Elenco completo soci

Club Alpino Accademico Italiano
Mercoledì, 07 Luglio 2021 21:02

CONVEGNO del CAAI Gruppo Orientale:

“Montagne e boschi raccontano il cambiamento climatico: la tempesta Vaia e la tempesta perfetta”

Marano Vicentino 19 giugno 2021

Possono gli alpinisti disinteressarsi delle problematiche ambientali? La risposta ovviamente è scontata.

E le associazioni che li raggruppano? Anche qui la risposta è scontata. Ma non basta.

Le evidenze del cambiamento climatico e le prospettive di danni ambientali irreparabili devono spingere ognuno di noi e le nostre comunità ad assumere e promuovere comportamenti responsabili. Il tempo che rimane per poter limitare i danni è veramente poco. Questione di pochi anni. Ecco perché nessuno può più delegare ad altri, nessuna associazione alpinistica può delegare ad altre associazioni con il pretesto della propria specificità.

Il CAAI è nato per occuparsi di alpinismo e di alpinismo continua ad occuparsi, naturalmente, ma non può non impegnarsi direttamente e con convinzione anche della sensibilizzazione dei propri soci e degli alpinisti in generale su questo grande tema che interessa il futuro di tutti noi. Come abitanti della Terra in primis, ma anche come alpinisti siamo interessati direttamente a queste grandi questioni. Già da oggi perché l’ambiente alpino nel quale operiamo mostra segni evidenti di degrado dovuti ai cambiamenti climatici (riscaldamento globale) ma anche e soprattutto perché dati scientificamente certi ci pongono di fronte a prospettive allarmanti sulla nostra possibilità di sopravvivenza futura sul nostro pianeta.

Il CAAI Gruppo Orientale ha voluto dare un primo segnale con un Convegno specifico sull’argomento, invitando relatori di alto profilo per dibattere sul tema e sensibilizzare dall’interno i nostri soci.

a cura di Alberto Rampini

Ecco di seguito gli interventi (scaricabili anche in formato pdf) preceduti da un breve profilo dei relatori.

Maurizio Fermeglia

Maurizio Fermeglia

Accademico, ingegnere chimico, già ricercatore dal 1981 al 1983 presso la Denmark Technical University (DTH), è professore ordinario presso il dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Trieste, è stato direttore della scuola di dottorato in Nanotecnologie dell’Università di Trieste, della quale è stato anche Rettore dal 2013 al 2019.Innumerevoli i suoi interventi e scritti su ingegneria di processo, nanotecnologie, modellistica multiscala, ingegneria chimica e ìngegneria informatica.

 

 

 

 

Paola Favero

Paola Favero

alpinista appassionata, scrittrice e forestale, già comandante del distretto forestale di Agordo e del Reparto Carabinieri per la Biodiversità di Vittorio Veneto. Oltre a 18 libri legati alla montagna, tra cui racconti per ragazzi, libri naturalistici e di alpinismo, raccolte di antiche leggende cimbre e ladine, ed anche una pubblicazione sul paesaggio sonoro, ha pubblicato decine di articoli e tenuto convegni e conferenze sulle foreste e i cambiamenti climatici

 

 

 

 

 

 

 

 

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Silvia Stefanelli

Accademica, opera come Policy Officer presso la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, ha lavorato presso EU Commission, DG Climate Forestry and finance for innovation in Brussels, è stata Consultant on climate change/energy issues for the Horizon Platform presso la Commissione Europea oltre che Renewable energies and sustainability European projects manager. Numerose altre esperienze professionali in ambito europeo nel campo del clima e delle energie rinnovabili.

 

 

 

 

 

L’innegabile realtà dei cambiamenti climatici è una nostra responsabilità

Intervento del prof Maurizio Fermeglia al Convegno CAAI Orientale del 19 giugno 2021

 pdfLinnegabile_realtà_dei_cambiamenti_climatici_è_una_nostra_responsabilità_-_di_Maurizio_Fermeglia.pdf

Abstract

Sovrapolazione, consumo di energia, effetto serra e cambiamenti climatici causati dall’uomo mettono a rischio crescente le zone più sensibili del pianeta. Carenza di acqua potabile, cibo ed energia ne saranno conseguenze ovvie, quantificate fin da oggi in modo preciso. Non quantificate invece, ma sicure, le conseguenze in termini di disordini sociali e migrazioni epocali.

Politiche demografiche responsabili, massiccia espansione delle energie rinnovabili e una convinta azione educativa verso comportamenti sostenibili sono la chiave di volta per arrestare la corsa del pianeta verso il baratro. Ma il tempo per agire è adesso.

Introduzione

Il recente rapporto dell’Intergovernamental Panel on Climate Change - IPCC parla chiaro: l'uomo è responsabile dei cambiamenti climatici. Le ragioni principali del riscaldamento globale sono la deforestazione, l’uso del suolo e l’utilizzo di combustibili fossili tutte ragioni ascrivibili all'attività umana. Alla presentazione del rapporto, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, rilancia l'allarme globale sulle conseguenze dei cambiamenti climatici, sottolinea l'attuale impreparazione a fronteggiare le minacce alla biosfera e alla nostra civiltà e raccomanda alle autorità politiche di tutto il mondo di intervenire per cercare di evitare che gli effetti del riscaldamento globale diventino più devastanti: "Dobbiamo agire subito per limitare i danni, abbiamo i mezzi per farlo". Uno degli ambienti più sensibili nel quale gli effetti dei cambiamenti climatici risultano più evidenti è proprio l’ambiente alpino.

L’elemento di partenza delle analisi che gli scienziati hanno fatto e stanno facendo è legato alle prospettive di crescita della popolazione mondiale e delle relative migliori condizioni di vita che si estenderanno plausibilmente a strati sempre più ampi di popolazione. La popolazione mondiale cresce, particolarmente nel sud del mondo nei paesi meno sviluppati industrialmente ed anche più poveri.

Le fonti di energia

IMMAGINE INTERVENTI 2Il consumo di energia in particolare è aumentato notevolmente negli ultimi decenni. Nel 1912 per accendere il pianeta era sufficiente 1 TW di potenza. Le previsioni, ottimistiche, per il 2030 sono di 23 TW e per il 2050 di 30 TW. Il quadro energetico a livello mondiale mostra chiaramente come la maggior parte delle fonti di energia siano fonti fossili, sia nei dati storici che nelle previsioni al 2025 ed al 2040. Da qui al 2040 il fabbisogno energetico mondiale aumenterà e tale incremento si registrerà principalmente nei paesi emergenti e nei paesi in via di sviluppo quale conseguenza dell’incremento demografico, dell’impulso economico, dell’aumento di industrializzazione, di urbanizzazione e quindi del benessere.

Purtroppo l’utilizzo dei combustibili fossili non sembra voler diminuire. Il petrolio ed il gas naturale continueranno, comunque, a essere la fonte energetica principale in tutto il mondo. Stime recenti, pur nella loro incertezza, indicano che l’impiego di petrolio, gas naturale tendenzialmente aumenteranno nel 2040, così come aumenteranno tutte le fonti ad eccezione del carbone. Sembra quindi che il mondo sia destinato ad utilizzare combustibili fossili nei prossimi anni e, anche se le energie alternative, escluse energia idroelettrica e biomassa, aumenteranno in maniera consistente, purtroppo nel 2040 rappresenteranno solo una modesta percentuale del quadro energetico mondiale.

Era il 2009 quando John Beddington, consulente scientifico del governo inglese, per primo parlò della ‘tempesta perfetta di eventi globali’ posizionando questo evento temporalmente nel 2030. Beddington disse che “Se non affrontiamo questo concatenarsi di cause ci possiamo aspettare grandi destabilizzazioni, con un aumento di disordini e potenziali notevoli ondate migratorie a livello internazionale, in fuga per evitare le carenze di cibo e di acqua”. Il punto di partenza del ragionamento di John Beddington è l’aumento della popolazione mondiale (previsti 8.3 miliardi nel 2030) che inevitabilmente si rifletterà in una maggiore richiesta di cibo (aumento del 50% rispetto all’attuale), ma non supportata da una adeguata produzione. Analogamente la richiesta di energia si prevede aumenterà, nel 2030, del 60% ancora con una produzione non adeguata, mentre la domanda globale di acqua potabile aumenterà del 30% (50% in paesi in via di sviluppo e 20% nei paesi sviluppati). A causa del cambiamento climatico, entro il 2030, quasi la metà della popolazione mondiale vivrà in aree ad alto stress idrico, tra cui l’Africa che conterà tra 75 e 250 milioni di persone sottoposte a tale pressione. Purtroppo negli ultimi anni i cambiamenti climatici hanno avuto un incredibile accelerazione e non reggono i ragionamenti dei negazionisti che ascrivono i cambiamenti climatici ad eventi naturali e ricorrenti negli anni.

Ma John Beddington non è stato l’unico a segnalarci il problema. Ben prima di lui il Nobel per la chimica, Richard Smalley disse che nel mondo abbiamo a che fare con 4 emergenze a livello globale; la scarsità di acqua, di cibo, di energia e la tutela dall’ambiente. Ci disse anche che è impensabile affrontare e risolvere uno di questi problemi indipendentemente dagli altri in quanto essi sono fortemente correlati.

L’effetto serra

Utilizzare fonti fossili per produrre energia significa emettere in atmosfera CO2, principale gas serra. Le emissioni di CO2 aumentano di circa il 4% all’anno ed i maggiori responsabili di tali emissioni sono le fonti fossili di energia: combustibili liquidi e solidi per il 76.7%, quelli gassosi per 19.2%. Al terzo posto la fabbricazione del cemento con il 3.8%. Questa è purtroppo l’impronta dell’era industriale, il cosiddetto Antropocene.

Le emissioni di CO2 ed altri gas producono il cosiddetto effetto serra. L’atmosfera si comporta come i vetri di una serra: come questi vetri, i gas lasciano passare le radiazioni luminose solari che vengono parzialmente assorbite e parzialmente riflesse dalla terra. Questo calore viene di nuovo riflesso, dal vetro nel caso della serra, dall’anidride carbonica nel caso dell’atmosfera. In sostanza l’effetto serra altro non è che una coperta che ci protegge e ci riscalda. Un aumento della concentrazione di CO2 ha l’effetto di rendere la coperta più spessa, quindi non ci sorprende che sotto alla coperta faccia più caldo. L’effetto serra, il suo funzionamento, ma anche la sua precarietà ed il suo equilibrio sono noti sin dal 1896, quando Arrhenius lo definì. Che cosa accade se questa coperta diventa più spessa? La risposta la troviamo ancora una volta nei report dell’IPCC. Al momento attuale si sta cercando disperatamente di contenere l’aumento della temperatura del pianeta a 1.5 anziché a 2° C: quel mezzo grado in meno, se raggiunto, potrebbe comportare notevoli differenze in positivo: sulla salute, sulla biodiversità delle piante e degli animali, sulle barriere coralline tropicali, sugli oceani e sulle possibilità di adattamento.

Scioglimento dei ghiacciai, intensificazione del ciclo idrologico e sconvolgimento delle precipitazioni, aumento del livello del mare, modifica della produttività delle piante, sconvolgimento della distribuzione delle specie vegetali ed animali sono tutti fenomeni ascrivibili all’aumento di temperatura dell’atmosfera e quindi all’utilizzo di fonti fossili per la produzione di energia. Stiamo parlando di aumenti di temperatura che a prima vista potrebbero sembrare irrilevanti: non lo sono purtroppo.

I cambiamenti climatici

IMMAGINE INTERVENTI 3Le prime osservazioni dell’aumento della concentrazione dei gas serra sono state fatte da Charles David Keeling all’arcipelago delle Hawaii, all’osservatorio di Mauna Loa nel 1958. Ma analisi delle carote estratte dai ghiacci dell'Artide e dell'Antartide mostrano chiaramente come le concentrazioni dei gas serra sono rimaste per centinaia di migliaia di anni costanti e solo nell'ultimo periodo sono crescite notevolmente. Come dettagliatamente documentato dall’IPCC nel suo rapporto sullo stato dell’ambiente, esiste una diretta correlazione tra l’aumento della temperatura media del pianeta con l’aumento della concentrazione dei gas serra e quindi con le attività umane.

La temperatura della terra è aumentata di circa 0.85° negli ultimi 100 anni. Questo significa che per rimanere all’interno dei 2° C rimane un margine molto ridotto. Per contenere l’aumento a soli 1.5° è necessario che le emissioni siano ridotte del 45% prima del 2030 e che le rinnovabili forniscano 70-80% dell’energia entro il 2050.

Anche la temperatura degli oceani sta crescendo e non deve trarre in inganno il fatto che l’aumento sia contenuto: la terra ha un equilibrio climatico molto delicato e garantito dalle enormi masse oceaniche, ma basta un piccolo cambiamento di temperatura di queste masse fluide per generare effetti devastanti. Le previsioni al 2100 che nello scenario peggiore prevede un aumento della temperatura degli oceani di 1 grado sarebbe devastante ed assolutamente irreversibile, a causa della capacità termica degli oceani nell’immagazzinare una quantità enorme di calore e della loro grande inerzia nel rilasciarlo.

L’intensificazione del ciclo idrologico è una delle conseguenze del riscaldamento globale. Sono sotto gli occhi di tutti alcuni effetti evidenti: piove meno frequentemente ma più intensamente ed aumentano i periodi di siccità e di ondate di calore.

Uno degli effetti più importanti e globalmente presenti sul pianeta sarà l'innalzamento del livello del mare, dovuto ai cambiamenti climatici indotti dal riscaldamento globale. Intere isole spariranno e zone costiere subiranno allagamenti sempre più frequenti a causa dell’innalzamento del livello del mare combinato con il fenomeno delle maree. Nel 2100 saranno sott'acqua interi tratti di costa italiana. Secondo un recente studio dell'Enea, 5.500 km quadrati saranno sommersi a causa dell'innalzamento del livello del mare. A rischio il Nord Adriatico, il Golfo di Taranto, il Golfo di Oristano e quello di Cagliari.

A causa della siccità, desertificazione e inondazioni, le regioni ad alte latitudini necessariamente dovranno diventare centri chiave per la produzione alimentare. Altre nazioni più tradizionalmente legate all’allevamento dovranno spostare la propria produzione alimentare e sviluppare avanzati pesticidi o coltivare specie più ardite per incrementare le rese.

La situazione in montagna

La montagna è un ambiente debole, in cui il rispetto degli equilibri climatici è fondamentale. Le montagne sono tanto IMPORTANTI quanto VULNERABILI. Le regioni fredde sono le più sensibili perché rispondono in maniera amplificata all’aumento di temperatura: In montagna la temperatura è aumentata con un tasso circa doppio rispetto alla media su tutto il globo. Gli indicatori naturali dello stato di salute del pianeta sono evidenti: ritiro dei ghiacciai, degradazione del permafrost, diminuzione della durata, estensione e spessore della neve al suolo, biodiversità in declino, cambiamenti negli ecosistemi (spostamenti verso l’alto di flora e fauna, sfasamenti ecosistemi).

In montagna la situazione è più critica che in pianura. Il riscaldamento globale, oltre alla fusione dei ghiacci terrestri ha come conseguenza la diminuzione dell’albedo e l’aumento della radiazione solare assorbita (i ghiacci riflettono la radiazione solare, il terreno la assorbe). Come conseguenza il suolo si riscalda e questo amplifica ancora il riscaldamento. Ma ci sono anche altri fenomeni che amplificano il fenomeno in montagna quali la presenza di vapore acqueo, il ruolo delle nubi, la presenza di aerosol nella bassa troposfera montana e la sua deposizione sulle superfici innevate e ghiacciate.

I ghiacciai si riducono: la perdita di massa dei ghiacciai è un fenomeno generale nelle Alpi ma non solo: nella Ande, in Asia, in Alaska, in Patagonia avviene lo stesso ed il fenomeno è irreversibile. Sul ghiacciaio Athabasca, uno delle principali lingue di ghiaccio del ghiacciaio Columbia, delle montagne rocciose canadesi qualcuno ho già messo delle targhe ricordo. Il ghiacciaio si sta riducendo ad una velocità di circa 5 metri all’anno. E’ arretrato di oltre 1.5 chilometri ed ha perso oltre la metà del suo volume. La riduzione di massa dei ghiacciai avviene a tutte le latitudini e longitudini: avviene vicino all’equatore ed ai poli.

Un fenomeno collegato alla riduzione dei ghiacci in montagna, ma non per questo meno devastante è la fusione delle calotte ghiacciate in Artide ed Antartide. Fenomeno che porta ad un sensibile aumento del livello del mare, soprattutto per quel ghiaccio che giace su terreno come ad esempio in Groenlandia ed Alaska. Questo aggravamento è dovuto al fatto che lo scioglimento di una massa di ghiaccio galleggiante compensa l’innalzamento del livello del mare a causa dal maggiore afflusso di acqua con una riduzione del volume del ghiaccio immerso nel mare.

Ma lo scioglimento del ghiaccio che giace su terreno ha anche come effetto lo scongelamento del permafrost che ricopre una buona parte delle terre artiche. Il permafrost è ghiaccio intrappolato nel terreno che si è mantenuto tale a causa della rigida temperatura esterna. Questo ghiaccio, quando fonde, libera non solo CO2 ma anche metano, gas che, se liberato in atmosfera, contribuisce all'aumento dell'effetto serra 25 volte di più rispetto alla CO2, e materiale organico che è rimasto intrappolato in esso per migliaia di anni. Lo scongelamento del permafrost avviene anche in roccia ed è il maggiore responsabile di crolli, distacchi di roccia anche di dimensioni notevoli. In figura la distribuzione potenziale del permafrost sul Cervino.

