quale coinciderà in parte con la via dei Tetti aperta immediatamente dopo, in chiaro antagonismo con gli Aquilotti, da Pasquale Jannetti, Guida Alpina e gestore del rifugio Franchetti, in più riprese e compagni diversi. Tutto si concentra ancora nella soluzione di itinerari da aprire via via sempre più impegnativi ma con logica tradizionale. Come avrete notato gli attori sono ancora pochi, e spesso sempre gli stessi. L'alpinismo di “massa” doveva ancora vedere la sua nascita, che avverrà inevitabilmente dopo la metà degli anni 70, con l'avvento di una generazione ormai senza più scarponi nè zavorre culturali, priva di inibizioni e sudditanze, mentre la vicina ma ancora in gran parte ignorata grande parete Est del Pizzo Intermesoli aspetta sorniona il suo tempo dopo le sporadiche incursioni degli Ascolani.

Lunedì, 13 Febbraio 2023 22:13

 

Il CAI e il CAAI selezionano un gruppo di giovani alpinisti molto dotati, già forti e fortemente motivati a diventare i numeri primi dell’alpinismo di avventura a livello internazionale, per un percorso formativo di eccellenza sotto la guida di Matteo della Bordella e di altri specialisti del settore.

Dare la possibilità a dei giovani di concentrarsi davvero sull’alpinismo di alto livello è il nocciolo di questa avventura” sostiene Mauro Penasa, presidente generale dell’Accademico. “Da tempo ci lamentiamo della crisi di vocazione alpinistica, senza riuscire a mutare la tendenza che sposta l’interesse degli appassionati verso attività più vicine allo sport… così, chi arriva alla montagna, perché prima o poi ci si arriva, è in media ben preparato dal punto di vista tecnico, ma spesso è ormai tutt’altro che giovane. Come conseguenza il nostro Club, l’Accademico, sta invecchiando inesorabilmente. Il CAI Eagle Team è quindi un’occasione da non perdere per portare su terreni di avventura ragazzi di buon livello sotto i 28 anni. Il suo atto finale, la spedizione, sarà per i partecipanti occasione di prendere confidenza con la realtà extraeuropea, di difficile approccio per un giovane, e verificare così la solidità delle consapevolezze acquisite durante il percorso di crescita”.

Di seguito il comunicato ufficiale condiviso sul sito CAI Home » Andare in Montagna » Alpinismo » Progetto CAI Eagle Team

Trasmettere ai giovani le conoscenze tecniche e il patrimonio culturale fondamentali per chiunque ambisca a diventare interprete dell’alpinismo moderno. Promuovere lo sviluppo della pratica alpinistica tra i più giovani, offrendo a un selezionato gruppo di talenti l’opportunità di potersi esprimere al massimo, sulle difficoltà più elevate e sulle montagne più belle al mondo.

cai eagle

 

 

 

Dodici alpinisti tra i 18 e i 28 anni

Questi gli obiettivi del “EAGLE TEAM”, progetto ideato dall’alpinista Matteo Della Bordella insieme al Club Alpino Italiano e al Club Alpino Accademico Italiano (Sezione nazionale che riunisce i soci Cai che hanno svolto attività alpinistica non professionistica di particolare rilievo e intensità), che intende selezionare dodici giovani (ragazze e ragazzi) tra i 18 e i 28 anni, offrendo loro l’opportunità di sviluppare il talento alpinistico grazie a un programma pensato per una crescita di alto livello, con tutor selezionati tra i migliori alpinisti italiani e internazionali.

Lo scopo finale? Diventare degli ottimi alpinisti, ma anche guadagnarsi il proprio posto nel gruppo che parteciperà alla spedizione alpinistica internazionale 2025 finanziata dal Club alpino italiano in Patagonia, insieme a Matteo Della Bordella e altri due esperti alpinisti.

 

 

 

 

Cai eagle team2

 

 

Sei settimane di formazione, poi la Patagonia

Finanziato dal Club Alpino Italiano e gestito da Matteo Della Bordella (appartenente ai Ragni di Lecco e Accademico del Cai), il progetto “Cai Eagle Team” prevede, tra aprile 2023 e dicembre 2024, sei settimane di attività in varie zone delle Alpi (dalla Grigna alle Dolomiti, dal Monte Bianco alla Valle Orco, fino ad arrivare all’Oberland bernese), incentrate sull’arrampicata (su roccia, su ghiaccio e misto, in fessura), sull’alpinismo e sull’eventuale apertura di una via. Il tutto per trasmettere ai partecipanti le conoscenze tecniche e il patrimonio culturale fondamentali per ogni interprete dell’alpinismo moderno.

 

 

 

Al termine delle settimane, verranno selezionati, sulla base della valutazione delle capacità tecnico/alpinistiche, caratteriali e logistiche, i componenti della spedizione extraeuropea. Sei i giovani (ragazze e ragazzi) che potranno accedervi, con l’obiettivo di compiere salite di prestigio in Patagonia nel febbraio 2025.

Ciascuna delle sei settimane prevede incontri teorici da affiancare alla pratica della specifica attività prevista, oltre a momenti di approfondimento di natura storico/culturale e su temi di ampio respiro come la gestione del rischio e della sicurezza, e a un focus sul legame tra alpinismo e comunicazione, elemento sempre più importante per chi oggi vuole svolgere attività di alto livello.

Le sei settimane vedranno l’intervento, oltre che di Matteo Della Bordella, di alcuni dei migliori alpinisti italiani e internazionali, mentre i momenti sulla storia e sulla cultura saranno affidati a giornalisti, scrittori, storici e a personaggi di spicco dell’alpinismo.

I dodici partecipanti saranno selezionati su base curricolare e mediante un test delle capacità alpinistiche della durata di due giorni, in programma a fine marzo in Piemonte, in Val D’Ossola.

Gli interessati possono trovare tutte le informazioni per inviare la candidatura nel file scaricabile qui sotto.

Per iscriversi c’è tempo fino al 15 marzo 2023.

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Rio Turbio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Costi

Il progetto è finanziato per la sua interezza dal Club Alpino Italiano che, insieme al Club alpino accademico, crede fortemente nell’importanza di offrire un’opportunità alle nuove generazioni, perché possano avere i mezzi attraverso cui mostrare e sviluppare il proprio talento.

Il percorso formativo non prevede costi vivi per i partecipanti, salvo quelli relativi al viaggio per raggiungere le diverse località di svolgimento delle settimane. Allo stesso modo, anche per la spedizione non vi saranno costi fissi a carico degli stessi.

I dodici partecipanti alle settimane, come i sei ammessi alla spedizione, saranno però tenuti al tesseramento Cai e alla stipula del’assicurazione in attività personale che il Cai mette a disposizione dei soci, nonché all’assicurazione per attività extra europea per il periodo della spedizione.

Il progetto “Cai Eagle Team” rappresenta quindi un’esperienza e un’opportunità unica nel suo genere.

Per approfondire

pdfI criteri di selezione

pdfIl programma

Per informazioni e adesioni

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il form di iscrizione è disponibile al seguente indirizzo: https://www.cai.it/andare-in-montagna/alpinismo/progetto-cai-eagle-team/

Se ne parla anche qui:

https://www.sportmediaset.mediaset.it/altrisport/missione-patagonia-2025-della-bordella-special-tutor-del-progetto-cai-eagle-team_60928178-202302k.shtml

https://www.lastampa.it/montagna/2023/02/11/news/eagle_team_il_cai_lancia_laccademia_dellalpinismo_per_giovani_talenti_con_spedizione_finale_in_patagonia-12637655/

https://www.ansa.it/canale_legalita_scuola/notizie/tavoli_legalita/regione/lombardia/2023/02/10/al-via-progetto-cai-eagle-team-per-formare-giovani-alpinisti_2bdbe877-85da-485b-bf8e-3beb739346d6.html

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/cai-eagle-team-12-giovani-alpinisti-progetto-formativo-alpinismo-alto-livello.html

 

Le motivazioni che supportano l'adesione del CAAI al Progetto EAGLE TEAM nelle parole del Presidente Generale Mauro Penasa

Nel progetto CAI Eagle Team ci sono due concetti chiave, per l’alpinismo italiano e per il CAAI

I giovani

L’inizio dell’esperienza di tanti accademici risale a molti anni fa, per molti al momento in cui c’è stata una rivoluzione nei materiali e nella mentalità della scalata su roccia. Per quanto poco si facesse sembrava di essere sulla cresta dell’onda, con grande riflesso sulla nostra autostima. Ma allora c’era una sola disciplina, l’alpinismo, tutti più o meno arrivavamo dalla montagna, tutto ruotava intorno ad essa.

Lo sviluppo successivo dell’arrampicata sportiva ha avuto diversi effetti: ha aumentato considerevolmente il livello, ed il numero di praticanti. Oggi i giovani sanno scalare molto bene, ma spesso non hanno alcuna esperienza dei terreni meno addomesticati, ed ovviamente preferiscono pareti tecniche di alta difficoltà ma con ingaggio tendenzialmente limitato.

L’avventura

C’è un aspetto di consapevolezza che viene dalla frequentazione di terreni di avventura in montagna. La consapevolezza non elimina il rischio ma aumenta le capacità di gestirlo e di ridurne le potenzialità limitanti, con l’effetto di poter arrivare a risultati notevoli. Una delle ragioni per cui si riesce a salire una parete è il sentirsi in confidenza con la montagna, e questo arriva non solo dall’esperienza della scalata, ma anche dall’esperienza della confidenza.

Personaggi come Matteo Della Bordella sono allora indispensabili a trainare un gruppo di giovani ed a spingerlo verso il top dell’alpinismo. Ricordiamoci che l’alpinismo è un fenomeno sociale, e il muoversi in un gruppo di élite è prezioso e motivante. Ovviamente questa operazione va gestita in ambito alpino, ma viene automatica l’idea di verificarne il livello in una spedizione extraeuropea, difficile da organizzare per dei giovani e soprattutto dispendiosa in termini di risorse economiche e di tempo (le prime fisiologicamente scarse per un giovane, il secondo sempre prezioso per chi è davvero preso dalla scalata).