A proposito di equilibri delicate in montagna un altro elemento fondamentale è la quantità di acqua presente in ambiente: se ce n’è troppo poca, per carenza di risorse idriche, gli effetti sono siccità, carestie, rischio incendi. Se ne arriva troppa in poco tempo a causa di precipitazioni intense porta ad alluvioni con rischi per instabilità dei versanti, frane, ed altri rischi geo-idrologici.

Un ulteriore effetto del riscaldamento globale è la perdita di biodiversità. La riduzione dei ghiacciai e dei periodi di innevamento sta minacciando molte specie alpine sulle montagne di tutto il mondo. Si tratta di popolazioni animali e vegetali spesso piccole e isolate, specie altamente specializzate a vivere in condizioni estreme di bassa temperatura, con limitata capacità di dispersione, poco adattate ai repentini cambiamenti che il clima sta subendo, e facilmente soggette ad estinzione.

IMMAGINE INTERVENTILa vita delle piante ad alta quota è limitata da vari fattori, ma due di questi sono i più importanti: la temperatura e la concentrazione di CO2. La temperatura limita molti processi fisiologici, primo fra tutti le divisioni cellulari necessarie per l’accrescimento, la riproduzione ecc… La CO2 è necessaria per la fotosintesi, e dal punto di vista delle piante i valori attuali in atmosfera sono relativamente bassi. In alta quota, la diminuzione della pressione parziale limita la disponibilità di CO2 per le piante (esattamente come limita per noi la disponibilità di O2). Quindi, l’attuale aumento di CO2 atmosferica e il progressivo aumento di temperatura stanno inevitabilmente producendo vari effetti sulla vegetazione delle ‘alte quote’.

Un primo effetto è messo in evidenza da un’analisi delle variazioni di copertura forestale e limite degli alberi dal 1909 al 2009 nell’area di Davos (Svizzera), periodo in cui la temperatura media regionale nell’area è aumentata di 1.4 °C. Oltre a questo dato climatico, è cambiato radicalmente l’uso dei territori di alta quota, con un progressivo abbandono dei pascoli. Come conseguenza la copertura forestale è aumentata di circa il 60%, e il limite degli alberi si è innalzato mediamente di 83 metri. Il massimo aumento del limite della vegetazione arborea è stato osservato su versanti esposti a NW (+151 m), N (+103 m) e W (+87 m), cioè proprio le zone dove le basse temperature limitano l’insediamento delle giovani piante arboree, e ne rallentano poi l’accrescimento. L’aumento di temperatura ha giocato un ruolo importante nel fenomeno di innalzamento della linea degli alberi.

A questo andamento di lungo termine si possono sovrapporre eventi anomali (es. tempesta Vaia, estati molto aride del 2003, 2012 ecc…) che hanno prodotto effetti immediati sulle foreste delle Alpi, con abbattimento delle monocolture di abete o disseccamento di molti individui di specie poco resistenti alla siccità.

Un secondo effetto si riferisce alla vegetazione alpino-nivale, quindi al di sopra del limite degli alberi. Tra il 1994 e il 2014 sono state eseguiti rilievi della vegetazione in oltre 1000 stazioni permanenti (ciascuna di 1x1 m2) a diverse quote (da 2911 m a 3497 m) ed esposizioni (da SW a SE) del Monte Schrankogel (3497 m, Stubaier Alps, Tyrol, Austria). Nel periodo il numero totale di specie è aumentato (da 51 a 61), come conseguenza della colonizzazione di specie in arrivo da quote più basse, e caratteristiche di habitat più caldi e tendenzialmente più aridi. A questa colonizzazione si è affiancata la progressiva scomparsa delle specie più tipicamente alpino-nivali, con una velocità di estinzione locale aumentata nel corso degli ultimi 10 anni. Ma a dispetto dell’aumento del numero di specie, la copertura della vegetazione è mediamente diminuita, indicando che le specie che stanno colonizzando le alte quote e sostituendo le specie alpinonivali non riescono a garantire la stessa copertura delle specie sostituite.

In parole semplici, anche se l’aumento di temperatura sta aumentando il numero di specie ad alta quota, a questo non corrisponde un ‘inverdimento’ della regione alpino-nivale, ma semmai una perdita di copertura vegetale.

Anche nelle regioni Himalaiana, in particolare nella regione del Monte Everest si possono notare gli stessi effetti. Misurazioni e confronti da dati satellitari ottenuti dagli archivi della NASA dimostrano un notevole aumento della vegetazione tra i 4150 ed i 6000 metri di quota, con un picco massimo tra i 5000 ed i 5500 metri. Considerata la notevole estensione di queste aree, sempre più scoperte dalla neve e dal ghiaccio, è prevedibile un forte impatto sul ciclo dell’acqua, che sarebbe devastante per l’approvvigionamento idrico di oltre 1.4 miliardi di persone.

Conclusioni

Negli anni il tema del riscaldamento globale è stato sistematicamente sottovalutato e mal gestito Inizialmente la posizione era ‘non è reale, non esiste un riscaldamento globale’. Più di recente la posizione è cambiata in ‘d’accordo è reale, ma non è causato dagli esseri umani, è un fenomeno naturale’. Adesso siamo purtroppo molto vicini alla catastrofe che sarà, tardivamente, preceduta da una presa di coscienza collettiva di consapevolezza del fenomeno. Speriamo che non sia troppo tardi.

Ernest Hemingway ci fornisce un grande insegnamento: “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, … ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi. E’ stato così tante volte.”

Cosa fare? Alla luce del filo rosso che collega la più lunga recessione economica della storia contemporanea e la “tempesta perfetta” che ci attende nel 2030 è urgente investire oggi in infrastrutture e tecnologie che possano evitare domani danni incalcolabili. In pratica, occorre una massiccia espansione delle energie rinnovabili, e una convinta azione educativa verso comportamenti sostenibili. Il tempo per agire è adesso, ed il compito di tutti noi amanti della montagna è creare consapevolezza su questo tema: specie nelle giovani generazioni.

 

 

 

I BOSCHI FRAGILI

il messaggio degli alberi

di Paola Favero (articolo pubblicato sulla rivista SIMBIOSI)

pdfLa_tempesta_Vaia_e_il_messaggio_del_bosco_-_di_Paola_Favero.pdf

Abstract

la tempesta Vaia ci ha dimostrato che i mutamenti climatici che derivano innanzitutto dal riscaldamento globale danno luogo ad eventi estremi che superano la capacità di resistenza e resilienza delle nostre foreste. Favorire tipologie di bosco più resistenti è importante ma non basta: la vera sfida è diminuire le emissioni ed  i consumi e proteggere la biodiversità.

Mentre scendo in auto dal passo Falzarego verso i paesi dell'alto Agordino, nel cuore delle Dolomiti Bellunesi, guardo ancora una volta i pendii coperti da migliaia di alberi spaccati, schiantati, divelti, tutti ammassati in modo caotico in un disordine totale, ancora più impressionanti ora che il colore verde delle chiome è stato sostituito da toni che vanno dal marron al grigio. Dopo due anni dalla tempesta Vaia solo alcune aree sono state ripulite: i tronchi ed i rami sono stati recuperati, spesso con operazioni che hanno comportato rischio e fatica, considerata la pendenza e l'orografia dei versanti, e sono rimaste solo delle distese di ceppaie, mute testimoni della distruzione.  E mi chiedo ancora una volta come possiamo restare indifferenti, inermi, rassegnati o, ancor peggio, assuefatti ai disturbi e non disposti a cambiare, incapaci di cogliere l'estremo e inderogabile messaggio degli alberi.

Le foreste sintesi del clima

20201105 132932Le foreste rappresentano l'ecosistema più evoluto, complesso, resiliente presente sulla Terra; in ogni angolo del pianeta si sono evoluti in milioni di anni ecosistemi forestali capaci di raggiungere il massimo equilibrio con l'ambiente fisico e climatico attorno in modo da ottenere la massima produttività, biodiversità e resilienza, cioè capacità di assorbire i disturbi. Ed è proprio da qui che voglio partire: le diverse fitocenosi forestali rappresentano la sintesi dei fattori stazionali, - dalle rocce al terreno al clima- di un dato luogo, così che molto spesso per individuare velocemente una certa area climatica delle nostre montagne parliamo di Castanetum,  Fagetum, Picetum, Laricetum, rifacendoci ancora alle fasce fitoclimatiche individuate dal Pavari, e poi differenziate in modo molto più specifico da monti altri studiosi tra cui Pignatti. Queste diverse fitocenosi forestali, che individuiamo qui riferendoci all'albero simbolo di ogni fascia, hanno impiegato centinaia di migliaia di anni per raggiungere l'optimum, realizzando boschi di composizione, dimensione, struttura, densità più idonee per sfruttare al massimo le potenzialità stazionali e per resistere alle perturbazioni esterne, comprese quelle del clima. Vedere improvvisamente milioni di alberi cadere come è accaduto il 29 ottobre 2018 con la tempesta Vaia, su estensioni mai viste prima, almeno per gli ultimi 2000 anni della nostra storia, ci fa comprendere come qualcuno dei fattori ambientali stia rapidamente cambiando, superando la capacità di resistenza e resilienza dell'ecosistema forestale. Venti di 150 km orari con raffiche di 217, provenienti da direzioni inconsuete per le nostre piante e riguardanti superfici così estese, non si erano mai verificati prima nelle nostre montagne, ed  anche se rilievi metereologici specifici sono disponibili solo per gli ultimi 50 anni, possiamo risalire indietro nei secoli attraverso  i nostri stessi boschi, che non portano il segno di eventi simili accaduti in passato, e ancor di più attraverso la documentazione storica, poiché nessuna mappa o resoconto antico- anche quando il bosco costituiva un patrimonio importante come nel caso della Repubblica di Venezia- ne porta testimonianza. Certo superfici interessate da schianti, provocati da violenti venti localizzati o da piccole trombe d'aria, ci sono sempre stati, come trovo conferma in una mappa veneziana della foresta del Cansiglio risalente al 1627, dove vengono accuratamente riportate due "fratte da vento" verificatesi nel 1623 ampie alcune decine di ettari. Ma superfici vaste come quella colpita da Vaia nel 2018 non sono mai state mappate, e nessun documento antico descrive un simile incredibile evento, in tempi in cui il bosco aveva un valore molto maggiore e tutto veniva accuratamente rendicontato. Così mi viene da pensare che alle precedenti fasce climatiche se ne debba oggi aggiungere un'altra: i boschi fragili, colpiti in modo massiccio da tempeste di vento, incendi di proporzione mai vista, infestazioni di insetti, conseguenze di rapidissimi cambiamenti climatici a cui i nostri popolamenti forestali non hanno tempo di adattarsi. Alla base di tutto il riscaldamento globale che oltre all'innalzamento della temperatura provoca un diverso regime delle piogge, con lunghi periodi di siccità alternati spesso a devastanti bombe d'acqua, ed eventi estremi come Vaia causati dall'enorme quantità di energia presente nell'atmosfera, e dal divario sempre più accentuato tra le masse di aria fredda che accompagnano le perturbazioni e le temperature sempre più calde dei mari e delle terre dove poi vanno a impattare.

La tempesta Vaia

Anche all'origine di Vaia c'è stata la discesa di una bassa pressione dalle aree del nord Europa verso il Mediterraneo, tipica dei mesi autunnali, depressione che anzichè allontanarsi poi verso est si è trovata bloccata sul Mar Mediterraneo, schiacciata tra due aree di alta pressione sui Balcani e sulla penisola Iberica. La depressione ha così iniziato a girare su se stessa, creando un vortice sopra il mare, che aveva però una temperatura di ben due gradi superiore alla media stagionale. Una vera bomba di energia! Mentre sulla terra, a fine ottobre, si registravano temperature di 28-29°. Questa situazione anomala ha provocato prima correnti umide da libeccio con precipitazioni intense dalla Liguria alla Carnia, e poi grazie al rinforzo di venti da sud est ha scatenato violentissimi venti di scirocco, che hanno risalito l'Adriatico colpendo Venezia e proseguendo quindi verso le montagne, dove si sono ulteriormente rafforzati infilandosi nelle strette vallate e subendo uno schiacciamento verso il basso a causa di masse di aria calda che li sovrastavano. Venti mai registrati prima hanno causato la distruzione di 15 milioni di mc di legname, ed almeno 30 milioni di alberi, su una superficie di circa 42.000 ettari, dalla Lombardia al Friuli Venezia Giulia, solo considerando i boschi completamente devastati. Ma eventi simili, fino a quel giorno sconosciuti all'Italia, si verificano già dal 1980 a nord delle Alpi, dove uragani extraoceanici di inusuale violenza hanno provocato la distruzione di estese superfici forestali in Francia, Germania, Svizzera e in tutti i paesi del centro e nord Europa. L'uragano Lothar, nel 1999, toccò Francia, Belgio, Germania, provocò 140 morti, e distrusse 246 milioni di mc di legname, molto più di Vaia, con venti fino a 250 km/h. Vivian nel 1990 interessò il centro Europa con venti da 200 a 280km/h e atterrò 120 milioni di mc. Gudrun nel 2005 passò per Irlanda Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Svezia e Russia, distruggendo 75 miklioni di mc di legname mentre Klaus nel 2009 attraversò Francia e Spagna atterrando 45 milioni di mc....solo per citarne alcuni. Eppure in Italia non se ne parlava e non ci si preoccupava, convinti che le nostre foreste a nord fossero protette dalle Alpi e rassicurati dal fatto di trovarci sul Mar Mediterraneo, da sempre mite, e non su un grande irrequieto oceano capace di generare venti ben più forti. Nessuno si poteva aspettare che invece il nostro mare, più caldo di 2 gradi, potesse diventare addirittura un creatore di cicloni, chiamati Medicane. Oggi rischiamo però di compiere lo stesso errore quando pensiamo che Vaia sia un evento unico, con tempi di ritorno che vanno oltre il secolo, senza comprendere che si tratta invece solo del primo di una serie di episodi che potranno colpire in futuro i nostri territori e i nostri boschi.

                               Una comunicazione lontana dalla natura

Il giorno dopo la tempesta sentivo le affermazioni più assurde correre sui media: "I boschi sono caduti perché gli alberi sono tutti uguali" ,- peccato che oltre ai rimboschimenti artificiali di abete rosso dell'Altopiano di Asiago siano caduti splendidi larici-cembreti in val d'Ega o un bellissimo bosco misto in comune di Claut.                                                                                                                      "I boschi sono caduti perché non vengono gestiti e non vengono più tagliati", -di certo chi parlava non sapeva che tra i boschi caduti c'erano le famose peccete della Val di Fiemme o i grandi boschi della Val Visdende, da sempre gestiti, curati, tagliati con estrema attenzione-.                                                         Fino all'idiozia più grande" non preoccupatevi: ora ripuliamo, piantiamo nuovi alberi e tutto tornerà in pochi anni come prima!" senza rendersi conto che non stiamo parlando di edifici che  possono essere ricostruiti, ma di interi ecosistemi dove oltre agli alberi erano stati distrutti gli habitat di cespugli fiori insetti animali funghi...miliardi di organismi che all'ombra della foresta trovavano dimora, e che richiedono cicli di secoli per poter tornare, senza considerare che lo stesso cambiamento climatico in atto sta modificando radicalmente i caratteri stazionali dei luoghi.                                                                                                                                                        Affermazioni come queste ci fanno comprendere quanto siamo superficiali, ignoranti, lontani dalla estrema complessità che caratterizza le foreste e tutti gli ecosistemi, ma anche lontani dal comprendere come siano diversi i tempi della natura, a cui vogliamo imprimere una velocità che non le è propria. Il tempo degli alberi è un tempo di lentezza, ben diverso da quello frenetico dell'uomo, che è andato progressivamente staccandosi dal bosco e dai suoi ritmi, a cui per migliaia di anni era stato legato. Le foreste sono invece ecosistemi estremamente complessi, che noi tentiamo di semplificare per renderle più comprensibili e gestibili, per poterle classificare, organizzare, schematizzare al fine di conoscerle meglio ma anche di utilizzarle per le nostre necessità. Lo stesso temine foresta, che deriva dal latino fores stare, indicava un tempo tutto quello che stava fuori dalle mura delle città, che non si conosceva, che metteva paura, che poteva essere pericoloso. Oggi anche se non vi è un modo univoco di utilizzare il termine bosco e foresta risulta abbastanza immediato associare la parola foresta al concetto di foresta vergine o primaria, non alterata dall'azione dell'uomo, o di usare questo termine per indicare le grandi foreste rimaste, come la foresta di Somadida o la foresta del Cansiglio. Si parla invece di boschi quando i popolamenti sono stati utilizzati o comunque modificati dall'azione antropica, così che non sentiremo mai dire il bosco dell'Amazzonia, né la foresta cedua degli Appennini. Ma al di là del termine gli studi e le conoscenze che si sono approfondite negli anni ci hanno fatto sempre più comprendere l'estrema biodiversità, - peraltro in gran parte ancora sconosciuta-, complessità imprevedibilità degli ecosistemi forestali, che si scontra con un’informazione inadeguata e fuorviante, che tende a semplificare e omologare tutto.

Che bosco è? Quanto resiste?

Ma tornando ora alla tempesta Vaia, all'interno di questi boschi divenuti improvvisamente fragili dobbiamo però fare delle differenze, riconoscendo che esistono comunque delle specie arboree più o meno resistenti allo sradicamento e allo schiantamento, e delle comunità forestali più o meno resilienti ai nuovi eventi estremi che le colpiscono.

Tutti sappiamo che l'abete rosso è la specie meno resistente allo sradicamento per il suo apparato radicale estremamente superficiale, mentre il larice, il pino silvestre, il faggio ed in genere tutte le latifoglie sono molto più resistenti, così che dove il vento ha raggiunto velocità di 100-120 km orari queste ultime hanno resistito, mentre sopra i 150 km orari qualsiasi specie è caduta. Ma oltre alle singole specie è molto importante valutare gli effetti della tempesta Vaia sui diversi tipi di strutture forestali, per vedere quali siano più in grado di fronteggiare gli eventi estremi.                 Vedremo allora che i danni maggiori si sono avuti laddove avevamo popolamenti artificiali monospecifici, come sull'Altopiano di Asiago, dove dopo la Prima Guerra Mondiale sono stati  piantati milioni di abeti rossi, o dove si applica un tipo di gestione del bosco con tagli raso a strisce,  che hanno reso più debole il bosco attraverso l'apertura di corridoi che rinforzano l'azione del vento, come nella zona di Paneveggio.                                                                                                                           I popolamenti forestali che ci circondano sono stati tutti più o meno alterati dall'azione dell'uomo, che ha sviluppato nei secoli diversi modelli di assestamento e selvicoltura per la loro gestione, ed ha cercato di stabilire alcuni parametri che ci permettono di classificare le varie tipologie di bosco ai fini della sua utilizzazione, ma anche di interpretarlo riguardo la sua funzionalità, equilibrio, resistenza e resilienza. Riassumo in modo estremamente sintetico i principali:

20200712 141703l'origine del bosco: naturale o artificiale

le specie che lo compongono, e se un popolamento è monospecifico o polispecifico, ciò composto da una o più specie arboree. In natura le foreste sono sempre composte da più specie, e popolamenti monospecifici esistono solo in zone estreme, come ai limiti della vegetazione. E' intuitivo capire che la presenza di più specie permette alle piante di sfruttare meglio le risorse del terreno e lo spazio a disposizione e rende un bosco più resiliente e forte anche di fronte a infestazioni di parassiti o altre calamità.

la modalità riproduttiva del bosco: un bosco naturale si riproduce principalmente attraverso i semi, ma in seguito all'azione dell'uomo abbiamo oggi  sia boschi da seme o fustaie, sia boschi cedui (dal latino caedere = tagliare), dove in seguito al taglio periodico le ceppaie delle latifoglie ributtano dei fusti secondari chiamati polloni e il bosco si rinnova principalmente per via agamica.

la struttura del popolamento forestale: i boschi possono essere coetanei, cioè formati da piante che hanno per la maggior parte la stessa età, o disetanei, dove sono rappresentate le varie classi di età. Anche in questo caso appare evidente che in natura la maggior parte delle foreste sono disetanee e che questa situazione favorisce una miglior distribuzione dello spazio, presenza di luce e ossigeno, ricchezza di biodiversità, garanzia di una rinnovazione naturale, trasmissione di informazioni tra gli alberi, ecc... Le strutture coetaneiformi sono state create dall'uomo solo per maggior comodità di utilizzazione e di conseguenza maggior ritorno economico. Anche in questo caso di fronte all'evento Vaia questi popolamenti hanno dimostrato la loro maggior vulnerabilità.

il tipo di gestione che viene applicato: il tipo di taglio che viene effettuato all'interno di un bosco è fondamentale. Mentre il taglio raso, peraltro vietato in Italia, azzera completamente tutto e prevede spesso un successivo impianto artificiale, il taglio saltuario per piede d'albero, quello che si avvicina di più a quanto accadrebbe in natura, permette di asportare delle piante mature ma di lasciare nel contempo il bosco il più possibile integro, aprendo delle piccole buche solo in corrispondenza della pianta tagliata. In queste radure potranno poi insediarsi nuove piantine grazie ai semi caduti dalle piante attorno, ricreando il dinamismo che avrebbe generato una caduta naturale dell'albero asportato. Naturalmente tra questi due estremi -taglio raso o taglio saltuario- vi sono altre tipologie di interventi, come i tagli raso a strisce o a buche, e fondamentale è anche l'intensità dei diversi interventi e la scelta delle piante da tagliare, oltre che i tempi di ritorno in un dato popolamento. Tipica della nostra selvicoltura nelle fustaie era in estrema sintesi la successione: diradamenti, taglio di preparazione o sementazione, taglio di sgombro. In questa fase tutte le piante rimaste, mature o stramature, dovevano essere tolte per lasciare spazio alla rinnovazione. Una moderna selvicoltura attenta alla biodiversità non può più prevedere questo, ma deve considerare che è fondamentale lasciare alcune piante pur se molto vecchie, per il loro valore intrinseco nella comunità e per garantire la dimensione stessa dell'ecosistema e la biodiversità presente: se taglio tutti gli alberi superiori a 30 m di altezza e lascio le piantine pur rigogliose alte al massimo 10 m ho ridotto lo spazio di quell'ecosistema del settanta per cento e ho distrutto migliaia di habitat e di organismi prima presenti. (Facendo un paragone con la società umana è come se decidessimo di eliminare tutte le persone più anziane, che se da un lato producono meno dall'altro sono quelle che trasmettono conoscenza e saperi).

Le ricette fuorvianti

Tener conto di tutti questi aspetti può aiutarci a seguire in futuro una selvicoltura più idonea a fronteggiare questi nuovi assetti climatici, a cui le piante sembrano rispondere per esempio con una risalita delle specie verso l'alto ma anche con la sofferenza di piante che sono già nelle fasce altimetriche superiori, come ad esempio il larice, ma dobbiamo sempre tener presente che questo potrà servire solo a sopportare meglio i venti forti fino a 150 km orari mentre sopra questo limite qualsiasi bosco purtroppo cadrà. Per questo è indispensabile una nostra azione ben più radicale, indirizzata a contenere il cambiamento climatico e l'innalzamento della temperatura, o tutti i nostri sforzi saranno vani. Pensare che sia sufficiente non piantare più abete rosso per risolvere il problema, o immaginare interventi assistiti alla naturale rinnovazione delle piante può distogliere l'attenzione dal vero problema, mentre è addirittura fuorviante sostenere che bisogna ringiovanire i boschi perché così resistono di più, dimenticando che è proprio il bosco più maturo ed evoluto quello più resistente e resiliente, e scordando che la tutela della biodiversità è ormai una assoluta priorità e ringiovanendo i boschi si va invece a distruggerla. Come insistere sulla necessità di tagliare di più i boschi continuando a ripetere che la superficie forestale in Italia è molto aumentata, ma scordando di dire che i boschi si sono espansi soprattutto in aree abbandonate e poco accessibili, mentre quelli che si andrebbero a tagliare saranno purtroppo quelli più comodi, redditizi e serviti da strade, andando così a depauperare ancora una volta i popolamenti più importanti, in un momento in cui i boschi vanno soprattutto protetti per la serie di servizi ecosistemici che ci forniscono.

Crisi ecologica e crisi culturale

I ghiacciai ci danno una prova costante del cambiamento climatico, misurabile anno per anno, così come l'innalzamento dell'acqua degli oceani; i boschi e le foreste invece tracollano di colpo, e i fattori che le stanno decimando, oltre alla deforestazione che ancora continua, sono incendi, tempeste da vento ed infestazioni di insetti. In Italia nel 2017 sono bruciati 160.000 ha di boschi, mentre nel 2019 incendi mai visti hanno distrutto 4 milioni di ha di boschi in Siberia - pensiamo all'immensità di una tale devastazione confrontata con i 42.600 ha di Vaia - , senza poi parlare delle immense superfici che stanno bruciando in Amazzonia, Australia e  California. Le tempeste di vento hanno colpito il centro e nord Europa per una media di 38 milioni di mc di schianti all'anno, a cui sono seguite spesso infestazioni di scolitidi che hanno distrutto ancora ettari ed ettari di bosco. Ma alla crisi ecologica che accompagna il nostro tempo si affianca una profonda crisi culturale che ci vede sempre più lontani dalla natura e dal bosco, estranei ad un mondo con il quale siamo invece intimamente legati. Gli uomini hanno costruito sul legno degli alberi la loro civiltà: dall'uso del fuoco per cucinare e scaldarsi, al produrre energia ed estrarre medicine, al costruire le loro dimore, le armi per cacciare e gli attrezzi agricoli, i mezzi di trasporto, la carta su cui scrivere, le opere d'arte e gli strumenti musicali. Sono le foreste le responsabili di un'atmosfera più ricca di ossigeno e adatta alla nostra vita, e ancor oggi, seppur inconsapevolmente, il benessere di cui godiamo è legato ai molti servizi ecosistemici che ci fornisce il bosco. Ma mentre un tempo ogni singolo albero aveva un suo valore e una sua storia, e ogni bosco veniva seguito e attentamente gestito, oggi gli alberi sono spesso una massa indistinta di materia, diventati ormai solo un mero prodotto industriale. Dimenticando che intere civiltà sono scomparse dalla faccia della Terra perché hanno distrutto i boschi che circondavano i loro villaggi, causando il cambiamento del clima di quella zona e l'impossibilità di avere acqua e cibo. La storia ci racconta degli errori del passato, mentre la scienza ci fornisce tutti i dati e le conoscenze per comprendere la gravità della crisi ambientale che stiamo vivendo, ma con un estremo atto di resilienza a cambiare il nostro modello consumistico fingiamo ancora di non capire. Spero allora che la devastazione provocata da Vaia possa almeno servire a prendere coscienza di come sta accelerando la nostra corsa verso la distruzione, e di quanto sia urgente il nostro cambiamento: un estremo messaggio degli alberi che da sempre ci hanno accompagnato.

 

 

 

Estremeconseguenze

VAIA, messaggera del cambiamento climatico e acceleratore di nuove politiche forestali di rapina.

di Paola Favero

pdfEstremeconseguenze_di_Paola_Favero.pdf

Abstract

La crisi climatica ci ha portato VAIA. Nel cercare di rimediare a Vaia si pongono le premesse per ulteriori dissesti ambientali che porteranno danni nel medio-lungo periodo anche sotto il profilo del clima. Una spirale perversa che occorre disattivare.

La tempesta Vaia è stato un evento epocale, segnale estremo della crisi ambientale e climatica che ci sta travolgendo. I ghiacciai che si sciolgono possono essere monitorati misurando anno per anno il cambiamento, e così accade per l'innalzamento del livello dei mari, i boschi invece hanno assorbito per anni ed anni i disturbi esterni, ma di colpo sono crollati, schiantati da un vento prima sconosciuto, figlio del riscaldamento globale che provoca sempre più spesso eventi estremi. Poteva essere un’occasione importante per aprire gli occhi, prendere coscienza della rapidità con cui stiamo precipitando verso una situazione fuori controllo, dove il nostro benessere viene meno assieme a quello dell'ecosistema che ci circonda, anzi, di cui facciamo parte. Ma non è stato così. Ed oggi, a due anni da quel 29 ottobre, mentre scendo in auto da passo Falzarego e vedo i boschi distrutti che mi circondano, mi chiedo come possiamo attraversare questo paesaggio stravolto senza sentire un disagio profondo, indifferenti e sordi al messaggio degli alberi. I boschi si sono evoluti in milioni di anni per raggiungere un equilibrio ottimale con l'ambiente in cui vivono, in modo da avere la massima produttività e la massima resilienza, ma ora questo equilibrio si è rotto, e questo dovrebbe essere un segnale che ci fa riflettere spingendoci a cambiare prima che sia troppo tardi. Con l'unica imprescindibile necessità di consumare meno, ricordando che non è possibile uno sviluppo infinito su un pianeta finito, con risorse che sono limitate, come sosteneva Augusto Peccei ed il Club di Roma già nel 1970.

                               Vaia alberi a terra

Non l'abbiamo compreso, o facciamo finta di ignorarlo perché non vogliamo cambiare il nostro stile di vita se non di fronte a qualcosa che ci tocca da vicino e ci fa paura, come è ora con la pandemia. Così anche l'estremo segnale degli alberi sarà stato vano.

Ma c'è di peggio. Vaia da un lato ci ha dato la conferma del cambiamento climatico in atto e delle conseguenze che può avere, ma dall'altro ha aperto le porte ad una politica forestale nuova, ad una selvicoltura produttivistica moderna, ad una gestione del bosco dove l'albero diventa una merce come tante altre, e tutto deve essere funzionale ad ottenere il massimo profitto utilizzando tecnologie un tempo impensabili. Una simile trasformazione era già in atto in gran parte d'Europa ma faceva fatica ad entrare in Italia, sia per l'orografia dei versanti che non consentiva l'uso dei moderni macchinari, sia per la radicata tradizione di selvicoltura naturalistica che caratterizza la nostra storia. In molti paesi d'oltralpe già da decenni i boschi vengono tagliati con tecniche che poco tengono conto dell'ecosistema forestale mentre guardano di più a massimizzare la resa economica: tagli raso o tagli raso a strisce dove aree di bosco vengono completamente tagliate e poi eventualmente rimboschite, organizzazione regolare di strade e boschi per rendere più facile il lavoro, popolamenti forestali sempre più monotoni e artificiali...salvo poi mantenere delle are a parco o riserva dove invece i boschi sono protetti e lasciati ad uno sviluppo più possibile naturale. Simili indirizzi selvicolturali e l'arrivo dopo gli anni 80 di uragani e tempeste devastanti che hanno abbattuto ettari di bosco sia nel nord che centro Europa ha poi fatto sviluppare un tipo di macchinari adatti a lavorare in situazioni così difficili, come gli harvester . Questi macchinari sono in grado di tagliare un albero, sramarlo, scortecciarlo e dividerlo in tronchi in pochi minuti, e una sola macchina riesce a preparare circa 200 mc di legname al giorno, a fronte di 20 mc che potrebbe allestire un boscaiolo. I tronchi così preparati in mezzo al bosco vengono poi raccolti e portati in strada dal forworder, un altro mostro meccanico capace di salire pendenze e terreni dove nessun cingolato riuscirebbe. Tecnologia ed efficienza massime, ideali per operare in situazioni difficili come gli schianti di Vaia, ma terribili se poi applicate in boschi in piedi per effettuare i normali tagli, che in Italia venivano ancora programmati secondo i canoni della selvicoltura naturalistica. Lo scopo era quello di ricavare legname dal bosco cercando di avere un impatto minimo e imitando la natura, magari addirittura attraverso un taglio saltuario mirato, prelevando le piante più vecchie, aprendo il bosco troppo fitto, liberando la rinnovazione, con un’azione puntuale che ricavava legname garantendo nel contempo i servizi ecosistemici e la biodiversità, che nel caso di tagli raso o troppo intensi viene azzerata. Cosa chiaramente impossibile se fatta con un mezzo che solo per spostarsi richiede 4 metri di apertura e che ha bracci meccanici che lavorano solo se hanno spazio libero attorno, per almeno altri 8/10 m. Macchinari che solo poche ditte boschive italiane avevano, ed è per questo che su Vaia sono intervenuti subito Austriaci e Sloveni, ma che ora molti si sono affrettati a comperare, anche grazie alle sovvenzioni. Macchinari indispensabili per lavorare sugli schianti di Vaia, ma che poi, finito di recuperare il legno a terra, si dovranno utilizzare a pieno regime sui boschi in piedi per ammortizzarne il costo.

Harvester forestaleForwarder

Così girando per la Piana di Marcesina sull'Altopiano di Asiago si vedono macchinari e camion di diverse nazionalità, un immenso cantiere forestale come mai si era visto prima, e nei documentari girati per l'occasione si sente inneggiare al nuovo modello di gestione fino a dire che la motosega rappresenta la preistoria, mentre questi macchinari sono il futuro. La cosa peggiore è però la propaganda mediatica che sta a monte di tutto questo, con un martellante invito a tagliare i boschi perché si sono troppo espansi, e a ringiovanire i boschi perché resistono meglio alle tempeste, anche se tutti gli studi dimostrano che sono invece i boschi più maturi ed evoluti ad essere più resistenti e resilienti. Senza dire che se è vero che i boschi italiani sono aumentati di un milione di ettari, è altrettanto certo che non si andrà a tagliare di più nelle zone di recente colonizzazione, di solito impervie e poco accessibili, ma condizionati dall'uso dei macchinari si taglierà di più solo nei boschi comodi che sono spesso anche i più belli. E dimenticando che i boschi più vecchi ed evoluti sono anche quelli più resilienti e più ricchi di biodiversità, che viene distrutta quando vengono fatti tagli intensi o il bosco viene ringiovanito.

Dietro queste logiche così lontane dai proclami di impegno per le foreste, la biodiversità, l'ecosistema, si nascondono ancora una volta pressanti motivi economici, che oltre all'omologazione e banalizzazione del legno, un tempo prodotto pregiato ed oggi spesso utilizzato per imballaggi e cippato, spingono verso un’utilizzazione degli alberi per le centrali a biomassa legnosa, promosse ed incentivate come energia rinnovabile. Senza ricordare che le stesse erano nate per consumare in modo utile gli scarti delle segherie o delle utilizzazioni boschive, e non per destinare alberi interi per approvvigionarle, bruciando in pochi minuti anni di lenta crescita e rilasciando comunque nell'atmosfera la CO2 derivata dalla combustione. Così si spiega come sull'Altopiano sia proprio una multinazionale, Durfeco biomasse, ad avere aperto il più grande cantiere forestale d'Italia. E perché sia così assillante e puntigliosa l'attuale campagna mediatica a favore dei tagli, della gestione attiva del bosco, che arriva a denigrare i pareri di grandi studiosi forestali e perfino della stessa soprintendenza, come nel caso dei cedui di castagno del monte Amiata, pur di sostenere questa folle politica di rapina. Che diffonde sui media, tutti al servizio della lobby della nuova selvicoltura produttivistica, concetti come la necessità di tagliare di più perché i boschi si sono troppo espansi (ma rispetto a quando? E perché non dovrebbe essere positivo in questi tempi di cambiamento climatico avere più boschi?), e ribadisce la necessità di gestire il bosco, che sembra non essere in grado di sopravvivere da sé, e che non può essere abbandonato ad uno sviluppo naturale...Tanto che il nuovo Testo Unico Forestale arriva a prevedere anche la possibilità di obbligare un privato a tagliare il proprio bosco se lo stesso, non più utilizzato, viene classificato come abbandonato. Peccato che siano proprio i boschi abbandonati, dove l'uomo non arriva perché troppo scomodi, che ci regalano poi i boschi vetusti più ricchi di biodiversità e le più belle nicchie di naturalità senza che nessuno sia andato a gestirli. Peccato che in un conteggio di costi e benefici, distratti dalla logica del profitto immediato, ci si dimentichi di considerare gli innumerevoli servizi ecosistemici, fondamentali per la nostra vita ed il nostro benessere, che il bosco sa darci.