 

Sabato, 21 Gennaio 2023 14:52

MOUNT KENYA - DIAMOND COULOIR

Un grandioso itinerario che ci racconta l’evoluzione dell’alpinismo e le trasformazioni dell’ambiente

Testo e foto di Alberto Rampini e Silvia Mazzani (GISM)

Il Monte Kenya è uno stratovulcano spento che sorge all'interno del Parco Nazionale del Monte Kenya ed è divenuto Patrimonio dell'Umanità Unesco dal 1997. Il parco si trova a circa 150 km a nord-nord-est di Nairobi, la capitale del Kenya.

34 Monte Kenya annotated

E’ la seconda cima dell’Africa per altezza ma è sicuramente la prima per interesse alpinistico. In realtà non si tratta di un'unica cima ma di un complesso gruppo montuoso formato da diverse cime, la più alta delle quali è la Punta Batian (5.199 m), circondata da altre tre cime principali, la Punta Nelion (5.188 m), la Punta John (4.883 m) e la Punta Lenana (4.985 m).

32 KENYA001Monte Kenya versante Sud con al centro il Diamond Couloir. Foto del 1989

37 Punta John e Punta Lenana sulla destraPunta John e Punta Lenana sulla destra

 

33 Mount KeniaA proposito della Punta Lenana ci tengo a ricordare un episodio che ha avuto una amplissima rilevanza mediatica a livello mondiale e che interessa  l’alpinista italiano Felice Benuzzi, scomparso nel 1988.

Prigioniero degli Inglesi in Kenya nel 1943 fugge dal campo di detenzione assieme a due compagni al solo scopo di salire il Monte Kenya. In quindici giorni di “latitanza” tentano la salita alla Punta Batian, ma la mancanza di informazioni e di attrezzatura adeguata li costringe a desistere. Riescono però a salire la Punta Lenana, tecnicamente facile, ma comunque a livello personale un’impresa straordinaria per le modalità in cui viene effettuata. Compiuta l’ascensione tornano al campo di prigionia, come avevano promesso!

Leggi qui questa incredibile avventura

Ma torniamo alla cima più alta (la Punta Batian 5.199 m) sulla quale si concentra il maggiore interesse degli scalatori. La via normale si svolge sulla parete Nord ed è una salita su ottima roccia con difficoltà sul quarto grado. Anche altri itinerari sono stati aperti sulla montagna, ma vengono raramente ripetuti. La cosa più notevole, tuttavia, è la presenza al centro della parete Sud di un couloir di ghiaccio lungo oltre 600 metri, divenuto negli anni settanta del secolo scorso una delle mete più ambite per i ghiacciatori di tutto il mondo. Ed è straordinario il fatto che questo nastro di ghiaccio si trovi su una parete posta a meno di 20 km dall’Equatore.

41 KENYA009

La prima salita del Diamond Couloir venne realizzata da Pete Snyder e Thumbi Mathenge nel 1973, evitando la parte alta più ripida per mezzo di una rampa sulla sinistra; questa imponente sezione superiore, denominata “Headwall”, fu salita per la prima volta nel 1975 da Yvon Chouinard e Michael Covington, che resero famoso il Diamond Couloir come una delle più grandi vie di ghiaccio del mondo per il tempo. pdfAAJ_1976.pdf

Una immensa cascata di ghiaccio proprio al centro dell’Africa. Una cosa da non credere!

Tutto questo era reso possibile dal clima particolare di questa regione, caratterizzato da due stagioni belle e secche (da dicembre a marzo e da luglio a ottobre) inframmezzate da alcuni mesi piovosi e quindi abbastanza nevosi in quota. L’alternarsi di queste diverse fasi permetteva il formarsi di abbondanti cascate di ghiaccio lungo tutto il couloir, sfruttabili al meglio in alcuni periodi delle due stagioni di bel tempo.

Il Monte Kenya ha un tipico clima montano equatoriale e anche nella bella stagione si possono verificare dei cambiamenti improvvisi: al mattino il tempo è in genere buono, mentre nel pomeriggio e in serata si alzano le nebbie e spesso si verificano piovaschi e anche nevicate.

Purtroppo negli ultimi anni un'importante variazione strettamente legata al riscaldamento globale ha cambiato i giochi: il clima attuale sul Monte Kenya è ancora piuttosto umido, ma notevolmente meno che nel secolo scorso e questo ha determinato un calo drastico della copertura glaciale rendendo inscalabile il Diamond Couloir.

La mia esperienza nel gennaio 1989, quando il Diamond Couloir era ancora una lunga striscia bianca

Nei primissimi giorni di gennaio 1989, quando subito dopo le vacanze di Natale volai in Kenya con i miei amici Angelo Pozzi, Massimo Boni, Daniele Pioli e Silvia Mazzani per salire il Diamond Couloir, avevo ben poche notizie: sapevo della mitica prima scalata della Headwall (Yvon Chouinard e Michael Covington nel 1975) e della prima ripetizione italiana ad opera degli Accademici Fausto De Stefani e Italo Bazzani nel 1979. Sapevo anche che il mese di gennaio era un periodo con buone condizioni “meteo”, anche se probabilmente non era il migliore per l'arrampicata su ghiaccio sulla parete sud del Monte Kenya, ma era il periodo che avevamo tutti a disposizione per cui decidemmo di tentare comunque questa magnifica linea. L’idea di piolet traction all’equatore era veramente stimolante.

3 Diamond Couloir attacco su roccia Genn 1989Diamond Couloir attacco su roccia Genn 1989

 

8 Diamond Couloir Attacco su roccia Anno 1989Diamond Couloir Attacco su roccia Anno 1989

2 The Headwall comera nel 1989The Headwall come era nel 1989 al momento della nostra salita

 

Anche se un po' ridotta rispetto alle sue condizioni negli anni '70, trovammo ancora questa via come una striscia di ghiaccio bianco, che solcava meravigliosamente la parete sud-ovest del Monte Kenya. Fu per tutti un'esperienza soddisfacente, sia per la bellissima arrampicata su ghiaccio che per il bel tempo e l'ambiente superbo. Le condizioni eccellenti della montagna ci permisero di fare la salita agevolmente in giornata, nonostante le difficoltà incontrate per riuscire a prendere la colata di ghiaccio al suo inizio, sopra la crepaccia terminale.

Un duro tiro in dry-tooling (anche se allora non si chiamava così) ci fece capire che la situazione era ben cambiata nei 14 anni passati dalla data della prima salita, avvenuta lungo uno scivolo ghiacciato fin dal suo inizio.

 

 

 

 

 

9 Il primo tratto su ghiaccio sottile Anno 1989Il primo tratto su ghiaccio sottile Anno 1989

11 Verso la Head WallVerso la Head Wall

 

19 La sezione centrale del DiamondLa sezione centrale del Diamond

22 Luscita dal Diamond verso il Gate of the MistsUscita dal Diamond verso il Gate of the Mists

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

3a Il minuscolo bivacco sulla vetta della Punta NelionIl minuscolo bivacco sulla vetta della Punta Nelion 40 La Two Tarns HutLa Two Tarns Hut

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arrampicata su ghiaccio, alpinismo e riscaldamento globale.

Il riscaldamento globale sta sciogliendo tutte le superfici ghiacciate della terra, dalla calotta artica ai ghiacciai alpini ai più grandi ghiacciai himalayani a quelli andini e a quelli equatoriali, ovviamente! Purtroppo il riscaldamento globale, al di là delle gravi problematiche che provoca a livello planetario,  sta minacciando non solo l'arrampicata su ghiaccio, ma tutte le attività alpinistiche di media e alta montagna. Anche le costruzioni rocciose possono essere danneggiate; infatti negli ultimi decenni, e sempre più frequentemente negli ultimi anni, nelle Alpi si stanno verificando innumerevoli frane, principalmente nelle Alpi Occidentali, ma talvolta anche nelle Dolomiti e nelle Alpi Orientali, causate dal degrado delle zone interne di permafrost, che dovrebbero rimanere permanentemente ghiacciate. Queste invisibili zone di permafrost vengono danneggiate dal susseguirsi di scioglimenti e gelate, dando origine ad una generale instabilità dell'intero edificio roccioso.

5 Austrian Hut 4790 mAustrian Hut 4790 m

Negli ultimi anni, lentamente ma inesorabilmente, anche la bellissima linea di ghiaccio del Diamond Couloir ha iniziato a diventare una delle innumerevoli vittime del riscaldamento globale, fino a quando all'inizio degli anni 2000 è stata ritenuta inscalabile, per l'assenza di ghiaccio nella parte inferiore della via.

Eppure nell'agosto 2005 quattro alpinisti statunitensi riuscirono ancora a salire l'intero Diamond Couloir e dando la notizia sul web affermarono che il Diamond brillava ancora: prima Kitty Calhoun e Jay Smith e il giorno dopo Jim Donini e Brac McMillon. Riferirono che la via si era trasformata in una moderna via di ghiaccio molto difficile con la parte iniziale da percorrere in dry tooling. Notevole anche il pericolo di scariche dall’alto.

 pdfAAJ_2006.pdf

Lo stesso anno, in ottobre, anche la guida svizzera Fred Salamin salì il canalone e trovò buone condizioni di ghiaccio su tutta la via. Una possibile spiegazione è che la stagione delle piogge autunnali, fino a quel momento evitata dagli scalatori a causa del maltempo, sia diventata forse la stagione migliore per scalare il Diamond Couloir, avendo fortuna con il meteo. Un'altra possibile spiegazione è che l'anno 2005 sia stato un anno eccezionale per quanto riguarda le condizioni del ghiaccio.

Una successiva salita del Diamond Couloir venne effettuata nel 2006, il 17 gennaio, da Julian Mathias (USA).

Da allora, per 12 anni, non si è avuta notizia di ulteriori ripetizioni. In effetti il Diamond Glacier, situato all'uscita del Diamond Couloir e che lo alimenta, purtroppo ormai non è altro che una macchia di neve: confrontando l'attuale copertura di ghiaccio con quella degli anni '80 la differenza è davvero drammatica. 