 

 

 

Convegno CAAI Marano Vicentino -19 giugno 2021

Le foreste e il cambiamento climatico a livello globale e possibili azioni

di Silvia Stefanelli

Abstract

Negli ultimi anni sono aumentati i disturbi alle foreste, come schianti da veneto, tempeste e attacchi parassitari su larga scala che insieme a pratiche di intensificazione dei prelievi hanno danneggiato la funzionalità e lo stato di salute di molte foreste europee, in molti casi esacerbati dal cambiamento climatico. Nel mondo 80% della deforestazione è causata da prodotti di uso agricolo, tra cui la carne e la creazione di pascoli per allevamento di bovini inclusa la soia per alimentarli, caffè e cacao, olio di palma, pelle e poche altri prodotti tra cui legname e estrazione mineraria e petrolifera. Il contributo maggiore che possiamo dare come cittadini e alpinisti è cambiare le nostre abitudini, anche in campo alimentare, agire nella sfera di influenza della nostra vita sociale e partecipare attivamente al dibattito pubblico chiedendo azioni concrete e immediate.

pdfLe_foreste_e_il_cambiamento_climatico_a_livello_globale_e_possibili_azioni_-_di_Silvia_Stefanelli.pdf

Uno sguardo sulle foreste nel mondo

Le foreste sono al centro dell’attenzione globale per il ruolo cruciale che svolgono nella crisi climatica e per l’ampio spettro di servizi che offrono all’umanità, alla cui esistenza sulla Terra sono indispensabili. La biosfera terrestre, grazie principalmente alla fotosintesi delle foreste, assorbe il 30% delle emissioni di gas serra causate da attività antropiche, per poi immagazzinare il carbonio negli alberi e nel suolo.

Le foreste, soprattutto quelle tropicali, ospitano l’80% della biodiversità globale con centinaia di migliaia di specie ancora da scoprire.

P1080599Il ruolo che le foreste svolgono per il sostentamento umano è altrettanto rilevante. Più del 25% della popolazione sulla Terra dipende dalle risorse forestali per vivere, di cui 240 milioni vivono in ecosistemi forestali con cui hanno sviluppato un sistema di conoscenza e tradizioni antichissime.

Nel mondo coprono poco più di 4 miliardi di ettari, il 31% delle terre emerse concentrate nelle zone equatoriali, tropicali, boreali, temperate – dove si collocano le foreste Italiane. Solo un quarto della superficie totale è composto da foreste primarie, ecosistemi che non sono stati ancora alterati dall’uomo.

Tuttavia ora come non mai le foreste subiscono pressioni e minacce che mettono a serio rischio, oltre che la capacità di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, anche la loro resilienza a disturbi esacerbati dai cambiamenti climatici e infine la loro stessa funzionalità. La perdita di superficie forestale è causa del 12-17 % delle emissioni di gas serra globali.

Benché il tasso di deforestazione sia diminuito, dai 16 milioni di ettari annui degli anni novanta ai 10 milioni annui nel 2020, perdite significative si concentrano in Africa, Sud America, in particolare in Brasile, Birmania, Malesia e Indonesia, hotspots di biodiversità. La deforestazione di foreste naturali, ecosistemi complessi evoluti in migliaia di anni, è solo in parte compensata da piantagioni forestali, foreste molto semplificate, in molti casi monocolture costituite da una o poche specie.

Mai come ora è necessario agire per ridurre le principali minacce: deforestazione, frammentazione degli habitat, degrado dell’ecosistema, cambiamento climatico, rischi sempre più gravi anche per le popolazioni che vi vivono.

                               Foto bosco 1

Eventi sempre più estremi

Eventi estremi come gli incendi colpiscono con sempre maggiore frequenza foreste tropicali e boreali.

La Siberia in particolare è diventata un hotspot climatico a causa di un surriscaldamento più accentuato che nelle zone temperate. Gli incendi nella foreste della taiga siberiana insieme allo scioglimento del permafrost stanno causando oltre che perdite di foreste, fuoriuscite di metano e dei veri e propri mini crateri.

Nel 2020 nella Siberia orientale sono bruciati circa 19 milioni di ettari di foreste boreali, innescati da temperature eccezionalmente alte di 38°C ma anche da inverni e primavere caldi, che hanno seccato i vasti terreni torbosi e li hanno reso molto suscettibile al fuoco.

Nel 2019 ugualmente i satelliti di Copernicus avevano monitorato incendi forestali in Alaska, Groenlandia, nel 2018 in Svezia e nel 2012 c’era già stata una vasta ondata di incendi nella Siberia. Se globalmente gli incendi forestali sono in diminuzione, quello che conta è dove sono ora localizzati, in aree dove non erano frequenti come le regioni artiche, boreali e l’Amazzonia. In quest’ultima vasta regione incendi causati da fattori multipli ascrivibili all’uomo, dalla deforestazione e alla frammentazione dell’habitat unitamente ad alte temperature che rendono la foresta e il materiale lasciato più infiammabile, hanno devastato ampie zone del Brasile negli stati del Parà e del Pantanal. Come spesso succede per il clima, tra riscaldamento dell’oceano e clima ci sono forti correlazioni. Temperature molto alte dell’oceano hanno spostato le precipitazioni lontano dal Sud-America, causando delle condizioni di siccità che hanno interessato le foreste tropicali.

Negli ultimi cinquanta anni è andato perso il 17% della foresta amazzonica. Una delle domande che gli scienziati del clima si stanno ponendo ora è quanta deforestazione e cambiamento climatico può questo vasto bioma tollerare, senza causare una modifica al clima e avviarsi verso un processo irreversibile di conversione in savana, un habitat più secco e impoverito di biodiversità, rilasciando vaste quantità di carbonio nell’atmosfera.

Il climatologo dell’Amazzonia Carlos Nobre e il biologo Thomas Lovejoy – il padrino del concetto di biodiversità -   hanno di recente aggiornato le stime allarmanti sulla vicinanza al punto di non ritorno, indicandolo vicino a 20-25% di deforestazione, a causa dell’aumento di incendi e siccità.

Oltre a questi punti di non ritorno o tipping points, che si stanno pericolosamente avvicinando, il bioma amazzonico non sarebbe più in grado di sostenersi e si innescherebbe un processo di conversione in savana con conseguenze sul clima in Sud-America e nel mondo.

Secondo studi recenti, il 40% della foresta amazzonica, a causa di incendi, cambiamento climatico e deforestazione, sarebbe già spacciata e prossima a convertirsi in savana.

          P1080640

Leve di azione contro la deforestazione

Nel mondo 80% della deforestazione è causata da prodotti di uso agricolo, tra cui la carne e la creazione di pascoli per allevamento di bovini inclusa la soia per alimentarli, caffè e cacao, olio di palma, pelle e poche altri prodotti tra cui legname e estrazione mineraria e petrolifera che creano degrado per la frammentazione dell’habitat. Per fermare questo processo ci sono molte leve di azione:

  • una nuova normativa europea che limiti l’importazione di prodotti che contribuiscono alla deforestazione e obblighi le aziende ad avere una migliore politica ambientale
  • trattati commerciali di libero scambio con clausole di salvaguardia su foreste e popolazioni
  • trasparenza da parte delle aziende nelle filiere di approvvigionamento
  • una maggiore consapevolezza e attenzione del consumatore nella scelta dei prodotti

Le foreste in Europa - segnali di crescente fragilità

          Nel complesso ci sono alcune buone notizie sul fronte delle foreste europee che sono aumentate di superficie del 9% negli ultimi trenta anni per arrivare a coprire il 38% della superficie europea. Mentre le foreste aumentavano di superficie, volume e la quantità di carbonio stoccato nelle foreste sono aumentati del 50%.

Le foreste europee sequestrano il 10% del totale delle emissioni di gas serra dell’Europa.

La superficie di foreste che godono di qualche forma di protezione in Europa - circa il 24% - è soddisfacente, mentre il 15% gode di forme di protezione speciale indirizzate alla tutela della biodiversità.

I volumi utilizzati sono ancora mediamente inferiori all’incremento – circa il 73% - pur con enormi variazioni tra i Paesi.

Negli ultimi anni c’è stato tuttavia un aumento diffuso nella maggior parte dei paesi europei   dei prelievi di legno. Dai dati satellitari in 26 paesi europei dal 2016 al 2018 c’è stato un aumento significativo della perdita di biomassa - del 69% -e un aumento del 34% dell’area media utilizzata. La perdita di biomassa riflette un aumento della domanda di legname e biomassa, cambiamenti nella gestione ma anche perdite per disturbi forestali quali schianti e incendi. Questo fenomeno avviene a scapito di biodiversità, funzionalità dei suoli e della capacità di regolazione dell’acqua. Ci sono paesi che utilizzano tutto l’incremento e anche di più, che praticano la deforestazione come la Finlandia e la Romania. In Francia c’è stata una ripresa della selvicoltura industriale mentre in Italia c’è stato un aumento del prelievo forestale che secondo le stime indicate dal Piano nazionale foreste e clima è destinato ad aumentare nei prossimi dieci anni passando da un utilizzo medio del 30-33 % dell’incremento per arrivare a un 45 %

Lo stesso concetto di gestione forestale sostenibile è applicato in modo molto diverso nei paesi europei, nonostante poi la certificazione e il marchio sui prodotti sia lo stesso.

In generale si rileva un aumento della pressione sulle foreste causato da un aumento della domanda di prodotti legnosi e di biomassa per scopi energetici ma anche da una sempre maggiore diversificazione di prodotti e sottoprodotti utilizzati per l’industria della bioeconomia.

In particolare gli obiettivi molto ambiziosi di traguardo sulle fonti rinnovabili hanno creato degli incentivi perversi di utilizzo massiccio di biomasse legnose, tra cui l’uso massiccio di legname per convertire le centrali a carbone in centrali di cogenerazione.

Se questo prelievo sostenuto continuasse, il ruolo stesso delle foreste europee   di mitigazione delle emissioni   potrebbe essere compromesso e le perdite di CO2 delle foreste potrebbero richieder degli sforzi ulteriori per raggiungere la neutralità climatica nel 2050.Dovremmo aumentare il già molto complesso percorso per arrivare all’obiettivo di emissioni nette di gas serra pari a zero nel 2050.

Nonostante i paesi europei dichiarino che applicano la gestione forestale sostenibile, tuttavia   forme poco sostenibili sono molto diffuse tra cui uso di specie non autoctone,   monocoltura, prelievi eccessivi, danno da meccanizzazione pesante. Queste forme di selvicoltura industriale sono aggravate dalla situazione di vulnerabilità in cui si trovano molte foreste.

Parallelamente negli ultimi anni tuttavia sono aumentato i disturbi come schianti da veneto, tempeste e attacchi parassitari su larga scala che insieme a pratiche di intensificazione dei prelievi hanno danneggiato la funzionalità e lo stato di salute di molte foreste europee, in molti casi esacerbati dal cambiamento climatico

È stata osservata una maggiore frequenza di disturbi su larga scala causati da siccità seguita da attacchi di un insetto – l’Ips typographus - che colpisce le foreste di abete rosso. Le foreste di abete rosso dell’Europa centro-orientale ed in particolare in Germania, Austria, Francia, Slovenia, Slovakia e Repubblica Ceca, sono state particolarmente colpite da danni da tempeste, siccità seguite da attacchi parassitari. Il mercato è inondato da milioni di metri cubi di prodotti legnosi di media bassa qualità.

In conclusione, l’utilizzo delle biomasse legnose per raggiungere gli obiettivi climatici non è sempre positivo e deve tener conto   di impatti diretti e indiretti sul suolo ed ecosistemi ma anche del tipo di gestione forestale attuata e in generale della funzionalità ecosistemica.

Verso un maggiore impegno collettivo

Gli attuali impegni dell’accordo di Parigi sono profondamente insufficienti per rispettare gli accordi presi, di contenimento dell’aumento della temperatura entro 1,5 C°. Secondo le stime delle Nazioni Unite è necessario quadruplicare gli impegni dei Piani clima presentati dai 190 paesi aderenti. Con gli sforzi attuali il trend di aumento della temperatura ci porterebbe a un aumento di almeno 3,2 C° entro fine secolo.

Nello stesso tempo i Piani di Ripresa post Covid-19 rappresentano una grossa opportunità ma solo meno di dieci paesi a livello globale hanno mostrato coerenza tra gli aiuti pubblici e gli obiettivi climatici. L’Italia ha una posizione non chiara: se da un lato prevede forti investimenti su fonti rinnovabili e idrogeno verde dall’altro lato non c’è un chiaro percorso di uscita della dipendenza dal gas e di eliminazione dei 18 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi.

Il dibattito pubblico non riflette l’urgenza di un cambiamento nei modelli produttivi, di consumo e negli stili di vita. Inoltre c’è un’attenzione molto focalizzata sulla tecnologia, tra cui la geoingegneria, la cattura del carbonio e l’idrogeno verde. L’idea che le tecnologie verdi, che pure sono molto importanti, risolveranno i problemi è altrettanto pericolosa.

Non c’è un vaccino per il clima e i movimenti giovanili ci ricordano che la crisi climatica non è solo economica, politica scientifica ma anche etica.

C’è una stretta finestra di opportunità per imboccare la strada giusta, in cui tutti, anche noi soci del CAAI possiamo fare la nostra parte, diventando degli ambasciatori del clima e del cambiamento. Il contributo maggiore che possiamo dare come cittadini e alpinisti è cambiare le nostre abitudini, agire nella sfera di influenza della nostra vita sociale e partecipare attivamente al dibattito pubblico chiedendo azioni concrete e immediate.

Foto 4 Faggeta Prescudin

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì, 17 Giugno 2021 22:27

Anche quest'anno gli amanti dell'arrampicata trad saranno contenti di potersi ritrovare e scalare sulle splendide strutture rocciose delle Valli di Lanzo.

Un'occasione da non perdere.

Grazie all'impegno e alla tenacia degli organizzatori è stato approntato un programma ricco e molto vario per l'edizione 2021 di questo appuntamento ormai consolidato.

Leggi il resoconto del meeting 2020

Il Club Alpino Accademico ha creduto da sempre in questa iniziativa e continua a supportarla attivamente come associazione e come singoli soci impegnati nello staff.

Sostengono l'iniziativa assieme a noi anche altre Sezioni del CAI, Scuole di Alpinismo e varie associazioni, tra cui in primis Valli di Lanzo in Verticale, sul cui sito web si possono trovare ulteriori notizie e seguire gli aggiornamenti. Valli di Lanzo in Verticale

Ecco il programma dettagliato del meeting.

210525 locandina evento

 

IL RADUNO

PROGRAMMA VAL GRANDE IN VERTICALE 2021

                               Sabato 04 Settembre 2021:

A partire dalle ore 09.00 iscrizioni e consegna pacco partecipazione presso piazzale dietro Albergo Savoia di Forno Alpi Graie;

Arrampicata presso le pareti del Vallone di Sea e della Val Grande, in autonomia e sotto la responsabilità di ciascun partecipante;

A partire dalle ore 10.00 prova gratuita di arrampicata, rivolta in particolare a bambini e ragazzi presso i massi della frazione Balme di Cantoira. A cura della Scuola di Alpinismo Giovanile della sottosezione Cai Chieri;

Corso di arrampicata trad a cura della Scuola Nazionale di Alpinismo “Giusto Gervasutti”. Iscrizione obbligatoria contattando il sig. Tachi Pesando al numero 347/468.58.50;

In base alle condizioni meteo, sabato o domenica, verrà svolta una dimostrazione e prove di gonfiaggio vele di parapendio a cura del Club di Volo Baratonga Flyer e Scuola di Volo ASD Peter Pan in località Forno Alpi Graie (dietro Albergo Savoia). Possibilità di voli biposto (a pagamento);

Ore 16.00, presso Salone delle Feste di Cantoira, via della Chiesa, 28, presentazione del libro “Gian Carlo Grassi un uomo una storia” di R. Mantovani con collaborazione di E. Bonfanti e proiezione in prima assoluta del film “Gian Carlo Grassi un uomo una storia” di E. Bonfanti. Ingresso gratuito;

Ore 18.45 cena presso il ristorante “Cesarin” di località Breno di Chialamberto. Menù fisso. Prenotazione al numero 340/868.52.36 oppure 339/538.74.20;

Ore 21.15 serata “Dalle Alpi alla Groenlandia alla ricerca della parete perfetta” di Federica Mingolla, atleta “La Sportiva”, presso Palazzetto Polifunzionale di Chialamberto, località Cossiglia. Ingresso gratuito.

                               Domenica 05 Settembre 2021:

A partire dalle ore 09.00 iscrizioni e consegna pacco partecipazione presso piazzale dietro Albergo Savoia di Forno Alpi Graie;

Arrampicata presso le pareti del Vallone di Sea e della Val Grande, in autonomia e sotto la responsabilità di ciascun partecipante;

Corso di arrampicata trad a cura della Scuola Nazionale di Alpinismo “Giusto Gervasutti”. Iscrizione obbligatoria contattando il sig. Tachi Pesando al numero 347/468.58.50;

Ore 9 partenza escursione gratuita con i C.A.I. aderenti a Valli di Lanzo in Verticale. Iscrizione obbligatoria entro giovedì 02 settembre. L’escursione prevista partirà da Vrù, frazione di Cantoira e si differenzierà su percorsi differenti a seconda del livello dei partecipanti. Prevista anche la visita alla Miniera Brunetta. Per info e ritrovo contattare sig. Paolo Schina al numero 335/589.26.63 oppure sig.ra Tiziana Ferrari al numero 339/825.92.35;

Escursione in MTB con destinazione Bec di Mea (sviluppo itinerario: 30 km circa; discesa lungo la Stura sino a Pialpetta; salita a fraz. Rivotti per poi percorrere l’anello Rivotti – Bec di Mea – Alboni e ritorno a Forno – difficoltà MC). Ritrovo: ore 9 presso piazzale dietro Albergo Savoia di Forno Alpi Graie. Escursione aperta anche a e-bike. Casco obbligatorio, bici in ordine e adeguata alla difficoltà prevista. Iscrizioni entro giovedì 02 settembre. Per info contattare sig. Diego Drago al numero 348 550 3818 oppure sig. Guido Apostolo al numero 348 743 1317;

A partire dalle ore 10.00 prova gratuita di arrampicata rivolta in particolare a bambini e ragazzi presso il masso all’ingresso del Vallone di Sea, a cura della Scuola di Alpinismo “Gianni Ribaldone”;

A partire dalle ore 10.00 prova gratuita di arrampicata rivolta in particolare a bambini e ragazzi presso i massi della frazione Balme di Cantoira. A cura della della Sezione Cai di Venaria;

Dalla mattinata esibizione di “slack line” a cura del Gruppo “Torino sul Filo”, in zona Forno A.G.;

In base alle condizioni meteo, sabato o domenica, verrà svolta una dimostrazione e prove di gonfiaggio vele di parapendio a cura del Club di Volo Baratonga Flyer e Scuola di Volo ASD Peter Pan in località Forno Alpi Graie (dietro Albergo Savoia). Possibilità di voli biposto (a pagamento);

Ore 16.30 presso Albergo Savoia di Forno A.G. presentazione del libro “Gian Carlo Grassi un uomo una storia”, di R. Mantovani con collaborazione di E. Bonfanti, con lettura di alcuni passi da parte dell’autore stesso (durata circa 30 min.). Ingresso gratuito;

Ore 17.15 conclusione Val Grande in Verticale presso il parco dell’Albergo Savoia di Forno Alpi Graie con consegna gadget ai partecipanti;

Cena presso Albergo Pialpetta e/o Setugrino di Pialpetta.

Lunedì, 03 Maggio 2021 22:07

 

Luca Enrico, del CAAI Gruppo Occidentale, ci racconta un viaggio avventuroso in un angolo di Dolomiti grandioso ma poco battuto. Via Tissi/Andrich/Zanetti alla TORRE ARMENA, nelle Pale di San Lucano.

RELAZIONE_TECNICA_Torre_Armena-via_Tissi.pdf

Le foto sono dell'autore.

Questa Jori sull’Agner proprio non vuole farsi salire, almeno da noi, ancora una volta l’amico Santomaso, super “local” di questi posti, ce la sconsiglia. Quei maledetti camini, così profondi, sembra che non vogliano essere mai così tanto asciutti da non infliggerci una grande ravanata. Ma forse la nostra fama in fatto di ravanate è nota fino ad oriente e così il nostro amico agordino ci propone una salita un po’ particolare, sicuramente poco ripetuta (…scopriremo poi il perché) ma che di certo potrebbe riservarci tutte le emozioni che andiamo cercando, solo con la roccia asciutta. Il che in fondo non è poco, strisciare come delle serpi nei camini umidi e fangosi non è mai proprio il massimo, non tanto perché il mio abbigliamento ne patisca più di tanto ma perché ne esci sempre tutto umidiccio, con sta fanghiglia appiccicosa addosso!

ai piedi della TorreAi piedi della TorreLa Torre Armena sembra interessante, in fondo si potrebbe anche andare a visitarla, e poi la Valle di San Lucano è sempre bella e di tutte le salite fatte qui serbiamo un bel ricordo. Vioni infiniti, discese lunghe, insomma, giornate sempre vissute in modo pieno e mai scontato, lontane dalla folla di altri gruppi dolomitici, come le Lavaredo, dove per scalare bisogna prendere il biglietto.

Come le altre volte il programma è partire il venerdì pomeriggio (…non dico “sera” solo perché in estate la luce sembra allungare le giornate…), fare la via il sabato, “magari” bivaccare su e rientrare con tutta tranquillità la domenica. E così facciamo, l’appuntamento è sotto casa nostra (mia e di mio fratello) dove si trovano Luca Brunati e il giovane Luigi Sibille, figlio del nostro amico Sergio. Ovviamente l’ora di partenza viene drasticamente posticipata anche questa volta ma così, pensiamo per rincuorarci, non troveremo casino a Milano. In effetti il viaggio fila liscio, tanto liscio che ci viene la malaugurata idea di non fermarci nel solito squallido autogrill ma di uscire nella pianura veneta alla ricerca di una pizzeria. Solo una volta al tavolo ci rendiamo conto che l’attesa dell’agognata pizza si sta prolungando oltre il dovuto…morale usciamo a Belluno che è già notte inoltrata.

Anche autoconvincendosi che dal casello manchino pochi kilometri la strada fino ad Agordo sembra sempre infinita ma finalmente arriviamo nell’ultimo paese abitato prima che la wilderness, per usare un altisonante termine anglosassone, della Valle di San Lucano prenda il sopravvento. Ci fermiamo a prendere acqua. Sotto alla piazzetta, dove sorge la bella fontana, sembra esserci una confortevole tettoia che, però, altro non è che la copertura di alcuni garages…a me non sembra tanto il caso ma un tizio, sopraggiunto per parcheggiare il suo mezzo, ci invita ad usufruire di quel riparo. Seppur un po’ titubante mi sto apprestando ad organizzarmi per ciò che rimane ancora della notte quando una voce dal nulla comincia a sbraitarci addosso per la nostra “violazione di domicilio”. Buttiamo tutto in auto e andiamo nella wilderness agordina.

attacco variante ComiciAll'attacco della variante Comici

 

dentro al caminoDentro al camino

 

dubbi di percorsoDubbi di percorsoLa mattina l’umidità è terribile, non ci alziamo nemmeno così presto, l’alba è già passata da un po’ ma passa poca gente per di qua, mentre facciamo colazione con un Estathè freddo arriva solo una ragazza con un’Audi lunga dieci metri da cui fa scendere un cane, non c’è altra anima viva. Certo che sono ben selvaggi questi posti ma le grandi pareti che sembrano schiacciarci sono molto affascinanti. La Torre la scorgiamo lassù in alto, difesa da salti e pareti ammantate di mughi.

il bivaccoIl bivaccoin ombra la Torre ArmenaIn ombra la Torre Armena

Dovremmo ricordare da dove parte il sentiero per il bivacco Cozzolino ma c’è un tale sconvolgimento di tronchi abbattuti che le nostre convinzioni per un attimo vacillano salvo essere poi confermate da una scarpetta da arrampicata infilata su un ramo a mò di segnavia. Certo fossimo in altre zone delle Dolomiti magari avremmo trovato cartelli e paline segnaletiche e un sentiero tipo autostrada ben tracciato ma qui no, ci sembra un po’ di essere nella versione orientale delle nostre amate Valli di Lanzo!

labirinto verticale andando a prendere la variante ComiciLabirinto verticale andando a prendere la variante ComiciSappiamo che prima del Cozzolino dobbiamo girare a destra e prendere il sentiero che porta alla Forcella del Negher. Ovviamente nel punto che ci sembra proprio quello giusto scende un nevaio con quella neve dura estiva, super compattata e con le nostre scarpe basse da avvicinamento scivoliamo solo a vederla. Che fare? Possiamo sempre traversare all’inizio del nevaio e poi risalire tra i mughi la sponda opposta. Dall’altra parte ci infiliamo in un canale, non si cammina nemmeno così male ma presto iniziamo a lottare ferocemente con i mughi. Tuttavia, ad ogni ramata in faccia, pensiamo che da lì a poco ritroveremo la giusta via. Gli sbiaditi segni rossi li vediamo, peccato però che siano al di là di una forra impenetrabile, e nel frattempo le scarpe di Luigi perdono i pezzi. Cerchiamo la suola di una delle calzature in mezzo alla vegetazione trovandola semi appesa su un mugo, quasi come un addobbo per un Natale ancora troppo lontano. In realtà la raccattiamo più come cimelio storico che altro, o forse per non inquinare la montagna, tanto non sapremmo proprio come riattaccarla. Camminare senza Vibram non è il massimo ma Luigi se la cava bene, almeno fin dove il “bosco” di mughi non diventa quasi verticale. Qui tiriamo fuori la corda che ci serve anche per la successiva breve calata in doppia fatta rigorosamente alla “vecchia maniera”, cioè a spalla. La manovra ha però il vantaggio di depositarci finalmente sulla retta via, poco sotto la Forcella del Negher!

la Torre è ancora lontanaLa Torre è ancora lontanama sarà giustochissàMa sarà giusto? chissà...nel Valon de le ScandoleNel Valon de le Scandole

Da qui la camminata sembra persino agevole, il posto è incantevole, davvero fuori dal mondo. Adesso dobbiamo solo riuscire a trovare la “variante” aperta da Emilio Comici con Giorgio Brunner durante la prima ripetizione l’11 giugno del 1931, a soli sette giorni dalla prima salita opera di Attilio Tissi con Giovanni Andrich e Francesco Zanetti. Come fece il grande triestino a scovare questo accesso, per evitare una lotta feroce con i mughi della “normale”, non è dato sapere ma lo ringraziamo.

L’ambiente è magnifico, sembra di essere in un labirinto verticale fatto di cenge, prati sospesi, colletti e crestine, ci insinuiamo sempre di più nel cuore della montagna e finalmente arriviamo alla base della parete su cui passa la “variante Comici”. Sono passate ben 6 ore dalla partenza!

Finalmente calziamo le scarpette da arrampicata, la parete è nerastra, la roccia mediocre e scarse le possibilità di protezione, sto salendo io e con ammirazione penso a Comici, che ben 89 anni prima di me sfiorò queste rocce, con le sue pedule in feltro, la corda legata in vita e una manciata di chiodi che probabilmente manco usò…io invece sono qui a cercare di piazzare un microfriend che non riesco e sudo nel vedere il lasco della corda sotto di me. Ma è il tiro seguente che denota la grande maestria di quel fuoriclasse, il suo grande intuito a fare quella grande traversata così aerea e un po’ illogica, sotto un inconfondibile spuntone giallastro, di quel giallo dolomitico, di un giallo marcio che più marcio non si può. Usciamo dal salto e ci ritroviamo su un prato sospeso di una bellezza senza eguali, davanti a noi la Torre si innalza ora ben evidente e di qui sembra infinita e non quel quasi insignificante torrioncino che appariva dal parcheggio.

 preparativi per la nottePreparativi per la notte

sulla TissiFinalmente sulla TissiLo zoccolo, o almeno quello che chiamano così, non è così bonario. Partiamo slegati ma presto alcuni passaggi per nulla banali ci convincono a procedere legati, anche se in verità la possibilità di piazzare protezioni è piuttosto scarsa. Continuiamo a salire e non arriva mai l’attacco vero della via, guardando la relazione vogliamo quasi ingannarci ma la realtà e un’altra. Ad un certo punto sbattiamo contro un camino profondo e nerastro, repulsivo. La via attacca con un camino, siamo giusti e sullo spuntone che emerge dal comodo terrazzino dove siamo sistemati c’è un bel fascio di vecchi cordoni.

TRACCIATOIl tracciato della Tissi/Andrich/ZanettiParto io, il camino è nero e tutto umido, supero una serie di strozzature e con sgomento mi ritrovo sotto un bombamento strapiombante. Cerco di uscire, strisciando come una serpe, da un buco sul fondo del camino ma è troppo stretto. Sono bagnato e infangato ma riesco a piazzare un buon cordone sulla clessidra formata dal grande masso che ostruisce il camino. C’è niente da fare, devo buttarmi in fuori, superare il bombamento ed afferrare la fessura successiva. E’ larga, non riesco a fare un buon incastro di mano, butto dentro un piede e un braccio e affannosamente cerco un friend che possa andare bene ma che ovviamente ho già piazzato in basso. Mi faccio coraggio e salgo, tanto non ci sono alternative, e mi ritrovo su un terrazzino sul fondo del camino. E’ un posto orrido e fantastico al contempo, la sua volta sembra quella di una cattedrale e dall’alto filtra la luce del pomeriggio ormai avanzato. Tutto è umido, liscio, slavato dall’acqua. Recupero gli altri che si sono legati tutti alla mia corda.

Ma com’è possibile che i primi salitori siano passati da qui? Erano forti, è vero, ma mi sembra strano. Ci riuniamo tutti e quattro e cerchiamo di capire da dove uscire. La possibilità più logica è a destra. Parto di nuovo io e mi trovo fin da subito impegnato a lottare su una specie di lama, più strapiombante e cattiva di quanto sembrasse da sotto. Qui dentro è così buio che gli altri mi illuminano con le frontali. La lama diventa una fessura fuori misura, un camino stretto. Mi ci incastro dentro, sento la roccia comprimermi il petto e la schiena, l’ingombro del casco mi dà fastidio. Sono riuscito a piazzare un n°4 ma mi sento bloccato, non riesco a muovermi, intorno a me è tutto liscio e penso che se mi dovessi spostare da questa posizione precipiterei. Lancio tutta una serie di imprecazioni, poi, come spesso accade in questi frangenti, mi decido in maniera quasi inconsapevole, afferro una tacca sul muro liscio a destra del mio sarcofago, con uno scatto mi sollevo, mi riposiziono con i piedi, riesco a piazzare un’altra protezione e con un ultimo balzo esco da quell’anfratto. Esausto mi siedo sulla bella terrazza ghiaiosa, la nebbia nel frattempo è scesa ma non mi impedisce di vedere che il camino giusto è quello che sale dalla parte opposta, asciutto e bonario rispetto a quello appena salito!

verso la variante ComiciVerso la variante Comici

 

E’ tardi ma decidiamo di salire il successivo facile tiro. Ci ritroviamo su una cengia rocciosa leggermente inclinata. Non è comodissima ma nemmeno così male per il bivacco ormai inevitabile e per di più siamo anche al riparo da possibili pietre, ma tanto non abbiamo scelta. Dobbiamo fermarci qui. Ci infiliamo nei sacchi da bivacco, come sempre all’inizio non sembra nemmeno faccia così freddo. Al mattino la musica cambia. Il sole non viene nemmeno a scaldarci e partiamo intirizziti con le dita fredde e dure. Ma troviamo un vecchio chiodo! Ne troveremo solo cinque in tutto.

La roccia qui diventa bella, la scalata verticale, le possibilità di proteggersi sempre piuttosto scarse. Con ammirazione pensiamo a Tissi, a Comici e ai loro compagni che quasi nove decadi fa salirono da qui, senza possibilità di ritorno. La parete è enorme ma tiro dopo tiro ci portiamo verso l’uscita, fino all’ultimo camino con la roccia dubbia. Usciamo dalle difficoltà, il sole adesso viene a scaldarci.

verso luscitaVerso l'uscitaormai in vettaOrmai in vetta

Ma non è finita, come al solito quando uno pensa già di essere fuori c’è sempre ancora un tiro da fare, un passaggio ostico da superare, un’incertezza di itinerario da decifrare ma, anche questa volta, la vetta arriva. Il tempo sta cambiando, dobbiamo affrettarci perché ci tocca ancora percorrere una cresta espostissima, il vuoto è allucinante, lo sguardo si perde negli strapiombi dolomitici, in quegli imbuti infiniti striati di nero, su pareti e muri fantastici che mai nessuno ha percorso e potrà percorrere, chimere di un primordiale mondo minerale.

Siamo sui ghiaioni, comincia a piovigginare ma dura poco, facciamo il sacco, mangiucchiamo qualcosa, un’ultima risalita sfasciumosa ci porterà sulla via normale dell’Agner. Ma ormai non ha più importanza. Scendiamo, basta scendere. Sotto l’amico Santomaso, ancora una volta, ci darà un passaggio per riprendere l’auto parcheggiata nella Valle di San Lucano. A buon rendere!   

Lunedì, 26 Aprile 2021 15:49

La carta stampata, anche nel settore “alpinismo”, ha inesorabilmente ceduto il passo al virtuale.

Ma ci furono esperienze straordinarie e irripetibili che non si possono dimenticare.

Una di queste è sicuramente SCANDERE, rivista nata nel 1949 all’interno del CAI Torino ma diventata ben presto una fucina di nuove idee anche in campo nazionale e non solo.  

Ugo Manera ne ripercorre le tappe fondamentali.

Scandere è stata una pubblicazione importante, forse unica nel suo genere che, pur essendo sezionale, spesso è uscita dai confini cittadini affrontando temi generali dell’alpinismo di punta, sia nazionale che internazionale. Sarò un vecchio nostalgico, ma ne sento la mancanza ora che, sulle poche pubblicazioni cartacee sopravvissute, l’alpinismo di punta, a differenza del passato, è quasi scomparso. Fa eccezione l’Annuario CAAI, lunga vita a questa pubblicazione.

Sono anche nostalgico delle pubblicazioni cartacee in genere che progressivamente scompaiono ingoiate da quel mostro mangiatutto che è internet. È pur vero che su internet si trova di tutto, ma di questa immensa mole di informazioni (serie o fasulle) cosa rimarrà nel tempo? Tra 50 anni chi sarà interessato alle storie alpinistiche di oggi riuscirà a ritrovarle e rileggerle in questo astronomico contenitore o saranno praticamente introvabili, ingoiate dal consumismo generale? Io ho una discreta collezione di riviste alpinistiche, quando mi serve qualche cosa, per necessità o per piacere, lo cerco su “Montagne et Alpinism” degli anni ’50 e ’60; sulla ‘Rivista Mensile’ dagli anni ’30 agli anni ’80; su Scandere o sulla ‘Rivista della Montagna degli anni ’70. Gli appassionati del 2070 potranno ritrovare e rileggere le cose di oggi navigando in internet o saranno disperse in un orizzonte inscrutabile perché troppo vasto? Non lo so.  