Qualcuno pensa quindi che il Diamond Couloir sia sulla via di un tramonto definitivo.

Come un imprevedibile colpo di scena, tuttavia, nell’ottobre 2018 il keniota Julian Wright e il sudafricano Trystan Firman in due giorni di dura lotta riescono a salire il Diamond approfittando di condizioni meteorologiche straordinarie e di una stagione insolitamente umida e piovosa.

Leggi qui la loro relazione e lo schema tecnico delle difficoltà incontrate.

E’ chiaro che il Diamond Couloir, se in futuro qualcuno accetterà il rischio di percorrerlo, non sarà più una difficile via di ghiaccio ma una difficilissima via di sottile ghiaccio fantasma e dry tooling, esposta a frequenti cadute di pietre per il generale disgelo.

Anche la salita alla Punta Lenana, effettuata da Silvia Mazzani durante la nostra spedizione del 1989 interamente su ghiaccio, è oggi ridotta ad un pendio di roccette e la salita avviene su tracce nella parte bassa e poi lungo una ferratina nella parte sommitale, dove il ritiro del ghiaccio ha lasciato scoperte rocce più impegnative.

Una ulteriore prova inconfutabile dei cambiamenti climatici che interessano l’intero pianeta.

42 Punta Lenana nel 1989Punta Lenana nel 1989

 

Punta Lenana e i resti del suo ghiacciaio in una recente immaginePunta Lenana e i resti del suo ghiacciaio in una recente immagine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leggi qui un interessante articolo sul Diamond Couloir, dal sito americano Summitpost.org

1 Punta John e sullo sfondo lattacco del Diamond Couloir Genn 1989Punta John e sullo sfondo attacco del Diamond Couloir Genn 1989

15 Il Campo alla Two Tarn HutIl Campo alla Two Tarn Hut

 

 

 

 

Lunedì, 16 Gennaio 2023 10:58

Per sito web001

 

 

 

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Gli Annuari precedenti - Parte Prima

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Martedì, 27 Dicembre 2022 20:52

Ancesieu è il nome della montagna che incombe con alti e direi quasi oppressivi dirupi sui villaggi posti sul fondo del breve Vallone di Forzo, tributario della Val Soana. E’roccioso il versante che si protende a Sud Ovest con balze impressionanti che da sempre hanno attirato gli sguardi degli alpinisti (pochi) che sono transitati lungo quel solitario solco vallivo.

Ora i dirupi dell’Ancesieu sono solcati da numerosi itinerari di arrampicata. Sono note le eccezionali vie di scalata sportiva tracciate da Manlio Motto all’inizio degli anni ’90 sulla grande parete dell’Anticima. E’ rinata l’antica “Strategia del Ragno” sulla parete della cima principale grazie all’opera di pulizia e sistemazione da parte del compianto Adriano Trombetta. Infine ha contribuito alla celebrità del luogo la difficilissima via “La Cruna dell’Ago” sulla parete dell’Anticima, tracciata da Rolando Larcher con Andrea Giorda e Maurizio Oviglia.

Insomma il nome di Ancesieu è ormai molto noto tra gli scalatori anche se la frequentazione non è quella di altri luoghi delle alpi Torinesi come Caporal, Sergent, Sea. Ma questa cima complessa ha una storia che inizia negli anni ’70 quando il suo toponimo non diceva niente a nessuno. Su Monti e Valli, notiziario della Sezione di Torino del CAI, ho raccontato, nel numero 19 – 1982, l’inizio della storia dell’Ancesieu. Rileggendola a 40 anni di distanza mi è venuto voglia di riproporla.

Ugo Manera 

L’alpinismo ha una sua storia densa di avvenimenti avventurosi, a volte drammatici, che lo rendono avvincente anche per chi non lo pratica assiduamente. Anche in alpinismo il soggetto delle storie, come in altre attività, è sempre e solamente l’uomo. La montagna più alta o la parete più difficile non sono che dei riferimenti che assumono importanza determinante solo se l’uomo vi proietta sopra il proprio interesse. Non appena l’inesauribile sete di novità dell’alpinista inventa un altro problema quella montagna o quella parete perdono di attualità ed il loro nome non rimane che a significare un riferimento storico del passato

La quota di una cima o l’altezza di una parete solo occasionalmente rappresentano dei fattori primari come selezione di importanza dell’evento alpinistico. Il superamento di un passaggio su una paretina breve può diventare un fatto evolutivo più importante della scalata di una cima himalayana. Tutto dipende dagli interessi di attualità tra gli scalatori di punta.

La storia alpinistica genera letteratura, sarà una letteratura in tono minore ma è innegabile che poche altre attività di evasione dell’uomo moderno spingono i protagonisti a scrivere come l’alpinismo. Non sempre gli scritti più avvincenti hanno per oggetto il racconto di imprese su montagne celebri; spesso si scoprono motivi interessanti ed evolutivi nel racconto di vie aperte su pareti nascoste sui fianchi delle valli, ai piedi delle grandi montagne.

Restando in ambito alpinistico piemontese, e scorrendo le numerose pubblicazioni che di tale attività trattano, troviamo spesso delle pagine avvincenti che raccontano la conquista di pareti a bassa quota. Sono degli avvenimenti alpinistici che, nel contesto storico dell’arrampicata su roccia, rappresentano dei punti di riferimento importanti, e non solo per l’alpinismo locale. Basta ricordare i vari scritti che raccontano della Parete dei Militi in Valle Stretta, ed ancora il bel racconto di Gian Piero Motti dedicato al Caporal, pubblicato su Scandere 1974.

I fianchi delle valli Canavesane offrono un campo inesauribile per l’arrampicata ad alto livello. Dopo la scoperta dello Scoglio di Mroz e del Caporal da parte di Motti e mia, fu anche lo scozzese Mike Kosterliz a valutare la dimensione di queste possibilità. Il forte scalatore, che per qualche stagione arrampicò con noi, ci diede un bell’aiuto nell’ampliare i nostri orizzonti arrampicatori che, a dire il vero, erano allora abbastanza limitati.

12 Ancesieu pareti SO e SSOAncesieu pareti SO e SSODopo la vasta esplorazione delle possibilità del Caporal e delle limitrofe pareti dei dirupi di “Balma Fiorant”, ci voleva qualche cosa che andasse oltre, che rappresentasse un impegno più completo e totale delle pur complesse vie tracciate sulle bastionate della Valle dell’Orco. Una parete che richiedesse più giorni di impegno, l’uso delle tecniche più moderne ma con l’esclusione del perforatore e dei chiodi a “pressione”.

Quella parete esisteva ed era già stata scoperta quasi contemporaneamente al Caporal. Solo che i numerosi tentativi venivano condotti in gran segreto: era la parete SO dell’Ancesieu.

L’Ancesieu è una vera cima, la sua quota è 1885 m. Posto nel Vallone di Forzo, tributario della Val Soana, presenta un grandioso versante sud-ovest con impressionanti e complesse pareti granitiche che incombono sulle borgate che circondano Molino di Forzo.

Per innumerevoli anni l’Ancesieu non fu che un insormontabile ostacolo ai montanari che per vivere dovevano strappare all’impervio terreno ogni manciata di erba possibile ed ogni tronco d’albero che riuscivano a raggiungere. I montanari dei tempi andati sui fianchi dell’Ancesieu si sono spinti superando i combetti più ripidi per strappare ben magre risorse. Ancora oggi si trovano tracce di opere ardite che consentivano il passaggio tra lisce placche di roccia compatta.

15 Ancesieu parete SO sullaAncesieu parete SO sulla sinistra la Guglia del Frate

E’ con un senso di tristezza che si osservano queste opere scomparire inghiottite dal tempo, sono il frutto di un duro lavoro e la testimonianza di un periodo importante della storia della dura vita in quelle vallate alpine. A ricordare quei tempi rimangono suggestivi toponimi come quello del Combetto degli Embornei che rappresenta il migliore accesso alle grandi pareti dell’Ancesieu.

1 Risalita cordeRisalita corde fisse all'Ancesieu

2 Prima ascensione paretePrima ascensione parete SSO

 

3 IsidoroIsidoro Meneghin in aperturaQuelle pareti di gneiss, verticali, a volte strapiombanti, non potevano sfuggire agli occhi degli scalatori. Certamente all’inizio non si trattò che di un interesse spettacolare, lo stesso che ogni alpinista, seppur modesto scalatore, prova al cospetto di una parete che appare di elevata difficoltà. Io stesso, nel lontano 1958, alle prime armi come alpinista, sostai a lungo sotto quelle pareti tracciando, con la fantasia, vie impossibili per il futuro da me immaginato per il mio alpinismo.

Nel 1962, sui fianchi dell’Ancesieu, avviene il primo fatto di rilevanza alpinistica: Enrico Frachey con F. Vallesa raggiunge l’ardita “Guglia del Frate” salendo lungo lo spigolo S. E’ questo un ardito e curioso monolito a cuspide strapiombante, ben visibile dal fondo valle. La via tracciata per raggiungere la suggestiva guglia offre una interessante arrampicata, mista libera ed artificiale. Conosce alcune ripetizioni ma l’accesso lungo e complicato non attira gli scalatori.

La storia delle imponenti pareti del versante SO inizia poco dopo la scoperta del Caporal della valle dell’Orco quando Antonio Cotta e Giulio Saviane danno il via ad una lunga serie di tentativi che si concluderanno solo nel 1980. Scelgono la parete della cima principale il cui accesso è lungo e difficile e si svolge lungo il ripidissimo canale che scende fino in fondo valle. Il più agevole accesso attraverso il Combetto degli Enbornei, già percorso dai montanari, verrà riscoperto solo dopo il felice esito dell’impresa.

I primi tentativi di Cotta e Saviane vengono portati a destra di quella che sarà poi la via di salita, lungo un percorso che assumerà il nome di: “variante del Preambolo”. Almeno quattro tentativi non portano gli intraprendenti scalatori oltre la grande cengia erbosa posta ad un terzo della parete. Un grande tetto sembra impedire ogni possibilità di salita.