Per questo voglio raccontare un blitz che, esattamente 40 anni fa, in 4 amici, abbiamo condotto per impossessarci di Scandere e dimostrare quali contenuti doveva avere un annuario per essere una testimonianza dell’alpinismo di vertice.

1 Scandere n1 1949Scandere nasce nel 1949 come annuario della Sezione di Torino del CAI. L’intenzione dei benemeriti promotori dell’iniziativa era di creare una pubblicazione che, oltre a tenere informati i soci delle attività e cariche sociali, desse la possibilità ai soci stessi di pubblicare le proprie storie di avventure di rilievo vissute nella pratica dell’alpinismo e anche dello sci alpinismo. Scandere riprendeva una tradizione della Sezione di Torino che negli anni ’30 aveva pubblicato un interessante notiziario annuale dal titolo: Alpinismo.

Massimo promotore di questa “rinascita” fu Ernesto Lavini che mantenne la direzione della redazione di Scandere fino al 1977 quando la cedette a Gianni Valenza da tempo suo collaboratore.2 Scandere 1959

Scandere nasce con lo scopo primario di illustrare l’attività alpinistica dei soci ponendosi anche come obiettivo quello di incentivare gli stessi a raccontare le proprie avventure vissute in montagna. Pur essendo una pubblicazione sezionale, offre le sue pagine a scalatori di punta che non sono soci della Sezione, come Andrea Mellano e Corradino Rabbi, che appartengono alla Sezione cittadina concorrente: l’UGET.

Scandere mette in primo piano l’alpinismo ad alto livello, seppure in ambito cittadino e locale, concedendo comunque spazio all’alpinismo non estremo ed allo sci alpinismo. Rimane in ogni caso una rivista di stampo prettamente alpinistico che segue l’attività di punta in ambito piemontese con aperture ad imprese di carattere nazionale ed internazionale.

Una rubrica molto gradita ai soci era quella della pubblicazione dell’attività alpinistica dei soci stessi con, in primo piano, l’elenco delle prime ascensioni, prime invernali e prime italiane. Seguivano le ascensioni alpinistiche ed infine quelle sci alpinistiche. Era una importante fonte di notizie che rimanevano fissate nel tempo. Con gli anni però questa rubrica si perse, forse per l’oggettiva difficoltà nel raccogliere le necessarie informazioni. Questo portò ad una certa disaffezione da parte di molti soci, privati dalla possibilità di vedere pubblicata la propria attività.

 

 

3 Scandere dedicato alla spedizione al Pucahirca CentralTra i numeri di Scandere da citare trova spazio quello del 1961/62 dedicato totalmente alla vittoriosa spedizione andina della scuola Gervasutti al Pukajirka Central guidata da Giuseppe Dionisi e raccontata dalla penna di Arturo Rampini, segretario della Scuola e fedele scudiero del “Capo”: Dionisi.

Altro numero importante è quello del 1963 quando, in occasione del centenario di fondazione del CAI e della Sezione di Torino, Armando Biancardi traccia in modo egregio un’analisi di cento anni di alpinismo torinese.

Ernesto Lavini, nei molti anni di guida della redazione di Scandere, fu sensibile al valore letterario degli articoli, compaiono così articoli di Massimo Mila e quando appare sulla scena Gian Piero Motti non esita ad ospitarlo il più possibile con i suoi scritti sull’annuario; notevole il numero dl 1974 dove Gian Piero illustra magistralmente il nostro nuovo terreno di gioco: i Dirupi di Balma Fiorant in valle dell’Orco.

Gli anni ’70 hanno visto una grande evoluzione dell’alpinismo e della scalata sulle Alpi. Nasce e si sviluppa anche da noi la tecnica di progressione su ghiaccio definita di “piolet traction” destinata a stravolgere la scalata su ghiaccio. Nelle manovre di corda si afferma l’assicurazione dinamica che consente di osare di più e con maggior sicurezza nell’arrampicata. Si sviluppano anche le tendenze già in atto negli Stati Uniti e nel Regno Unito che condurranno all’arrampicata sportiva. In Valle dell’Orco, ma anche altrove, nascono movimenti innovativi nella scalata. Quello a casa nostra viene ricordato come: Nuovo Mattino. Dopo la metà del decennio si fa strada il modo di scalare che Enrico Camanni definirà “Fantalpinismo” con imprese condotte in tempi incredibili e spesso in solitaria.

4 Scandere dedicato al centenario del CAI edella Sezione di Torino

Noi, che rappresentiamo in quel momento l’alpinismo di punta in ambito torinese, siamo molto attenti a questa evoluzione globale. Cerchiamo di capirla e poi di farla conoscere. Roberto Bianco, sempre intraprendente e determinato, propone di portare a Torino uno dei campioni del nuovo dirompente Fantalpinismo: Jean Marc Boivin. Roberto si mette in azione, contattata Jean Marc e ottenuto il suo assenso, prenotiamo il Teatro Nuovo perché vogliamo realizzare una serata torinese alla grande che attiri alpinisti e semplici amanti della montagna.

 

8 Scandere 1977 Cittadino BuonapartejpgScandere 1977 A questo punto debbo correggere un’imprecisione nel pregevole libro di Camanni: “Verso un Nuovo Mattino”. L’incontro con Boivin non avvenne al Teatro Nuovo che all’ultimo momento ci venne negato per concederlo a Macario in quanto il teatro che portava il nome del celebre comico era stato chiuso per motivi di sicurezza.

Roberto Bianco andò su tutte le furie ma non si dette per vinto, mobilitò tutte le sue conoscenze e riuscì ad avere Torino Esposizioni per la serata di Boivin. Venne anche allestita una parete in legno sulla quale Jean Marc si esibì con dimostrazioni di progressione in piolet traction. Fu un successo enorme con oltre 3000 persone sedute anche per terra in quel salone non predisposto per tali manifestazioni. Non vi erano solo alpinisti e appassionati di montagna, ma anche rappresentanti del mondo industriale con il quale Roberto aveva rapporti di lavoro. Forse solo motivi di sicurezza impedirono la partecipazione persino dell’Avvocato. Era il 1977.

 

 

5 Scandere 1974

9 Scandere 1979

Il successo di quella serata alimenta il nostro entusiasmo, entusiasmo che investe anche la principale pubblicazione torinese: Scandere. Nel 1976 nella redazione dell’Annuario si affianca ad Ernesto Lavini Gianni Valenza, già suo collaboratore, che l’anno successivo lo sostituisce nella direzione. Valenza, degnissima persona, non ha molti legami con l’alpinismo di punta e adotta un’impostazione diversa con temi che spesso esulano da tale alpinismo. Nello Scandere 1977 compare un suo articolo su Napoleone sulle Alpi di ben 13 pagine ed altre 19 pagine trattano temi che poco hanno da spartire con ogni forma di alpinismo. Proprio in un momento di importanti evoluzioni dell’alpinismo stesso, con tante novità da illustrare e diffondere.

Questa nuova impostazione di Scandere suscita le mie fiere rimostranze in sede di Consiglio della Sezione. Da anni facevo parte del Consiglio ed ora, ad oltre un quarantennio di distanza, debbo ammettere che ero piuttosto rompiscatole, sempre pronto a contestare quelle iniziative che mettevano in secondo piano l’alpinismo.

6 Scandere 1974 Parete di Balme Fiorant di MottiScandere 1974

Ottenuto l’incarico trasciniamo nell’avventura Gian Piero Motti e Corradino Rabbi e ci avvaliamo della collaborazione di Costantino Piazzo, tutti membri del Club Alpino Accademico. Parte l’operazione condotta in primo luogo da Bianco che si scapicolla nel procurarsi articoli da alpinisti internazionali di alto livello.

 

Troviamo ovunque interesse e collaborazione, riusciamo a mettere insieme molti articoli che rappresentano l’attualità alpinistica, nasce così Scandere ’79 che dà tanto spazio all’alpinismo di punta. L’annuario ha successo e trova ampio consenso ma occorre rientrare dalle spese, bisogna vendere tante copie per pareggiare i conti, così iniziamo un lungo giro nelle sedi CAI del Nord Italia in una formazione a 4, ognuno con compiti definiti: Gian Piero funge da autista alla guida del suo fuoristrada Toyota, Rabbi presenta una breve serie di diapositive 6x6 con immagini alpine di alta qualità, io presento una ampia esposizione di diapositive 24x36 relative ad attività alpinistica, Roberto si occupa dell’organizzazione delle serate, della vendita dell’Annuario, e funge da cassiere.

Vendiamo molte copie, copriamo tutte la spese ed alla fine dei conti ci troviamo con un utile che, su proposta di Roberto, investiamo in una gran cena per noi quattro in un ristorante stellato Michelin, soddisfatti ed allegri.

 

 

 

10 I collaboratori di Scandere 1979Scandere 1979 ebbe grande successo ma la nostra era stata una dimostrazione ed il11 Collaboratori di Scandere 1979 nostro piccolo gruppo non aveva nè la possibilità nè la volontà di continuare l’esperienza. Quell’esperimento però aveva suscitato molto interesse così la Sezione di Torino decise di continuare sulla strada da noi indicata trovando un accordo con il Club Alpino Accademico e la Rivista della Montagna e Scandere 1980 fu nuovamente un bel numero. I problemi finanziari si fecero però sentire visto che non poteva essere ripetuta l’iniziativa di diffusione da noi attuata l’anno precedente così il numero che seguì raggruppò due anni: 81/82 e venne prodotto in collaborazione con il CDA abbinando il nome di Scandere a quello dell’annuario alpinistico del CDA: Momenti di Alpinismo.

Anche questa soluzione non risultò definitiva e Scandere sarebbe finito se non scendeva in campo il Museo della Montagna nella persona del suo direttore. Aldo Audisio che, formato un comitato di coordinamento composto dallo stesso Audisio, da Manera Ugo e Gian Piero Motti diede vita a quella serie caratterizzata da immagini di copertina su sfondo nero cara ad Audisio.

13 Scandere si abbina a Momenti di Alpinismo CDAQuella serie durò diversi anni e produsse numeri di grande interesse tra i quali quello del 1983 che fu l’ultimo impegno di Gian Piero Motti che, con l’articolo “Arrampicare a Caprie” sembrava preannunciare un addio all’alpinismo ed al mondo.

La serie sotto l’egida del Museo della Montagna continua con gli Scandere 1984, 1985, 1986 poi Audisio, sommerso da altri impegni, lascia il coordinamento. Nel 1987 escono due numeri sottoforma di supplemento della rivista della Sezione: Monti e Valli e per il 1988 il coordinamento viene assunto da Nanni Villani. Sono però soluzioni transitorie ed i risultati non sono all’altezza della tradizione, così Audisio torna a dirigere la redazione avvalendosi della collaborazione di Franco Ribetti e produce altri cinque numeri di ottimo livello fino     al 1996 quando decide definitivamente di uscire scindendo Scandere dai destini del Museo della Montagna.

Scandere sopravvive ancora per un numero, Il CAI Torino tenta di continuare con l’Annuario 1997/99, lontano dal livello delle edizioni precedenti, ma con questo numero termina la vita di Scandere.

 

 

 

 

 

 

 14 Scandere 1983 primo della gestione Museo della Montagna

 15 Scandere 1983 contro copertinaScandere 1983 - contro copertina

 17 Lultimo numero di Scandere 1999L'ultimo numero di Scandere 16 Scandere lultimo curato dal Museo della Montagna

 

Domenica, 11 Aprile 2021 21:50

E’ in consegna in questi giorni il funzionale capo di abbigliamento a marchio Grande Grimpe confezionato su misura per i soci del C.A.A.I.

La nostra associazione ha sempre dato importanza primaria alla qualità dei soci e alla loro attività, ma visto che anche la forma si lega spesso alla sostanza, crediamo che questa iniziativa possa alimentare lo spirito di appartenenza e aumentare la visibilità esterna dei nostri soci.

Dietro ognuno di questi pile una storia alpinistica importante e una visione dell’alpinismo ricca di contenuti e di valori.

Un ringraziamento particolare ai soci Ennio Spiranelli e Domenico Chindamo

DOUBLE 1 bisFITZ ROY 1 bis

 

Martedì, 06 Aprile 2021 18:03

  

LE VALLI DI LANZO

A cura di Luca Enrico 

C.A.A.I. Gruppo Occidentale

Martedì, 23 Marzo 2021 18:51

Storie semiserie nel racconto di Ugo Manera

Tutte le foto, salvo citazione specifica, sono dell'autore.

 

IL CAPORAL 

4 Caporal 2La parete del CaporalQuando nel lontano autunno del 1972 mi venne in mente di denominare scherzosamente Caporal la prima parete scalata sugli allora sconosciuti “Dirupi di Balma Fiorant” della Valle dell’Orco, non pensavo proprio che quel dirupo divenisse celebre come lo è ora. L’idea del nome mi era sorta pensando al gigantesco scoglio della californiana Yosemite Valley: il celeberrimo Capitan; solo che il nostro, pur bellissimo, era notevolmente più piccolo ed andava ovviamente posto ad un livello più basso della scala gerarchica.

Perché storie semiserie?

Perché le nostre avventure su quei dirupi furono sempre vissute con allegria, a volte in modo poco razionale, ma lontane da atteggiamenti epici che ancora comparivano in alcuni aspetti dell’alpinismo di allora. Il nostro era un gioco condotto con determinazione ma con spirito fanciullesco anche se non eravamo più ragazzi.

La storia del Caporal e dintorni è strettamente legata al Club Alpino Accademico; a condurre le due cordate che vi aprirono la prima via, Tempi Moderni, furono due accademici: Manera e Motti così come erano Accademici i tre che tracciarono la prima via sulla Parete delle Aquile: Manera, Rabbi, Sant’Unione. Dei quattro che scalarono poi per primi la Parete dei Falchi due erano accademici: Manera, Sant’Unione.

Lo scopritore del Sergent, Gian Carlo Grassi, era allora accademico e diede tale nome alla nuova parete per rivendicare amichevolmente un titolo di superiorità nei confronti del nostro Caporal.

Grande successo hanno avuto poi gli International Trad Climbing Meeting voluti ed organizzati su quelle pareti dal Club Alpino Accademico.

In quel microcosmo di ottimo gneiss granitico, di roccia da scalare ve ne era tanta e poneva molti problemi da risolvere agli scalatori. Le prime 10 volte che sono andato lì è stato per aprire nuove vie, poi ho cominciato a ripetere itinerari già esistenti. Alcune di quelle aperture sono state delle vere avventure, a volte non molto razionali ma belle da raccontare.

2 Dirupi di Balma FiorantLe pareti di Balma Fiorant

 

5 SergentIl Sergent

8 Torre di AimoninTorre di Aimonin

 

12 Bec di Mea 1969Sulla Via del naso al Bec di Mea nel 1969

La Scoperta

Sul finire degli anni ’60 il sodalizio alpinistico tra Gian Piero Motti e me si fece più saldo, ci eravamo conosciuti nell’ambito della scuola di alpinismo Giusto Gervasutti, ambedue entrammo a far parte dell’organico istruttori nel 1965, io invitato per la precedente attività alpinistica, Motti perché aveva superato brillantemente i corsi della scuola e contemporaneamente aveva espletato una cospicua attività alpinistica individuale. Io ero più vecchio di 7 anni, avevo una sconfinata voglia di scalare pareti e montagne difficili, voglia che dovevo mediare con impegni di famiglia e di lavoro. Gian Piero proveniva da una famiglia benestante, tra i giovani fu il primo a poter disporre di un’auto propria: inizialmente una 500 ma presto una FIAT 850 Coupé, più consona ai suoi gusti. A chi non lo conosceva appariva determinato, anche un po’ spavaldo, era generoso e disponibile ma nelle discussioni tagliava corto se trovava l’interlocutore noioso. Si impegnò seriamente con la scuola di alpinismo e con la precisione e competenza che lo hanno sempre distinto, preparò una bellissima serie di dispense per gli allievi. Il suo modo di vivere e qualche suo atteggiamento nell’agire gli valsero il soprannome di “Principe”, coniato forse da qualcuno che nei suoi confronti provava un po’ di invidia.

CyberViewX v5.16.55Model Code=58F/W Version=1.19La fessura Kosterlitz prima dello scempio10 fessura Kosterlitz oggiLa fessura Kosterlitz oggi

Nell’ambito della scuola cominciammo a discutere di montagne e lentamente scoprimmo di avere obiettivi in comune ed anche la nostra visione etica dell’alpinismo aveva molte similitudini. Gian Piero leggeva le pubblicazioni alpinistiche che provenivano dagli USA e dal Regno Unito e seguiva molto ciò che succedeva al di là delle Alpi: in Francia.

summ Caporal Tempi Moderni Thin crack under the crux slabCaporal Tempi Moderni - ph Alberto Rampini Aveva scoperto una visione della scalata diversa da quella della nostra tradizione ancora influenzata dalla concezione romantica dell’alpinismo eroico di origini italo germaniche. Si potevano affrontare le massime difficoltà con preparazione tecnico-sportiva, spogli dalla visione drammatica che in passato sembrava aver accompagnato le grandi imprese. Io non leggevo le riviste in lingua inglese ma divoravo tutto quello che si scriveva di alpinismo in Italia e Francia, avevo poco tempo a disposizione ed un’infinità di progetti. La visione della “Montagna scuola di vita”, se mai mi aveva sfiorato, era scomparsa completamente dai miei pensieri. Lontanissima da me era poi l’idea dell’alpinismo eroico e gran parte del mio studio e preparazione tecnica era improntata a ridurre i rischi che comunque l’alpinismo delle grandi difficoltà richiede di affrontare. Già provavo qualche senso di colpa nei confronti dei miei familiari per cui non intendevo cedere a nessuna spinta eroica nel conquistare i miei obiettivi alpinistici. Ciò che ci accomunava era il desiderio della scoperta: posti nuovi ove vivere l’avventura, non necessariamente solo in alta montagna, l’avventura si trovava anche sui fianchi delle valli e, possibilmente, volevamo anche viverla in allegria.