Dopo questa fase iniziale dei tentativi si ha notizia di approcci da parte di altri scalatori, probabilmente locali, dai quali viene tentato un attacco diretto. Infatti più tardi verrà reperito un ancoraggio da doppia lungo quello che sarà il percorso della via diretta.

 

7 Anticima AncesieuAnticima Ancesieu

 

8 Anticima Ancesieu pareteIn apertura all'Anticima dell'Ancesieu

14 Ancesieu parete SO ManeraManera in apertura all'Ancesieu parete SO

 

11 Ancesieu SSO alleAncesieu SSO alle prese con il tetto

Fin dai primi tentativi risultano evidenti le caratteristiche dell’arrampicata sull’Ancesieu: la roccia è compatta, avara di fessure, quelle arrampicabili sono spesso intasate da ciuffi d’erba tenace; nei tratti ove occorre ricorrere all’arrampicata artificiale la chiodatura è molto tecnica e laboriosa. Malgrado queste problematiche l’ambiente esercita un fascino particolare che spinge i volonterosi protagonisti a ritornare con accanimento sul difficile problema.

Antonio Cotta è un “liberista” di grande qualità, molte volte ci ha lasciati di stucco superando con eleganza dei passaggi da masso sui quali noi ci spelavamo inutilmente le dita. Quando però l’arrampicata diventa una dura lotta ed è necessario ricorrere all’arte più raffinata nella posa di ancoraggi precari, non è più affar suo; per questo i vari tentativi condotti non andarono oltre la cengia erbosa.

Le operazioni Cotta-Saviane vennero sempre condotte in grande segreto, nessuno o quasi, nell’ambiente torinese, ne era al corrente. Giunti però al punto morto della cengia sotto al grande tetto, e per il fatto che Saviane si ritirava dalla competizione, ad Antonio non rimase che chiedere aiuto. La scelta non poteva cadere meglio: Isidoro Meneghin! Isidoro è un grande specialista nell’arte della chiodatura sofisticata e nell’aprire vie sulla roccia più ostica. Era solo una questione di tempo ma con l’apporto di Meneghin il successo era assicurato.

All’inizio del 1980 riprendono le operazioni sulla grande parete dell’Ancesieu: Cotta, Meneghin e Biagio Merlo salgono lungo la variante del Preambolo ed esplorano, scendendo in corda doppia, l’attacco diretto che viene superato in un secondo tentativo da Cotta e Meneghin che lasciano due corde fisse. I due ritornano e, salendo per il vallone del rio Arcando, raggiungono la vetta dell’Ancesieu. Scendono in corda doppia fino alla base della parete, risalgono fino alla cengia ed aggiungono, al di sopra, un’altra corda fissa.

8 Anticima Ancesieu pareteAnticima Ancesieu parete SSO in aperturaFinalmente il 31 maggio 1980 la parete è vinta. L’ascensione è portata a termine in giornata grazie alle corde fisse lasciate in precedenza. A concluderla sono: Cotta e Meneghin ai quali si è aggiunto il talentuoso Giovanni Bosio. In considerazione delle tante e pazienti operazioni Isidoro denomina la via: “La Strategia del Ragno”.

Un cruccio rimane però a Meneghin: da metà parete, per evitare un bivacco, è stata scelta una soluzione di ripiego: i tre sono saliti lungo dei diedri che, in obliquo, portano a sinistra della cima mentre la soluzione ideale sarebbe passata lungo una serie di formidabili diedri chiari che conducono direttamente in cima.

Anche l’ultima fase dell’”operazione Ancesieu” venne condotta in grande riserbo ed il segreto rimase anche dopo la felice conclusione dell’impresa. Isidoro, tornato con Cotta per ricuperare del materiale lasciato, si rese conto che la parete che cade dall’Anticima Sud sul Combetto degli Emburnei, era ancora più maestosa di quella della cima principale, vinta tracciando la Strategia del Ragno. Decise perciò di prepararsi ad affrontare il nuovo straordinario problema mantenendo il segreto onde evitare di essere preceduto da possibili concorrenti.

Scoprì in solitaria l’accesso attraverso il Combetto degli Eburnei e portò, e nascose, alla base della sconosciuta parete delle corde e del materiale.

A questo punto avviene il mio ingresso nella storia di questa straordinaria struttura rocciosa. Già ne conoscevo l’imponenza per averla osservata transitando per il Vallone di Forzo verso altri obiettivi; poi successivamente, con Claudio Sant’Unione, ignari dei tentativi in corso, avevamo condotto una esplorazione raggiungendo la cima dell’Ancesieu. Ingannati però dall’erba che sembrava ingombrare le fessure percorribili, avevamo avuto un’impressione negativa e desistemmo da mire di conquista.

All’inizio dell’estate 1980 avevo scoperto che nell’alto Vallone di Lasinetto esistevano delle pareti che risultavano mai scalate. Mi accordai con Meneghin per andarle a tentare e, un sabato, ci avviammo lungo quel dimenticato vallone. Ad una svolta del sentiero ci fermammo per una breve sosta: di fronte a noi si ergeva maestosa la parete SSO dell’anticima dell’Ancesieu. Manifestai la mia ammirazione per quell’appicco ed Isidoro sorpreso mi chiese:

Ancesieu la parete SO della Strategia del RagnoAncesieu la parete SO della Strategia del Ragno

<<Ti interesserebbe tentarne la scalata?>>

<< Certo>> Risposi.

<<Credevo non ti interessasse>> riprese, ed iniziò allora a raccontarmi la lunga storia della Strategia del Ragno che io, come tutti, ignoravo. Mi disse anche del materiale che aveva nascosto alla base della parete e mi propose di tentarla insieme nell’autunno a seguire.

Quella parete rappresentava con evidenza qualche cosa che andava oltre ciò che avevamo realizzato fino ad allora nelle valli torinesi: la sua ascensione, ammesso che fosse possibile, avrebbe richiesto più giorni ed un impegno totale.

Rimaneva in me un po’ di perplessità nel pensare di affrontare le fessure con erba ed i numerosi strapiombi ma nello stesso tempo andavo ricercando problemi di difficile soluzione onde allenare la mia determinazione in previsione di un grande obiettivo himalayano in progetto per l’anno dopo.

Nell’inverno che seguì la scarsità di precipitazioni ci consentì di arrampicare in continuità e così venne il momento della SSO dell’Anticima dell’Ancesieu. La prima ascensione di quella parete ci richiese tre giorni di scalata più uno dedicato da Isidoro in solitaria ad attrezzare la discesa lungo quello che egli chiamava: il “Pilastro d’Angolo” che delimita le pareti SO e SSO.

Ogni volta si saliva un tratto di parete, si fissavano vecchie corde lungo le quali si scendeva a fine giornata e si risaliva nei tentativi seguenti, quando le condizioni meteorologiche ritornavano favorevoli.

Ricordo le salite e discese notturne lungo il Combetto degli Emburnei che il gelo invernale ornava di gobbe e cascate di ghiaccio; le lunghe soste al freddo mentre il compagno saliva, nella spasmodica attesa di un raggio di sole. Le risalite lungo le corde fisse ruotando nel vuoto staccati dalla parete e l’emozione di una corda quasi tranciata dallo sfregare su uno spigolo di roccia a seguito di alcuni giorni di vento forte. Infine il ricordo più bello: l’uscita dalla via al termine del terzo tentativo, nella luce sfolgorante del sole di un tramonto invernale, lungo la splendida fessura che incide lo strapiombo terminale.

Per superare quella parete siamo ricorsi a tutte le risorse della nostra tecnica: passaggi su “cliff-hanger” quando scomparivano le fessure, sottili “rurp” quando le fessure si riducevano a microscopiche screpolature della roccia, pulizia dai ciuffi d’erba lungo le fessure arrampicabili. Anche però entusiasmanti lunghezze di arrampicata libera e spettacolari visioni create dai raggi del sole nelle sottostanti orride gole, in un gioco fantasioso di luci ed ombre.

10 Ancesieu SSO discesaAncesieu SSO discesaLa SSO dell’Anticima dell’Ancesieu ci ha costretti ad una dura lotta che però, ha suscitato un grande entusiasmo che è durato in noi per molto tempo, quasi avessimo risolto un problema importante. Come è nostra abitudine non abbiamo lasciato chiodi sulla via salvo qualche ancoraggio rotto non utilizzabile. Il tracciato è nelle condizioni in cui lo abbiamo trovato noi, salvo qualche fessura liberata dall’erba e la certezza che si può uscire.

Il nostro interesse per l’Ancesieu non si era esaurito con la salita della parete dell’Anticima. Isidoro non era soddisfatto della conclusione della “Strategia del Ragno”, la metà superiore della via gli appariva come un ripiego e restava irrisolto il problema della linea diretta lungo i diedri che conducono alla cima.

Il primo maggio del 1981 siamo nuovamente nel vallone di Forzo, è nevicato recentemente, le rocce verticali son pulite ma sui pendii c’è della neve fresca. Dalla borgata Tressi, salendo a sinistra delle pareti, a prezzo di una enorme fatica e pestando molta neve fresca, raggiungiamo la vetta dell’Ancesieu. Da qui ci caliamo a corde doppie fin a portarci sulla cengia ove il percorso della Strategia del Ragno sfugge verso sinistra. Attacchiamo la serie di diedri che conducono direttamente alla cima e li superiamo con arrampicata mista di grande impegno. Sarà la via della “Sveglia”.

A conclusione della nostra scalata, sul finire del giorno, ci avviamo per l’interminabile discesa lungo il vallone del rio Arcando. L’Ancesieu ci è costato impegno intenso e tanta fatica, ma, a conclusione, ne è valsa la pena.

Ugo Manera

 

 

 

 

ANCESIEU La strategia del ragno

Leggi qui la relazione versione trad

Leggi qui la relazione post ristrutturazione 2011

Lunedì, 21 Novembre 2022 19:37

Convegno-Assemblea del GRUPPO ORIENTALE

Mestre 26 novembre 2022

 

LOCANDINA CONVEGNO ACCADEMICO MESTR

 

 

Si terrà a Mestre sabato 26 novembre il Convegno autunnale del Gruppo Orientale presso la sala conferenze dell’Istituto Comprensivo BERNA in Via Bissuola 93 (ampio parcheggio interno).

Alle ore 8,30 aprirà la registrazione dei partecipanti e alle 9,00 avrà inizio il convegno-assemblea, che si concluderà alle 13,00. A seguire il pranzo sociale.

Per gli accompagnatori è prevista la visita guidata al Museo di Arte Moderna M9 di Mestre.

Nel pomeriggio, alle ore 15, nell’Aula Magna ci sarà la proiezione del film “Immenso Blu” curato da Manrico Dell’Agnola e a seguire un contributo di Maurizio Giordani sulla sua carriera alpinistica.

Entrata libera al pubblico.

 

jpgScarica qui la locandina in formato PDF

Martedì, 15 Novembre 2022 23:38

ALPINISMO IN APPENNINO CENTRALE – IL GRAN SASSO

Parte prima – dal 1573 al 1940

Di Massimo Marcheggiani

Massimo Marcheggiani, classe 1952, Accademico e profondo conoscitore delle vicende e dell’ambiente del Gran Sasso, sulle cui pareti ha tracciato e ripetuto innumerevoli itinerari, fissa in queste pagine la storia alpinistica di questo importante Gruppo montuoso.

Oltre cinque secoli fa.

Abruzzo, terra di mare e soprattutto di montagna.

Entroterra scarsamente popolato, villaggi spesso isolati nelle campagne e figuriamoci sulle montagne.

Vita dura, fatta di pastorizia e agricoltura, pecore a milioni e boschi infiniti. Praticamente poco altro. Villaggi molto spesso “nascosti” sulle montagne agli occhi di briganti e razziatori di ogni bene che la terra dà.

Il Corno Piccolo da Nord con i sottostanti ripidi Prati di TiIl Corno Piccolo da Nord con i sottostanti ripidi Prati di TivoTeramo e Aquila (oggi L'Aquila) ambedue città di antica storia sono i due centri principali divisi tra loro da una grande catena di montagne ma uniti dal reciproco scambio di merci. Un mercato ambulante che vede l'attraversamento della grande montagna che li divide. Merci portate a dorso di muli, asini o sulle spalle, fatiche bestiali in cambio di soldi. Fatiche bestiali perché la montagna la attraversano al Passo della Portella, e chi sa dove sta si renderà conto di cosa significasse.

Aquila nel 1500 ha una posizione strategica per svariati motivi, principalmente militari. Un Capitano, ingegnere militare bolognese esperto in fortificazioni, vi risiede da tempo per conto di Margherita D'Austria figlia dell'imperatore Carlo V.

Ora, con tutto il rispetto per Balmat e Paccard e sperando che non se la prendano a male, 213 anni prima della loro salita alla massima vetta del Monte Bianco qualcuno fece dell'alpinismo non sulle alte vette alpine, ma bensì in Italia centrale, ed esattamente su una montagna appenninica.

Il “Capitano” Francesco De Marchi, di ben 69 anni, per motivi immagino strategici e di opportunità militare salì, nell'agosto del 1573, la più alta vetta dell'intera catena appenninica. Assoldati due cacciatori di camosci oltre che pastori nel villaggio dell'attuale Assergi e in compagnia di due altri amici, probabili militari anch'essi, risalgono a cavallo (i militari) fin dove possibile, poi necessariamente a piedi superano l'angusto e ripido Passo della Portella per poi scendere all'attuale Campo Pericoli. Oltre questo, il gruppo sale lungo desolate e assolate pietraie, ripide rocce e infine, non sappiamo esattamente per dove, il Capitano Francesco De Marchi diventa il primo salitore della massima vetta appenninica: Il Gran Sasso D'Italia, allora semplicemente chiamato dai villici abruzzesi Monte Corno, a 2912 metri sul mare. Il Capitano incide a scalpello il suo nome, ormai invisibile, a suggello della sua salita e annota che si trova più in alto di qualsiasi altra montagna che lo circonda, che volteggiano in aria aquile, sparvieri e falconi. Annota la presenza sotto i loro piedi di una grande e ripida distesa di neve (il ghiacciaio del Calderone) e di una infinita e immensa pianura con massiccia presenza di pecore (Campo Imperatore). Non ultimo scrive che non lontano “Con somma maraviglia” si vede il mare (Adriatico). A cosa possa essere servito in seguito aver scalato la montagna non ci è dato sapere, rimane però il fascino di poter pensare cosa possano aver provato, il Capitano e i suoi seguaci, a superare il limite dei luoghi dove la vita aveva senso e logica.

Un salto di centinaia di anni, durante il quale la parte alta della montagna ricade nel suo naturale oblio fatto di camosci e rari cacciatori ad eccezione di altre sporadiche presenze “alpinistiche” (Tra i pochi Orazio Delfico e Pasquale De Virgilis, seconda meta del '700) ci porta oltre la metà del 1800, quando l'interesse per la salita delle vette è diventata ormai moda, facilitata da “villici” o “guide cosiddette” al soldo di borghesi in cerca di prestigio tanto sulla catena alpina quanto in Appennino dove il massimo interesse è per i 2912 metri del Gran Sasso e le sue numerose cime circostanti.

Il Corno Grande visto dalla piana di Campo ImperatoreIl Corno Grande visto dalla piana di Campo Imperatore

I britannici, che tanto si distinguono sulle Alpi, vengono a conoscenza di questa montagna dalla quale al mattino si vede distintamente il mare Adriatico. Il primo anglosassone a visitare la massima vetta appenninica è nientemeno che Douglas Freshfield, già autore di diverse salite ed esplorazioni in Asia. Nella primavera del 1875 dopo un lungo pellegrinare insieme alla sua guida francese Francois Devouassoud tra le Alpi Apuane e interminabili viaggi in treno, in diligenze e calessi arrivano al microscopico villaggio di Casale San Nicola, esattamente ai piedi del versante orientale della montagna e ad appena 660 m. sul mare. Vengono ospitati dal canonico del paese da cui attingono informazioni sulla grande montagna. Dal villaggio, salendo in parte di notte si avviano lungo il fianco destro della grande montagna sovrastati dall'immensa muraglia del cosiddetto (oggi) Paretone.

Tra chiazze di neve e numerosi camosci entrano nel grande Vallone delle Cornacchie, rasentano per intero la verticale parete Est del Corno Piccolo e, ancora più in alto, lungo una scoscesa cresta rocciosa nella tarda primavera del 1875 ed in sole sei ore l'intraprendente Freshfield e il fido Devouassoud toccano la vetta Occidentale del Gran Sasso, oltre 2000 metri dal loro punto di partenza, senza tracce di sentiero e pendii nevosi scalinati dalla brava Guida. Ammirano il mare Adriatico, le articolate pareti, il sottostante ghiacciaio del Calderone: “Il Grande Corno è una vera montagna” dice l'inglese al francese. Dopo una dovuta pausa, in sole due ore e più veloci dei camosci fanno ritorno a Casale San Nicola.

Il Gran Sasso diventa sempre più meta ambita, il CAI di L'Aquila ospita nel 1875 il congresso nazionale del sodalizio e la sempre più intensa frequentazione della montagna porterà in seguito alla costruzione del primo rifugio nella conca di Campo Pericoli ad opera del CAI di Roma, intitolato poi a Giuseppe Garibaldi nel 1886. La scelta logistica si rivelerà in seguito fortemente infelice poiché il rifugio nella stagione invernale viene costantemente e completamente sommerso dalla neve.

Il 1880 vede la prima salita invernale del Corno Grande. E' gennaio e due “nomi illustri” si avventurano salendo dal villaggio di Assergi, sotto il versante sud della montagna. Di solito si saliva con l'ausilio di muli e cavalli fin dove possibile, ma l'inverno questo non lo permette di certo. Due giovanissimi cugini del primo ministro e fondatore del CAI Quintino Sella, Corradino e Gaudenzio Sella accompagnati da “presunte guide” locali tra cui Giovanni Acitelli (diversi itinerari oggi portano il suo nome) si inerpicano lungo i ripidi pendii innevati e ghiacciati. Della comitiva uno solo, Corradino, è attrezzato di piccozza e grossolani ramponi mentre gli altri si arrangiano come possono e le “guide” si affidano ai loro famosi “clienti”. Lungo quella che oggi è la via normale del Gran Sasso, tutti arrivano in vetta. I Sella restano stupiti e ammirati alla vista del mare Adriatico, cosa mai vista da nessun'altra montagna da loro salita e ammirano, data la giornata fredda e tersa, la Maiella, i monti Sibillini, il Velino, il lontano Terminillo e non ultima l'immensa, bianca distesa di Campo Imperatore. 

                               Da sin. Vetta Orientale, Vetta Centrale, Torrione Cambi e parte della Vetta Occidentale; la prima traversata è del 1910 Venti ore dopo aver lasciato Assergi la piccola comitiva vi fa ritorno ed in seguito non mancheranno di scrivere elogi sulla bellezza della montagna accompagnate da critiche benevole sulla inadeguata preparazione delle guide, incapaci di affrontare la montagna d'inverno.

Numerose altre cime piuttosto semplici del massiccio abruzzese vengono salite e risalite; scalare montagne, anche se riguarda ancora una umanità più che benestante, si diffonde sempre più, per moda o ambizione personale ma comunque sia è un'umanità che cresce, si confronta e tecnicamente evolve. Una sola di queste montagne resiste ancora inviolata, ormai ambita data la sua forma ardita: ovunque la si guardi spaventa gli alpinisti dell'epoca. Ripide e insormontabili pareti ed erti e angusti canaloni sono l'ostacolo da superare. Si chiama Corno Piccolo ed è la più bella vetta rocciosa del Gran Sasso. Dalle forme eleganti e una roccia formidabile è tutt'ora la montagna più frequentata dagli scalatori e dagli escursionisti esperti.