14 Motti versione figli fioriGiampiero Motti versione figli dei fiori11 Gian Piero Motti al Bec di Mea 1969Gian Piero Motti al Bec di Mea 1969

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalle chiacchiere passammo all’azione pratica, cominciammo a combinare qualche scalata insieme. In quegli anni, oltre le notizie sul Capitan e dintorni arrivarono dall’America innovativi materiali tecnici quali: chiodi in acciaio trattato, sottilissime “rurp”, “bong bong” in alluminio, cliffhanger.

Gian Piero ci portò a scoprire i tesori nascosti della sua valle: la Valle Grande di Lanzo, egli l’aveva girata in lungo ed in largo fin da bambino, conosceva tutte le rocce che si potevano scalare, così iniziò il periodo molto allegro del Bec di Mea con merende serali nella “piola” da Cesarin a Breno. Gian Piero ed io, indipendentemente l’uno dall’altro, cercavamo qualche cosa che andasse oltre tutto quello che era stato fatto in falesia prima di noi. Aprimmo nuove vie alla Rocca Sbarua ed al Plu ma il risultato non ci appagava. Nella valle Grande di Lanzo tutto era molto bello ma nè il Bec di Mea, nè il Bec di Roci Ruta ed ancor meno la Rocca di Lities rappresentavano l’obiettivo che stavamo cercando: troppa poca era la differenza rispetto a ciò che già era stato fatto in precedenza. Nelle mie fantasie continuavo a domandarmi ove cercare un obiettivo degno e certamente Gian Piero si poneva le stesse domande.

Un giorno mi si accese la classica lampadina: le pareti sopra i tornanti della strada per Ceresole Reale! Tante volte le avevo guardate diretto nel Gran Paradiso ma senza formulare progetti di scalata; erroneamente immaginavo che su quei liscioni granitici si potesse progredire solo con grande impiego di chiodi a pressione, tipo di scalata che a me non interessava. Le esperienze fatte con Gian Piero, alla ricerca di nuovi obiettivi in falesia, unitamente alle conoscenze apprese leggendo riviste americane, inglesi e francesi, cambiarono il mio punto di vista e quasi improvvisamente mi scoprii convinto che i dirupi di Balma Fiorant potevano essere scalati grazie al bagaglio tecnico da noi acquisito e senza l’indiscriminato uso del perforatore. Immediatamente fui preso dalla frenesia di passare all’azione. Un giovedì sera mi recai nella sede CAI Torino determinato a trovare un compagno per organizzare un tentativo. Entrando nei locali di via Barbaroux 1 intravvidi subito Gian Piero, era indubbiamente il miglior candidato possibile a cui proporre il mio progetto. Come iniziai a parlare egli scoppiò a ridere e mi confessò che due giorni prima si era recato alla base di quelle rocce animato dai miei stessi propositi per scoprire una linea possibile di salita e che credeva di averla individuata. Non fu necessario aggiungere altro, passammo subito al progetto esecutivo: ci accordammo sui materiali e concordammo sull’opportunità di trovare altri due compagni in modo da attaccare divisi in due cordate.

15 Caporal Tempi Moderni apertura ottobre 1972Caporal Tempi Moderni apertura ottobre 1972

 

18 U.Manera sulla via del Plenilunio alla Parete delle AquileUgo Manera sulla via del Plenilunio alla Parete delle Aquile

17 Ugo Manera arrampicare al caporalUgo Manera al Caporal

Era un periodo autunnale di tempo splendido così la domenica successiva, lasciata l’auto sui tornanti della strada che sale a Ceresole Reale, ci avviammo in quattro verso i dirupi di Balma Fiorant seguendo il percorso trovato da Motti pochi giorni prima. A noi due ideatori del progetto si erano aggiunti Guido Morello ed Ilio Pivano. Ci portammo nel punto di attacco individuato da Gian Piero e, impazienti di passare all’azione, mi legai con Motti ed il mio compagno si avviò per il primo tiro lungo una serie di fessure piuttosto umide. Piantò numerosi chiodi e si fermò su un piccolo ripiano; io lo raggiunsi lasciando i chiodi per la seconda cordata e, quasi con impazienza, proseguii per il secondo tiro mentre Morello, in testa alla seconda cordata, raggiungeva Gian Piero in sosta. Toccava ad Ilio chiudere la processione, ma fatti pochi metri, imprecando, ci dichiarò che su di lì non sarebbe salito e si fece calare. Non restava altro da fare che legare Guido ad una delle nostre corde, lasciare in loco chiodi e moschettoni usati nel primo tiro e proseguire in cordata da tre.

20 Franco Ribetti sulla via della Doppia PjpgFranco Ribetti sulla via della Doppia PGian Piero condusse il terzo tiro poi toccò a me superare una bella e difficile lunghezza che ci portò alla base di una liscia placca compatta senza fessure. In previsione di un ostacolo di quel genere Motti si era portato un punteruolo e tre chiodi a pressione, armato di tali attrezzi si avviò lungo la placca compatta, salì fino a quando sentì la necessità di proteggersi poi, in posizione precaria, iniziò a battere sul punteruolo per praticare un foro atto a ricevere un chiodo a pressione. Alla terza martellata il punteruolo gli sfuggì di mano e precipitò tintinnando lungo la parete. Non avevamo punteruoli di ricambio e ci trovammo così come “tre uccelli su un ramo”, per usare una espressione tipica del nostro simpatico amico Carlo Carena detto “il Carlaccio”.

Non ci rimaneva che apprestarci a ridiscendere in corda doppia con le pive nel sacco quando udimmo una voce che ci chiamava dall’alto. Con eccezionale preveggenza Pivano era salito lungo il canalone che costeggia la parete raggiungendone la sommità e, con ammirevole intuito, si era portato appresso due corde e non solo. Legò insieme le due corde, le fisso ad un larice e le calò lungo la parete nella nostra direzione, Così ingloriosamente conquistammo la sommità del dirupo con salita a mezzo nodi Prusik.

Allora io avevo l’abitudine di portarmi appresso, fino alla base della parete ovviamente, una bottiglia di barbera di pregio che io stesso imbottigliavo. Ilio, con abnegazione e coraggio, insieme alle corde, si era portata in cima la mia bottiglia così festeggiammo immeritatamente con brindisi abbondante la nostra conquista abusiva dei dirupi di Balma Fiorant.

Due settimane dopo Gian Piero ed io eravamo nuovamente lì per completare l’opera. Non c’erano più con noi i due amici del primo tentativo; il loro posto era stato preso da Vareno Boreatti e Flavio Leone, ci accompagnava la allora fidanzata di Flavio: Giuse Locana, una ragazza in gamba e spiritosa, purtroppo portata via poi dal solito male. Ci avrebbe atteso alla base e sue sono le due foto delle due cordate in azione, comparse in molte pubblicazioni.

Gian Piero attaccò per primo in cordata con Boreatti, io seguii legato con Leone. La salita si svolse senza intoppi, saggiamente avevamo portato un punteruolo di ricambio ma fu necessario un solo chiodo a pressione sulla placca che aveva fermato il primo tentativo. Toccammo la sommità in preda ad un entusiasmo esagerato, soprattutto da parte mia e di Gian Piero, avevamo finalmente dato inizio al nostro Nuovo Mattino.

22 Isidoro MeneghinIsidoro Meneghin

 

23 Isidoro ai PoscesIsidoro Meneghin ai Posces

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritornati alla base, dove ci attendeva Giuse, brindammo, questa volta meritatamente, con la solita barbera. Nell’allegria generale ci ponemmo il tema di dare dei nomi alla nostra scoperta: Gian Piero aveva già in testa il nome dell’itinerario aperto: la Via dei Tempi Moderni. Io feci un piccolo scherzoso ragionamento sul nome da dare alla parete: Il nostro monolite non era meno bello dello Yosemitiano Capitan, era solo molto più piccolo ed allora lo potevamo collocare in una scala gerarchica più Bassa: se quello era Capitano, il nostro poteva benissimo essere un Caporale. La mia proposta piacque all’unanimità e Caporal fu.

                                      

PARETE DELLE AQUILE

VIA DELLA DOPPIA P…                

Una componente non trascurabile della mia lunga “vita” alpinistica è sempre stata quella del divertimento e dell’allegria; non sono mancati attimi con toni drammatici, ma questi sono una costante nell’alpinismo delle grandi difficoltà e spesso contribuiscono ad arricchire il piatto dei ricordi, come il formaggio grana sulla pasta asciutta.

Sarà forse stata incoscienza creata ad arte, ma quasi sempre la scalata era accompagnata dallo scherzo, dallo sfottò, dalla presa in giro di presenti ed assenti e da canzoni massacrate in modo abominevole. Dal periodo delle allegre salite con Carlo Carena detto “Il Carlaccio”, bersaglio non indifeso delle nostre battute, alle tante scalate con Gian Piero Motti ove cercare l’occasione per la risata era quasi d’obbligo.

Un luogo ove, nel corso dell’apertura di tante nuove vie, non sono mancate situazioni ridicole, fino a sfiorare il paradosso, è il Caporal. Quel formidabile complesso roccioso della valle dell’Orco, che, prima della nostra scoperta, già possedeva uno sconosciuto nome locale: dirupi di Balma Fiorant.

Acquistò grande notorietà a partire dal 1972 quando divenne la nostra “piccola California”; successivamente passò in secondo piano con l’avvento dell’arrampicata sportiva e degli itinerari attrezzati a spit e fix salvo poi ritornare alla grande in data recente, con i meeting di arrampicata Trad organizzati dal Club Alpino Accademico. Ora è conosciuto universalmente ed è facile trovarvi più scalatori stranieri che italiani.

19 Franco Ribetti al CaporalFranco Ribetti al CaporalCondite con un po’ di nostalgia mi è venuto voglia di raccontare qualcheduna di quelle storie semiserie come la “Via della Doppia P…” alla Parete delle Aquile, del novembre 1982. Ero in compagnia di Franco Ribetti ritornato alla grande alle scalate; eravamo allora ambedue scafati ultra quarantenni ma la nostra fu un’impresa esemplare da incoscienti pivelli.

Franco negli anni ’50 era “l’enfant prodige” dell’alpinismo torinese; nipote di Giuseppe Dionisi, fondatore della scuola di alpinismo Giusto Gervasutti, venne guidato dallo zio alla scuola: a 13 anni era già allievo ed a 16 anni istruttore; la paura era per Franco quasi sconosciuta ed alcuni passaggi da lui superati per primo sui massi delle Courbassere, preludio torinese al moderno Bulder, rasentavano la temerarietà. Legato da grande amicizia con Guido Rossa, di qualche anno più vecchio, oltre alle scalate, insieme ne combinarono di tutti colori guidati da spirito dissacrante e scherzoso.

Nel 1960, all’attacco di una via sulla parete nord dell’Uja di Mondrone, nel corso di un’uscita della scuola di alpinismo, Franco scivolò sulla roccia resa umida da recente pioggia e si fece 40 metri di caduta rotolando sulle balze e finendo su una lingua di neve che, probabilmente, gli salvò la vita. Ne uscì con fratture multiple e lesioni interne. Non era ancora l’epoca dei soccorsi con elicottero e venne trasportato a valle adagiato su una scala a pioli a mo’ di barella, reperita in una grangia.

Impiegò due anni a guarire, provò a riprendere l’arrampicata ma poi decise di smettere con l’alpinismo continuando però con lo sci alpinismo, la bicicletta, la corsa a piedi. A metà circa degli anni ’70 suo zio Dionisi, sempre impegnato ad organizzare spedizioni nelle Ande Peruviane, lo convinse a partecipare ad una spedizione; l’evento risvegliò la sua passione alpinistica e riprese a scalare.

20 Franco Ribetti sulla via della Doppia PjpgFranco Ribetti sulla via della Doppia PAllora io facevo parte della direzione della scuola Gervasutti, prima come vicedirettore, poi come direttore, Dionisi, che aveva ancora legami con la scuola pur essendo uscito dall’organico istruttori, mi disse che Franco era ritornato alle scalate e che andava forte come prima del lontano incidente. Io gli proposi subito di convincerlo a rientrare nella scuola e Ribetti ritornò tra di noi con una grande voglia di recuperare gli anni perduti.

 

Io ero alla perenne ricerca di compagni di cordata per realizzare i miei obiettivi, al vedere tanto entusiasmo in Franco, gli proposi presto di combinare una salita per conoscerci meglio e per collaudarci a vicenda. La nostra prima salita insieme fu un po’ particolare: Una via nuova di roccia su una parete nord alta quasi 1000 metri in inverno. Era il mese di gennaio del 1982 e la parete la Nord dell’Albaron di Sea in valle di Lanzo. Un bivacco in parete e l’uscita in vetta sotto una nevicata. Fummo soddisfatti dell’impresa ed il sodalizio era formato, da allora innumerevoli furono le salite effettuate insieme. Io avevo una fissa per la scoperta del terreno nuovo che rasentava la paranoia, Franco non poneva mai limiti ai miei progetti ed era disponibile a tutto: il compagno ideale.

Ma ritorniamo a Balma Fiorant ed alla Parete delle Aquile: la parete era stata salita per la prima volta da me con Corradino Rabbi e Claudio Sant’Unione ed il nome era scaturito dal fatto che allora la parete era abitata da due aquile che ci giravano intorno mentre noi salivamo sotto il loro nido. Successivamente su quella parete tracciai altre tre vie con compagni diversi; c’era ancora un settore caratterizzato da muri grigi e strapiombi che mi incuriosiva. Era ormai stagione avanzata: il mese di novembre 1982. Franco accolse la mia proposta senza esitazione così un sabato dal tempo incerto partimmo da Torino all’alba che già cadeva qualche goccia di pioggia. Il nostro ottimismo era però senza confini. A Rivarolo qualche dubbio si affacciò in noi e decidemmo di telefonare ad un bar a Ceresole Reale per informazioni sulle condizioni locali del tempo. Ci risposero che tra le nuvole c’era qualche squarcio di sereno, fu sufficiente per noi, malgrado tutto era la giornata giusta. Lasciammo la vettura al solito posto sui tornanti della strada di Ceresole e ci avviammo senza più badare alle condizioni meteo; eravamo carichi di materiale e per economizzare sul peso non prendemmo nessun indumento oltre a quelli che avevamo indosso. Trovammo l’attacco logico della nuova via ove avevo previsto ed iniziai io lungo un vago diedro con fessure superficiali di difficile chiodatura. Salii parte in artificiale e parte in libera fino ad un discreto ripiano. Sopra di noi si scorgevano muri grigi compatti con qualche ruga superficiale, Franco si avviò cercando le zone più arrampicabili; dopo 5 metri cercò di piantare un chiodo ma non vi riuscì, proseguì 10 metri; non so lui ma io cominciavo a preoccuparmi, lo esortai a piazzare una protezione ma non vi riuscì, le chiodature complesse non sono mai state la sua specialità, preferiva proseguire arrampicando piuttosto che fermarsi in posizione precaria ad infiggere qualcosa nelle crepe superficiali della roccia. Non era più possibile ritornare in dietro, bisognava andare avanti fino a trovare una fessura; rividi in azione il Ribetti giovane senza paura. Finalmente trovò una fessura per un chiodo, era ad oltre 15 metri dalla sosta, tirai un sospiro di sollievo.

La salita proseguì sempre molto impegnativa, il tempo volava e noi non ce ne rendemmo conto. Franco raggiunse un microscopico ripiano in mezzo ad un’enorme placca sormontata da tetti e fece sosta. Io lo raggiunsi e continuai lungo un vago spigolo sulla sinistra, solcato da fessure che portava sotto un marcato tetto. La progressione fu lenta, prevalentemente in artificiale, con ampio impiego di materiale. Quando arrivai sotto i tetti mi accorsi con sorpresa che era quasi buio e stava calando la notte; Franco dalla sua scomoda sosta mi gridò: << Cosa facciamo adesso >>. Oltre a non avere indumenti aggiuntivi non avevamo, naturalmente, neanche portato le pile. Risposi: << Non ci resta che aspettare l’alba battendo i denti >>. Il terrazzino di Franco era piccolo ma almeno poteva sedersi, io invece ero sulle staffe appeso ai chiodi. Cominciò una interminabile notte di novembre. Il cielo, nero dalle nubi, decise di inasprire la nostra meritata punizione e ad un tratto iniziò a piovere. Io ero riparato dal tetto che mi sovrastava mentre Franco era colpito in pieno da un rivolo d’acqua che cadeva dagli strapiombi, in breve si trovò completamente inzuppato.

A circa metà della notte la pioggia si trasformò in nevischio con un brusco calo della temperatura, in breve la parete bagnata si ricopri di un velo di ghiaccio, la nostra situazione cominciava a diventare preoccupante soprattutto per Franco i cui vestiti fradici cominciavano a trasformarsi in uno scafandro di ghiaccio. Una drammatica invocazione mi raggiunse nella buia notte: << Ugo se non ci muoviamo io muoio assiderato, ho i piedi insensibili e non riesco più a muovere le gambe >>.