Sulle montagne della catena alpina si parla già di quarto e quinto grado di difficoltà, mentre al Gran Sasso si è ancora a livello di escursioni, lunghe e complicate ma pur sempre escursioni. I primi un po’ più intraprendenti sono il già noto Giovanni Acitelli di Assergi ed Enrico Abbate, romano e segretario della sezione CAI capitolina. Abbate con Acitelli come guida sono dunque i primi a osare e riuscire nell'impresa. Salgono dal versante Nord. Dal villaggio di Pietracamela con i muli raggiungono la località Prati di Tivo: da qui a piedi salgono gli interminabili e ripidissimi pendii erbosi che dai Prati portano alle prime rocce levigate della parete Nord. Lungo un profondo e roccioso canale escono in alto su una grande comba di detriti ed erba sottostante la vetta. Da qui i due piegano decisamente verso Ovest raggiungendo una facile cresta e lungo questa la vetta. Abbate relaziona la salita e parla di secondo grado, ma a prescindere dalla difficoltà apre, e con lui Acitelli, le porte all'alpinismo di avventura. Giornata lunghissima quella del romano e dell'abruzzese: saliti appunto dai Prati di Tivo i due scendono dalla vetta di 2655m. non sappiamo esattamente come, lungo la profonda Valle dei Ginepri, poi seguono in discesa la valle Maone e fanno ritorno a Pietracamela lungo il fosso del Rio Arno, immagino stravolti di stanchezza. Fare ancora oggi un giro del genere risulta infinito e presuppone grandissima resistenza anche se non ci sono più segreti di orientamento. I fianchi “difficili” quindi cominciano a capitolare; il protagonista principale è Giovanni Acitelli. Nel 1892 insieme a Orlando Gualerzi sale l'inviolata vetta Centrale del Corno Grande con astuta arrampicata. Sempre con Gualerzi, Abbate e C. Gavini compie la prima invernale del Corno Piccolo nonostante la scarsa attrezzatura ed esperienza. Ancora Acitelli con Gualerzi, Gavina e V. Ribaudi salgono d'estate la parete Sud della vetta massima del Corno Grande lungo la via chiamata “direttissima”, ad oggi la più frequentata in assoluto da chi vuole usare oltre i piedi anche le mani. L'inverno successivo vede ancora l'immancabile guida di Assergi accompagnare Gualerzi e E.Scifoni nella prima invernale alla Vetta Orientale, seconda cima più alta del massiccio.     E' ormai la fine dell'800 e le guide abruzzesi lavorano molto con i signori, sopratutto romani. Vista la massiccia frequentazione della montagna e la illogica ubicazione del rifugio Garibaldi, la sezione di Roma si adopera di nuovo per la costruzione di un rifugio costruendolo sullo spartiacque tra Campo Imperatore e Campo Pericoli. Il nuovo rifugio eretto nel 1908 e dedicato al Duca degli Abruzzi è in posizione diametralmente opposta al Garibaldi: posizione molto panoramica sulla cresta della Portella ma di contro esposto a violenti venti tipici del Gran Sasso e totale assenza di acqua.

Le quattro vette del Corno Grande e il ghiacciaio del CalderonLe quattro vette del Corno Grande e il ghiacciaio del CalderoneI primi 20/30 anni del '900 vedono diverse interessanti realizzazioni. Nel 1910 due austriaci danno un altro notevole impulso alla ricerca di itinerari sempre più complessi. I due alpinisti d'oltralpe Schmidt e Riebeling compiono la lunga e articolata traversata delle tre vette del Corno Grande: passata la notte al rifugio Garibaldi raggiungono la vetta Occidentale, da questa percorrono l'articolato filo di cresta in discesa che li porta alla Forchetta del Calderone, poi tramite un marcato camino sembra che salgano in vetta al Torrione Centrale (oggi T. Cambi, ma di questa loro salita non si ha assoluta certezza) scalano poi la Vetta Centrale, ne discendono il breve fianco Est e per finire sono sulla vetta Orientale a 2903 m. Questa traversata in continuo sali-scendi è ancora oggi una stupenda, panoramica e tutt'altro che banale ascensione che, volendo, si può integrare e completare con la salita del Torrione Cambi quasi sempre evitato lungo un tipico “terrazzo” sospeso sopra il ghiacciaio del Calderone. Di norma non la si percorre quasi mai dall'Occidentale alla Orientale bensì al contrario, percorso molto più logico e sicuro. La traversata, di difficoltà medio bassa, necessita però di intuito nella scelta del percorso, sapersi muovere su roccia anche friabile e stabilità meteorologica.

Quasi in risposta agli austriaci la guida Francesco Acitelli insieme al romano Paolo Haas sale l'infinito canalone che porta oggi il loro nome. Questa salita inizia dalla isolata e remota Valle dell'Inferno e con un percorso non difficile e molto evidente conduce, dopo 1200 metri di salita sulla Vetta Orientale. La vetta ancora inviolata (?) del Torrione Cambi viene salita nel' '14 dalla Guida F. Acitelli con A. Allevi e E. Gallina. In questi anni la SUCAI di Roma torna ad una sua continua presenza sulla montagna, firmando diverse prime salite ormai senza, o quasi, l'appoggio delle guide. Nell'immediato dopoguerra 15/18 i romani C. Chiaraviglio e E. Berthelet salgono per primi l'articolata cresta Sud del Corno Piccolo, altro magnifico itinerario costantemente sospeso sulla precipite parete Est. Fa in seguito furore la salita della più grande, isolata e selvaggia parete dell'intero massiccio del Gran Sasso e di tutto l'Appennino Centrale, oggi conosciuto come “Il Paretone”.

La splendida cresta Nord Est del Corno Piccolo salita da JanneLa splendida cresta Nord Est del Corno Piccolo salita da Jannetta e Bonacossa l’1 novembre 1923Un giovane e intraprendente romano (di adozione) si distingue su tutti decretando la stagione dell'alpinismo senza guide anche su grandi itinerari. Nel '19 Enrico Jannetta, ex tenente degli alpini, apre una nuova via sul Torrione Cambi alzando ancora, anche se modesto, il livello di difficoltà. Nell'estate del '22 prende forma però la sua più importante impresa alpinistica dell'epoca; Enrico Jannetta, insieme a cinque coetanei parte in corriera da Roma fino ad Assergi. Il gruppo dei sei ragazzi attraversa il massiccio del Gran Sasso e dopo quattro giorni dalla partenza raggiunge infine con tende, coperte, cibo e materiale alpinistico la base della immensa parete Est della vetta Orientale. Qui c'è un piccolo corso d'acqua e si fermano per riposare un giorno intero. All'alba del sesto giorno i sei giovani e coraggiosi ragazzi, legati in due cordate da tre affrontano un terreno vasto e ricco di incognite tra canalini, pendii erbosi, placche di roccia a volte friabile e a volte ottima. Scalano ricchi di coraggio e determinazione; la parete è immensa e isolatissima. Un lungo traverso obliquo verso destra con sulla testa gli immensi strapiombi della Farfalla (oggi e non allora chiamata così) porta i ragazzi alla base di slanciati ed evidentissimi pilastri. Li evitano ovviamente continuando nell’interminabile obliquo verso destra da dove, dopo infinite 14 ore di arrampicata e 1500 metri di parete sotto il sedere, escono finalmente in cima alla vetta Orientale. E' un fulmine a ciel sereno perché mai prima di allora si era osato tanto. La via Jannetta al Paretone, con i suoi 1500 metri di sviluppo ancora oggi viene ripetuta ma mai frequentemente. E' senza dubbio, a prescindere dalla bassa difficoltà, un ingaggio di tutto rispetto.

Il Paretone del Gran Sasso e la via Jannetta del 1922Il Paretone del Gran Sasso e la via Jannetta del 1922L'instancabile Enrico Jannetta nello stesso anno è il primo a superare la impervia e ripida parete Est del Corno Piccolo. L'anno seguente, insieme al conte piemontese Aldo Bonacossa apre una lunga via sulla cresta Nord e il giorno seguente l'articolata cresta Ovest della stessa montagna. Un altro importantissimo merito di Jannetta è la precedente scoperta e valorizzazione della palestra di arrampicata del Monte Morra sui monti Lucretili non particolarmente lontani dalla capitale e che in seguito e per quasi 60 anni sarà il riferimento maggiore per intere generazioni di scalatori, in grandissima parte romani.

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli Aquilotti del Gran Sasso nel 1925Gli Aquilotti del Gran Sasso nel 1925E' dell'estate del 1925 la prima solitaria, e forse la prima in assoluto di un certo rilievo, della traversata delle tre (o quattro?) vette del Corno Grande da parte di Giuseppe Bavona che desta un interesse generale, tanto che in seguito ci saranno altre diverse solitarie della bellissima traversata. Oltre lo specifico Corno Grande e Corno Piccolo c'è un’ altra imponente ma secondaria parete che attira gli sguardi di altri due giovani scalatori. Sono Alberto Herron e Piero Franchetti a superare per primi nel 1927 la grande bastionata del Pizzo Intermesoli, che si innalza ripida dalle pendici della tranquilla e amena Valle Maone. I due superano una profonda e lunga spaccatura che divide il secondo dal terzo Pilastro. La via oggi pressoché ignorata termina, come tutte le successive vie aperte in seguito, su dei ripidi prati e rocce friabili sottostanti la vetta.

La montagna, che aveva già visto alcune salite invernali inaugurate dai due cugini Sella, desta nuovamente interesse. Va detto che fino ad allora le salite erano state piuttosto semplici, risalendo vie normali e quindi pendii o semplici e larghi canaloni. E' nell'inverno del 1929 che finalmente si tenta una scalata tecnicamente più impegnativa, dando il via ad un alpinismo molto più avventuroso di quanto non sia stato fatto precedentemente.

 

 

 

 

 

Mario Cambi e Paolo Cichetti durante linvernale alla cresta SMario Cambi e Paolo Cichetti durante l’invernale alla cresta Sud del Corno Piccolo, 12 Febbraio 1929Due ragazzi poco più che ventenni, ma già tra i più bravi e intraprendenti della SUCAI di Roma, Mario Cambi e Paolo Cichetti partono dalla capitale in corriera arrivando ad Assergi il giorno stesso del funerale della nota guida alpina Giovanni Acitelli. L'8 febbraio si avviano quindi verso la montagna già abbondantemente coperta di neve ( l'inverno 1928/1929 verrà censito come uno dei più freddi e nevosi del secolo) nonostante una meteo incerta, e arrivano, probabilmente superando il Passo della Portella, al rifugio Garibaldi. Questo è sommerso di neve e lo trovano oltretutto con la porta aperta; l'interno è invaso di neve. Manca una pala e non riescono a liberare la porta, il camino non funziona e non riescono ad accendere nemmeno un po' di fuoco. Passano la notte come se stessero all'aperto. Il 9, a giorno già avanzato, si avviano lungo pendii colmi di neve verso la Sella dei due Corni superando il Passo del Cannone. Nonostante il forte ritardo sulla ipotetica tabella di marcia Cambi e Cichetti non demordono e dalla sella attaccano le rocce della via Chiaraviglio – Bertelhet. Questa, facile d'estate è letteralmente trasformata e la salita risulta difficilissima e penosa. I due ragazzi stanno inanellando errori su errori. Nel frattempo perdono uno zaino, uno dei due (Cambi) non ha più guanti ma nonostante tutto continuano verso la vetta. Solo poco prima del tramonto, ancora lontani dalla meta decidono di arrendersi. Riescono a tornare alla sella che è già notte. Oggi noi ci chiediamo perché, invece che tornare al rifugio, lontanissimo e stremati e mezzi congelati, non siano scesi per il facile Vallone delle Cornacchie e senza difficoltà alcuna raggiungere l'albergo in costruzione a sole un paio d'ore di cammino e qui trovare rifugio per poi scendere facilmente a Pietracamela.

No, invece dopo aver cercato e recuperato lo zaino perso risalgono faticosamente al Passo del Cannone, attraversano la Conca degli Invalidi e infine a notte fonda il Garibaldi. Tutto con la neve oltre le ginocchia. Togliendo gli scarponi realizzano di avere ambedue avanzati stati di congelamento ai piedi e Cambi ad una mano. Il 10 restano fermi, non riescono a calzare gli scarponi e fuori si è scatenata una tormenta che accumula neve su neve. L11 febbraio non cambia nulla e restano fermi, senza ormai cibo e infreddoliti fino alle ossa. Il 12 non hanno più alternativa: scavano con le mani un pertugio per uscire dal rifugio letteralmente sommerso dalla neve e tentano disperatamente di scendere a Pietracamela. La marcia è assolutamente penosa, Mario Cambi non ce la fa più, si ferma e muore di stenti tra le braccia del suo amico Cichetti non può fare altro che provare a salvarsi, continua la sua disperata discesa ma è arrivato alla fine di ogni più piccola risorsa fisica. Crolla nella neve fonda anche lui, nel bosco a ormai due soli chilometri dal piccolo paese. Le ricerche dei due si avviano quanto prima ma senza esito. Cichetti viene ritrovato intorno al 20 Febbraio. Il corpo di Mario Cambi verrà invece ritrovato molto più in alto, soltanto nel mese di aprile. La ricostruzione di questo primo, tragico e drammatico evento si è resa possibile grazie ad alcuni scritti che i due sfortunati ragazzi hanno lasciato nel rifugio Garibaldi, scritti che fanno pensare avessero ormai sentore della loro imminente fine.

L'alpinismo in Abruzzo e in centro Italia in quegli anni viveva di una notevole inferiorità sia tecnica che culturale in confronto all'enorme e intraprendente movimento che cresceva sulle Alpi dove italiani, tedeschi, austriaci e francesi si rincorrevano e sfidavano nella soluzione di già grandi problemi. Basti pensare al sesto grado della via di Solleder e Lettenbauer sulla immensa parete nord Ovest del Civetta salita nel 1925 confrontandola con quanto scritto sopra, dove il quarto o il quinto grado non si sapeva ancora cosa fossero. Per quanto riguarda invece l'alpinismo invernale degli anni a seguire aprirò un capitolo a parte.

Corriere in partenza da Isola del Gran Sasso. Sullo sfondo la parete ECorriere in partenza da Isola del Gran Sasso. Sullo sfondo la parete ECi pensano alpinisti aquilani a colmare, anche se con l'evidente ritardo, il gap tecnico ormai in continua evoluzione sulle Alpi quando le “grandi” scalate al Gran Sasso erano ancora limitate alla salita di Jannetta al Paretone e oggettivamente poco altro. I fratelli Domenico e Dario D'Armi, insieme a Manlio Sartorelli nell'estate del 1931 salgono in due giorni la lunga e imponente cresta Nord della vetta Orientale, che con i suoi 1150 metri fa da spartiacque tra il Paretone e il vasto Vallone delle Cornacchie; salgono dalla base superando un ostico camino con un breve tunnel, oltre una marcata cengia (cengia dei fiori oggi) seguono la non lineare cresta con problemi di orientamento, fatta di muri, creste, camini di roccia mai particolarmente solida ma innalzano improvvisamente il livello tecnico fino al quarto grado, con un verticale muro che sfiora il quinto.   Domenico D'Armi era senz'altro il migliore tra gli alpinisti abruzzesi ormai molto presenti sulla grande montagna, mentre i romani, forse memori della precedente tragedia sono di nuovo quasi assenti. Domenico, detto “Mimì” D'Armi sembra quasi scatenarsi nel realizzare prime salite e ad affrontare difficoltà senza timori reverenziali.

La punta dei due e sullo spigolo la via di GervasuttiLa Punta dei due e sullo spigolo la via di Gervasutti Bruno Marsili, futuro medico condotto di Pietracamela (poi medico in alcune spedizioni abruzzesi in Himalaya negli anni dopo la guerra) e D'Armi aprono una elegante via su un evidente torrione chiamato in seguito Punta dei Due in loro onore. Ancora D'Armi nel '33 apre con Antonio Giancola lo spigolo Sud Sud Est della vetta occidentale (oggi ripetutissimo) con un passaggio che fa pensare ad un ipotetico sesto grado, cosi come nella salita della via dei Pulpiti alla Vetta Centrale aperta dagli stessi nel '34 con difficoltà complessive maggiori rispetto allo spigolo, sfiora o raggiunge il fatidico sesto grado. A introdurre ufficialmente questo mitico grado è nientemeno che “il Fortissimo” Giusto Gervasutti che insieme al conte Bonacossa sale l'aereo spigolo della Punta dei Due. A tale proposito va detto che il passaggio più duro della via dei Pulpiti non è affatto inferiore al sesto grado di Gervasutti.

Se dal versante aquilano D'Armi ha il suo da fare, di contro dal piccolo paese di Pietracamela non stanno certo con le mani in mano. Già nel 1925 l'allora medico condotto e alpinista Ernesto Sivitilli fonda, diversi anni prima dei Ragni di Lecco e degli Scoiattoli di Cortina, il gruppo “Aquilotti del Gran Sasso” riunendo intorno a se alcuni ragazzi del paese e li introduce all'alpinismo. In uno sperduto villaggio lontano da tutto e tutti Sivitilli porta una ventata di rinnovamento sportivo e culturale. Tra gli “Aquilotti” i più intraprendenti si chiamano Bruno Marsili, Antonio Giancola, Antonio Panza che apriranno importanti itinerari, ancora oggi ripetuti per logica ed estetica.

Nel massiccio del Gran Sasso, verso il termine della catena orientale troneggia il Monte Camicia. Con la sua tetra e friabile parete Nord sovrasta il paese di Castelli, da sempre antagonista di Pietracamela. Era opinione comune che la vasta e repulsiva parete in questione fosse impossibile. A mettere in discussione “l'impossibile” ci pensa l'intraprendente Bruno Marsili con il forte Antonio Panza. Nel mese di ottobre del '34 i due affrontano decisi la parete. Un dedalo di canalini, balze rocciose miste ad erba, pilastrini di dubbia tenuta e tanti sfasciumi creano difficoltà non tanto di grado quanto di intuito e attenzione, la roccia friabile non garantirebbe affatto la tenuta di un volo. Marsili e Panza superano infine un facile canale sotto una fastidiosa pioggia ma dopo 2000 metri di arrampicata giungono finalmente in vetta. Non sia mai!!! I pochi scalatori di Castelli e paesani vari non vogliono assolutamente credere che i due di Pietracamela possano aver superato l'immensa parete, non è possibile! In paese vengono addirittura derisi e presi per sbruffoni. Anche a Teramo in ambiente CAI nessuno crede a Marsili e Panza. Toccati nell'orgoglio abruzzese il 15 di agosto del '36 Marsili e Panza si portano di nuovo sotto la Nord con tanto di testimoni. I due “Aquilotti” scalano di nuovo l'intera parete e a conferma e dispetto dei castellani, lasciano un evidente drappo rosso molto in alto. La prova inconfutabile della loro impresa, che verrà ripetuta per la prima volta soltanto 31 anni dopo dai forti ascolani Francesco Bachetti e Giuseppe Fanesi.

Pochissimi anni dopo, il 10 giugno del 1940 da un balcone di Piazza Venezia a Roma un uomo al potere porta l'Italia intera in una devastante guerra e l'alpinismo viene momentaneamente messo da parte.    

 Foto Archivio M. Marcheggiani 

Martedì, 25 Ottobre 2022 23:02

Convegno Nazionale CAAI – Genova 8 ottobre 2022

Cliccando sulla barra di scorrimento sul margine inferiore del filmato puoi posizionarti sull'intervento che ti interessa

 

Elenco degli interventi

0:00 - Saluto del Presidente Gruppo Occidentale, Fulvio Scotto

5:00 - Saluto del Sindaco di Genova, Marco Bucci

9:40 - Saluto del Presidente Generale CAAI, Mauro Penasa

L’ALPINISMO NIZZARDO, DALLA COSTA AZZURRA ALLE MARITTIME E OLTRE

19:50 - Dal De Cessole a Patrick Berhault – relatore Fulvio Scotto

33:40 - Intervento di Jean Gounand

45:25 - Il dopo Berhault – relatore Matteo Faganello

55:45 - Intervento di Stephane Benoist

PROFETI IN PATRIA, GLI ALPINISTI CUNEESI SULLE MONTAGNE DI CASA

1:04:20 - Relatore Michele Perotti

1:23:20 - Intervento di Cege Ravaschietto

LUPI DI MARE AMMALIATI DAI MONTI, L’ALPINISMO GENOVESE/LIGURE

1:32:50 - Relatore – Alessandro Gogna

2:10:20 - Relatore – Andrea Parodi

UNA PARETE TUTTA PER SÉ, APPUNTI DI ALPINISMO FEMMINILE

2:26:55 - Relatrice Linda Cottino

2:32:00 - Interventi di Betty Caserini e Alice Arata

ALPINISMO E ARRAMPICATA SPORTIVA

3:06:30 - Relatore Giovannino Massari

3:32:25 - Intervento di Matteo Gambaro

DAL GHIACCIO D’OC ALLA MODERNA SCALATA SU MISTO

3:47:30 - Piolet traction sulle montagne cuneesi – relatore Anselmo Giolitti

4:15:15 - Intervento di Massimo Piras

4:24:45 - Il Mercantour e le Alpi Apuane – relatore Matteo Faganello

4:49:50 - Intervento di Massimo Piras

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di Marco Conti - CAAI Gruppo Occidentale

Compito non semplice riassumere in quattro parole la lunga, quanto interessantissima giornata di sabato 8 ottobre, che ha caratterizzato il Convegno Nazionale del CAAI, nella splendida e sontuosa cornice del Palazzo Ducale di Genova, incastonato tra l’elegante Piazza Matteotti e la spettacolare Piazza De Ferrari, nel centro di una Genova pullulante di gente e di turisti in una veste più che mai estiva .

gounand scottofaganello benoist foto calviGounand, Scotto, Faganello e Benoist - foto CalviSala meravigliosamente accogliente ed ovviamente al completo per una carrellata infinita di interventi, temi e personaggi dalle caratteristiche e dal temperamento più svariati.

Dalle parole di presentazione ed accoglenza del sindaco di Genova Marco Bucci, lui stesso con precedenti alpinistici quali uno Sperone della Brenva, all’attenta analisi introduttiva del Presidente Generale del CAAI, Mauro Penasa. Fra i tanti punti toccati, Penasa ha evidenziato l’attuale e piuttosto preoccupante situazione in cui si trova in particolare il nostro Gruppo, quello Occidentale per intenderci, all’interno del quale l’età media dei componenti è oramai attestata da tempo sopra i 60 anni, con scarsa partecipazione dei giovani, vuoi per il mancato interesse al sodalizio, vuoi per una lamentata scarsa apertura verso l’esterno e soprattutto verso le nuove generazioni. Questa realtà era già emersa ed era stata messa in evidenza nella precedente ed animata Assemblea di Gruppo tenutasi in Val Varaita lo scorso autunno, nata e voluta a seguito anche di un animato e combattuto “scontro” epistolare nell’estate precedente fra alcuni componenti del Gruppo.

Il convegno è poi entrato nel vivo del tema, con un excursus ampio e dettagliato, avviato dal nostro presidente di Gruppo Fulvio Scotto, che nel breve tempo disponibile, ha ripercorso la più pura e antica storia dell’alpinismo e dell’arrampicata sulle Alpi del Sud , narrando ed appoggiandosi ai ricordi di Gounand (intervenuto fra gli ospiti stranieri ) con tutto o quasi il panorama “nizzardo”. Sono seguite le imperdibili testimonianze storiche di Gogna con i nomi più rappresentativi del panorama ligure (Calcagno, Vaccari, Montagna, Villaggio, per citarne alcuni). La parola è poi passata ad Andrea Parodi, profondissimo conoscitore delle Alpi del Sud, con una carrellata infinita di luoghi e prime salite, fino alle generazioni più recenti. L’analisi attenta e allo stesso tempo più leggera e scanzonata dell’alpinismo cuneese è stata fatta dalla guida Michele Perotti con la testimonianza di uno dei suoi maggiori protagonisti di sempre: “Cege ” Ravaschietto.

foto N.Villani 30102018 DSC 5060foto N. Villani

06 misto Mercantour FaganelloMisto nel Mercantour - Foto Faganello7b Giova MassariGiova Massari

Splendida e quanto mai eccezionale la parentesi “nizzarda” con la testimonianza diretta e le incredibili realizzazioni di Stéphane Benoist a rappresentarne i vertici dell’alpinismo non solo nizzardo ma direi internazionale (basti citare la sua candidatura a due Piolet d’Or e la vittoria nel 2014 per comprenderne lo spessore). Benoist ha chiaramente descritto con parole e immagini alcuni dei suoi innumerevoli exploit, dapprima sulle Alpi e poi sulle montagne più recondite del pianeta, sempre in stile alpino ed estremamente leggero, testimoniando ai presenti che la strada maestra per il grande alpinismo è tutt’altro che finita; spetta solo alle nuove generazioni perseguirne gli intenti nel pieno rispetto di un’etica rigorosa e rispettosa verso la storia e le nuove tecnologie a disposizione.

18Misto nel Gruppo del Mercantour -foto Faganello

22 La FeniceLa Fenice                               "Cege" Ravaschietto

foto C.Mantero 2 appendice seraleIl folto pubblico presente al Convegno

7 Sergio SavioSergio Saviobetty e alicebetty e alice

 

Si è poi “scesi” si fa per dire, alle strutture di valle ed al mondo dell’arrampicata moderna di alto livello con la storia e l’evoluzione della stessa nelle parole di un sempre innamorato “Giova” Massari, che ha evidenziato le interazioni tra alpinismo classico e arrampicata/alpinismo sportivo, fino ad arrivare alle ultimissime realizzazioni raccontate da Matteo Gambaro, dalle gare alle multipich di altissimo livello.

Non poteva mancare la parentesi tutta al “femminile” con la testimonianza di due splendide protagoniste dell’alpinismo italiano, la guida alpina Betty Caserini e la collega Alice Arata fresca di promozione; lungi dalla definizione, oramai considerabile sessista di “alpinismo femminile “come sottolineato un po’ polemicamente da una brillantissima Linda Cottino, relatrice per questo capitolo del convegno.

46 Apuane dinverno FaganelloApuane d'inverno - foto Faganello

Infine la lunga, cavalcata “piccozze alla mano” fra le più interessanti goulotte e cascate delle Alpi meridionali, dal Monviso al Mar Ligure e giù fino alle Apuane, con gli interventi di Anselmo Giolitti, Massimo Piras e un brillantissimo Matteo Faganello, con le ultime e interessantissime realizzazioni nella zona del Mercantor, ai più misconosciute.

Sono poi scorsi fra un intervento e l’altro un apprezzato cortometraggio del filmaker (e speriamo futuro accademico) Gabriele Canu, girato durante l’apertura di una via nuova di misto assai impegnativa sulla citatissima parete nord-est dello Scarason, insieme ad Alice Arata e al suo compagno Pietro Godani, ed un secondo video di un altro ben noto filmaker, Alessandro Beltrame, sulla scelta professionale come Guida Alpina di Betty Caserini.

Il Convegno ha poi avuto un’appendice dopo cena, con la proiezione del film-tetimonianza “Cristobal Colon” su Gianni Calcagno in presenza della figlia Camilla. La serata si è arricchita con la presenza in sala del sempre prestigioso Kurt Diemberger (con un’intervista realizzata in diretta dal giornalista Ferruccio Repetti) che, da partecipante alla spedizione, ne aveva fatto le riprese filmate, un testimone assoluto dell’alpinismo più tradizionale in questi ultimi 50 anni.

Che dire per concludere? Banale, persino un po’ scontato ringraziare in primis tutti i partecipanti, quelli arrivati dai gruppi più lontani, centrali e orientali.. ma soprattutto un grazie al nostro presidente Fulvio Scotto per la mole di lavoro portata a termine dopo una lunghissima, interminabile maratona.

Vorrei chiudere con le parole di un caro amico, nonché presidente di una sezione CAI del cuneese, a riprova che lo sforzo di un convegno, quando ricco di contenuti vale sempre “la candela”…anzi!

“…Io da umile frequentatore di montagna e presidente della sezione Cai di M*……., ho avuto l'onore di partecipare al convegno dove ho imparato in poche ore più di quanto conoscessi di storia di alpinismo e di alpinisti…”

Grazie a tutti e grazie anche ad una bellissima Genova.

MontagnaTV - Convegno CAAI a Genova

L.Cottino con Alice e BettyLinda Cottino e Fulvio Scotto con Alice e Betty

M.Conti piazza de ferrariPiazza de Ferrari - foto M. Conti

Michel DufrancMichel Dufranc

Asta e Dragonet foto N.VillaniAsta e Dragonet - foto N. Villani

 

 

 

 

 

Lunedì, 17 Ottobre 2022 18:49

All’inizio di ottobre è stata rimossa la radio di emergenza istallata nel Bivacco Canzio nel 2017 a seguito di un accordo sottoscritto tra CAAI e FMS (Fondazione Montagna Sicura) nell’ambito del Programma Italia-Francia ALCOTRA 2014-2020.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al termine del periodo contrattuale di manutenzione si è optato per la rimozione anche in considerazione del non utilizzo nel periodo di sperimentazione e della ottima copertura di telefonia mobile della zona.

                               Il Bivacco Canzio (Col des Grandes Jorasses 3.810 mt)

                               2017 -Installazione della radio presso l'ex Bivacco della Fourche

 

 

 

 

Analoga apparecchiatura trasmittente era stata collocata sempre nel 2017 al Bivacco della Fourche, ora non più esistente (vedi).

 

 

 

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