6 Parete AquileLa Parete delle AquileBisognava per forza fare qualche cosa: a tentoni mi slegai ed unii le due corde, le fissai all’ancoraggio ove ero appeso, mi misi in posizione di discesa a corda doppia e, staccatomi dall’ancoraggio, cominciai a scendere liberando man mano le corde dai chiodi e nuts che avevo fissato per salire, ancoraggi che rimasero in parete. Le corde erano gelate e la roccia ricoperta da verglas, tanto che, come appoggiavo i piedi, scivolavo e pendolavo appeso alle corde. Pazientemente, dopo numerosi pendoli, riuscii a raggiungere il mio compagno. Io mi ero riscaldato un po’ con tutte quelle manovre ma Franco era talmente intirizzito da non riuscire a muoversi. Ricuperai le corde e sistemai una seconda calata, ma il mio socio non era in grado di scendere autonomamente così lo legai al capo di una corda, lo spinsi nel vuoto e lo calai appeso usando come freno il mezzo barcaiolo e dicendogli: << quando trovi un ripiano o cengia che ti consente di stare in piedi senza cadere fermati che ti raggiungo >>. Il tutto nella più completa oscurità. Cosi fece ed io lo raggiunsi in corda doppia. A tentoni trovai delle fessure che chiodai per l’ancoraggio della doppia successiva. Ripetemmo l’operazione laboriosa ma con maggior tranquillità perché Franco, grazie al movimento, si era un po’ riscaldato e riusciva a collaborare. Cominciò ad affiorare qualche battuta sulla nostra tragicomica situazione. Un’ ultima calata ci portò quasi alla base, la corda era però finita ed il mio compagnò si trovò appeso a sfiorare il terreno, era ancora buio, valutò che gli mancava meno di un metro a toccare e mi disse di mollarlo, così feci ed egli si trovò a terra tra i massi e senza danni. Con le manovre ormai collaudate scesi anch’io e toccai la base mentre cominciava ad albeggiare.

Franco aveva ancora i piedi insensibili ma aveva riacquistato la mobilità; i massi della pietraia erano coperti da un velo di ghiaccio ed era impossibile reggersi in piedi, cominciammo a scendere praticamente a quattro zampe ma finalmente eravamo sani e salvi fuori dai guai. Divallammo molto lentamente e quando raggiungemmo la strada di Ceresole era giorno fatto. Anche la strada era coperta da un insidioso velo di ghiaccio ed era totalmente deserta; un rumore d’auto ci testimoniò che, malgrado il tempo infame, qualcheduno stava salendo. << Vuoi vedere che stanno cercando noi? >>. Dissi al mio compagno. Infatti, erano Enrico Pessiva e Claudio Sant’Unione che, allarmati dai famigliari, si erano mossi alla nostra ricerca.

Con la consueta sua schiettezza Claudio, come ci vide integri, ci apostrofò: << Siete proprio due Pirla >>.

L’avventura era finita bene nostro malgrado, risultò che Franco non aveva congelamenti ai piedi, ma la nostra via non era finita ed inoltre avevamo lasciato del materiale in parete, così nella primavera successiva ritornammo con Sant’Unione alla Parete delle Aquile. Dalla cima scendendo in doppia, raggiungemmo il terrazzino ove tanto aveva sofferto Franco e completammo la via ricuperando il materiale che era rimasto in parete. Ritenemmo il suggerimento di Claudio giusto per cui denominammo la nuova via: “Via della Doppia P….” con chiaro riferimento ai due poco saggi protagonisti.

Ugo Manera

    

  

PARETE DELLE AQUILE

INCOMPIUTA

PREMESSA

Una domenica sera di molti anni fa, di ritorno da una scalata con Franco Ribetti, ricevetti una telefonata da un amico che, con la voce rotta dall’emozione, mi comunicava che Isidoro Meneghin era caduto alla Rocca Sbarua. Con Franco ci precipitammo all’ospedale dove la sorella di Isidoro ci disse che il fratello era talmente grave che difficilmente sarebbe sopravvissuto. Cessò di vivere infatti poco dopo mentre lo trasferivano da un reparto all’altro. Con Isidoro avevo compiuto innumerevoli scalate, sempre alla ricerca di nuovi problemi da affrontare e risolvere. Era un personaggio particolare, tendenzialmente solitario e per vari aspetti introverso ma, al di là delle apparenze, attento osservatore degli aspetti sociali della vita. Nelle tante ore passate insieme sulle pareti, a volte durante scomodi bivacchi, abbiamo discusso molto, non solo di scalate ma di tutti gli aspetti del vivere quotidiano.

25 1979 parete Aquile Incompiuta prima lunghezzaParete Aquile Via Incompiuta prima lunghezza anno 197917 Febbraio 2017, da un notiziario radiofonico apprendo che sullo Chaberton, in Valle di Susa, in tre erano morti, travolti da una slavina, tra di essi una guida alpina di Torino. Poco dopo vengo a sapere che la guida era Adriano Trombetta, e con lui c’erano: Antonio Lovato, istruttore della scuola di alpinismo G. Gervasutti e Margerita Beria, maestra di sci.

Conoscevo bene Adriano e tante volte abbiamo parlato di scalate, sempre in modo scherzoso ed allegro. Abbiamo scalato una volta sola insieme sulla Parete delle Aquile sopra al Caporal.

Proprio della Parete delle Aquile voglio raccontare, di una via che accomuna, a molti anni di distanza, questi due sfortunati amici che occupano un ruolo importante nella storia dell’alpinismo torinese.        

 26 Il punto problematico della via IncompiutaIl punto problematico della via Incompiuta

 

 

….e rimase Incompiuta                      

Se si parla dei Dirupi di Balma Fiorant nessuno sa di cosa si tratta né dove si trovano, se invece nominiamo il “Caporal”, l’universo degli arrampicatori sa benissimo dove collocarlo sia geograficamente che nel contesto storico; ebbene sono la stessa cosa, solo che il primo è un nome locale che identifica l’insieme di dirupi tra i quali si colloca la parete del Caporal ed il secondo invece è l’appellativo alpinistico da me coniato nell’ottobre 1972 sull’onda dell’entusiasmo conseguente alla prima ascensione di quel magnifico scoglio. Da come si evince dall’introduzione, Balma Fiorant comprende, oltre al Caporal, altri importanti dirupi che successivamente presero nomi altisonanti come: “Parete delle Aquile” e “Parete dei Falchi”.

La scoperta del Caporal l’ho già raccontata, ora mi soffermo un attimo sulle altre due. Come per il più celebre Caporal, anche la denominazione: “Parete delle Aquile” fu opera mia. Quando con Dino Rabbi e Claudio Sant’Unione tracciammo la prima via su quel formidabile dirupo, sopra di noi, per tutto il giorno, volteggiarono due grandi aquile, avevano il nido in uno stretto camino che noi evitammo per non arrecare disturbo ai maestosi volatili e, passando poco al di sotto del nido, raccolsi una lunga e bella piuma che ancora conservo. Quando successivamente mi accinsi a stendere la relazione della nuova via la scelta del nome della parete fu praticamente obbligata.

La “Parete dei Falchi” fu così denominata (credo da Isidoro Meneghin) non perché abitata dai falchi ma semplicemente perché più piccola e più in basso di quella delle aquile; quasi un senso di dovere nel rispetto delle gerarchie.

Negli anni che seguirono il 1972, in quell’angolo della Valle dell’Orco, divenuto ormai celebre tra gli arrampicatori, la mia attenzione fu costantemente monopolizzata dall’apertura di nuovi itinerari, spesso in competizione con altri scalatori. Sulla Parete delle Aquile aprimmo tre itinerari di cui almeno uno di grande respiro: la “Via del Plenilunio”; ma non ci bastava, cercavamo altre linee sempre più ardite. Con Isidoro Meneghin individuai una possibilità nella zona più ripida della parete lungo una linea di diedri rossastri tra grandi strapiombi. All’apparenza sembrava veramente un osso duro per cui ci armammo del miglior materiale tecnico a nostra disposizione ad eccezione del punteruolo perché avevamo scelto di non praticare fori nella roccia, e partimmo per un tentativo, era il 1979.

27 Meneghin in azione sulla via IncompiutaIsidoro Meneghin in azione sulla via Incompiuta28 I979 Isidoro in sosta sulla via IncompiutaIsidoro Meneghin in sosta sulla via Incompiuta

 

Carichi di ferraglia salimmo il disagevole canalone che porta sotto la parete e dopo un passaggio delicato raggiungemmo un terrazzo erboso alla base di un diedro obliquo dall’aspetto ostico che saliva verso gli strapiombi giallo-rossastri. Attaccai io ma subito mi trovai in difficoltà perché l’accenno di fessura sul fondo era completamente cieco. Dovetti ricorrere a tutta la mia esperienza di chiodatore usando micro lamette di acciaio trattato e prendendomi qualche rischio ma riuscii a raggiungere la sommità del diedro ove sostai alla base di uno strapiombo rosso scoraggiante. Sullo strapiombo Isidoro si impegnò in una lotta senza quartiere, la roccia per giunta non era salda, mi pare ancora di vederlo, appeso sulle staffe, nel tentativo di fissare qualche cosa alla roccia, con il casco appeso all’imbragatura (sopportava malvolentieri il casco in testa), lanciando esclamazioni ad ogni metro guadagnato. Piantò varie “rurp” nelle rughe della roccia e si sollevò con estrema delicatezza sui gradini più alti delle staffe per non far crollare castello e castellano. Qualche scheggia si stacco e rimbalzò vicino a me, poi finalmente riuscì a piazzare un buon chiodo Cassin (che lasciammo a testimonianza del nostro passaggio). Ancora parecchi metri di estrema precarietà su ancoraggi fantasiosi ed aleatori poi riuscì a vincere lo strapiombo rosso, trovò un punto ove piazzare la sosta, prese fiato e mi urlò: << Non ho mai fatto artificiale così difficile, credo si possa dare tranquillamente A4>>. Lo raggiunsi togliendo il materiale infisso con estrema facilità, poi toccò a me affrontare un tratto altrettanto difficile su ottima roccia però pressoché priva di fessure: altri numeri su micro lame di acciaio e invenzioni varie poi giungemmo sotto una fessura strapiombante sporca di licheni. Percorremmo tutta la fessura dapprima larga poi sempre più sottile fino ad uscire su una placca inclinata e compatta. La parete finiva con questa placca lunga 15 o 20 metri. Non appariva difficile ma era totalmente priva di fessure, nessuna possibilità di piazzare ancoraggi di assicurazione. Ricorremmo a tutte le nostre risorse di esperti chiodatori ma non ci fu nulla da fare, senza i chiodi a pressione non si passava e noi, volutamente, li avevamo da tempo esclusi dal nostro equipaggiamento. Dopo vari inutili tentativi ci dichiarammo sconfitti e ripercorremmo a doppie, in discesa, la nostra via che per pochi metri rimase “incompiuta”.

24 Adriano Trombetta 1Adriano Trombetta Passarono gli anni ma il ricordo di quella difficile lotta con la Parete delle Aquile rimase in me ed ogni tanto raccontavo delle nostre fatiche a qualche amico. Nel 1998 accompagnai Maurizio Oviglia a rivisitare alcune pareti in preparazione di: “Rock Paradise”, la raccolta di ascensioni scelte nel Gran Paradiso. Lo convinsi ad una puntata alla Parete delle Aquile per vedere se la via “incompiuta” poteva essere trasformata in una via di arrampicata libera di elevata difficoltà. Dopo tanta fatica a causa dei sacchi pesanti e, alla base della parete, l’emozione di aver posato gli stessi su due vipere, ci rendemmo conto che tale itinerario non si prestava all’arrampicata libera seppure estrema, ritenemmo poco saggio perciò usare il trapano e piazzare dei fix dove si doveva poi comunque salire in artificiale; meglio perciò lasciare la via cosi, allo stato originale, per chi volesse cimentarsi ancora con l’artificiale estremo di una volta. Abbandonammo l’ ”incompiuta” al suo destino ci rivolgemmo ad un altro progetto.

32 Parete Aquile Adriano Trombetta sulla via IncompiutaParete delle Aquile - Adriano Trombetta sulla via IncompiutaPassarono altri anni e nel 2004 mi ritrovai in numerosa compagnia sulle rocce del Caporal per girare le riprese del documentario “Cannabis Rock”. Il gruppo era composto dal sottoscritto e da Piero Pessa in veste di attori, e da cineoperatori assistiti da due guide: Enzo Luzi ed Adriano Trombetta. Le riprese furono effettuate sulla via “del Sole Nascente”, per due giorni lavorammo con il bel tempo ed in grande allegria; al termine delle riprese, in cima al Caporal, sostammo ad ammirare e commentare le pareti che ci circondavano. La Parete delle Aquile spiccava proprio di fronte con le sue strutture evidenziate dalle ombre pomeridiane, raccontai ad Adriano delle vie che vi avevo aperto soffermandomi sulla storia dell’ “incompiuta” e manifestando il mio rammarico per non averla completata. Gli indicai dove passava e poi scendemmo a valle.

30 U. Manera sullultima fessura della via incompiuta nel 1979Ugo Manera sull'ultima fessura della via incompiuta nel 1979Passò l’estate ed un giorno, diretto ad arrampicare a Frassiniere nel Briançonnais, passando sotto le pareti, mi sentii chiamare, alzai gli occhi e scorsi Adriano Trombetta appeso sotto un grande strapiombo mentre provava un tiro di elevata difficoltà; mi urlò che era andato a provare la via “incompiuta” alla Parete delle Aquile ma non era riuscito a passare. Molto incuriosito attesi il suo ritorno a terra e mi feci raccontare del suo tentativo. Conquistato dal mio racconto sulla cima del Caporal, era andato a provare la nostra via con un amico.

Aveva superato la prima lunghezza di corda in arrampicata libera dove io ero salito in artificiale, si era preso qualche rischio perché non riuscendo ad infiggere chiodi, era partito in libera sulla placca allontanandosi dal fondo del diedro e per almeno dieci metri non era riuscito a piazzare protezioni. Alla seconda lunghezza di corda però erano stati respinti. Adriano non era riuscito a raggiungere il vecchio chiodo Cassin da noi lasciato 25 anni prima e che rappresentava l’unico ancoraggio sicuro che Isidoro era riuscito a piazzare in quella lunghezza estrema. Trombetta era ridisceso e, deciso a ripetere il tentativo con materiale più sofisticato, aveva lasciato una corda fissa sulla prima lunghezza di corda.

Tra Adriano e me ci sono 40 anni di differenza e sentire raccontare da lui, talento emergente dell’alpinismo, di uno scacco subito su una mia via, fece balenare in me un lampo di orgoglio e mi vidi proiettato all’indietro a battagliare con Isidoro su quelle rocce. D’istinto proposi al giovane amico di andare a ripetere il tentativo insieme, precisando però che il mio ruolo sarebbe stato quello di “spalla” non essendo ormai più in grado di fare il protagonista su quelle difficoltà.

Detto fatto, qualche giorno dopo salivamo carichi di pesanti sacchi di fianco al Caporal, nel canalone che porta alla Parete delle Aquile. Quante volte avevo salito quella pietraia tanti anni prima; sempre con qualche progetto nuovo in testa, verso avventure che mentre salivo lentamente mi ritornavano in mente nei minimi particolari. Ricordi avvolti in un sottile velo di nostalgia.

33 parete Aquile incompiuta Trombetta al chiodo lasciato nel 1979Parete delle Aquile Via incompiuta - Adriano Trombetta al chiodo lasciato nel 1979Giungemmo alla base della parete nel punto che io ben ricordavo, la corda lasciata da Adriano penzolava lungo il diedro della prima lunghezza e noi la risalimmo con gli autobloccanti; Adriano si sistemò indosso il materiale da scalata e si avviò verso il passo che lo aveva respinto. La roccia in quel tratto, oltre ad essere strapiombante e priva di fessure, è anche friabile, il mio giovane amico ne staccò dei pezzi mentre cercava di fissare qualche cosa per progredire; io attento ad arrestare eventuali cadute per la possibile fuoriuscita di ancoraggi precari, osservavo anche i materiali che impiegava: i “clif” e le “rurp” le usavo anch’io ai miei tempi, le ancorette invece non le avevo mai impiegate; ciò che notavo di molto diverso erano le staffe: io usavo staffe con tre gradini, raramente quattro, e cercavo di salire quasi sempre anche sul primo gradino; ora vedevo che le staffe moderne hanno molti gradini, questi sono ravvicinati ed Adriano evitava di salire su quelli più in alto. Oggi nell’artificiale moderno si usano spesso ancoraggi più aleatori che ai nostri tempi per cui le sollecitazioni debbono essere più soft, cosa non garantita dalla nostra tecnica molto più rude. Il tempo scorreva, il mio compagno saliva lento ed ogni tanto invece di Adriano mi sembrava di rivedere Isidoro con il suo casco appeso alla cintura ad imprecare perché la roccia lo respingeva.

Adriano superò il punto che lo aveva fermato nel suo primo tentativo, raggiunse il nostro vecchio chiodo ancora saldo, e sempre costretto al massimo dell’impegno, riuscì ad ultimare la difficile lunghezza. Io lo raggiunsi passando con difficoltà da un ancoraggio all’altro e ricuperando tutto il materiale tranne il nostro vecchio chiodo.

Un tratto poco difficile ci consentì di raggiungere lo strapiombo che difende l’accesso alla fessura finale; due vaghi diedri privi di fessure lo solcano, qui la roccia è perfetta, mancano solo le fessure, mi ricordavo che in questo tratto ero dovuto ricorrere a tutta la mia “arte” di chiodatore per riuscire a salire. Anche Adriano si impegnò al massimo per infiggere qualche cosa in quelle rughe superficiali ma comunque salì e raggiunse la base della fessura finale. Il tempo era però volato e quando lo raggiunsi era ormai tardi, difficilmente saremmo riusciti a giungere in cima prima di sera.

Decidemmo di ripiegare lasciando delle corde fisse per poi ritornare a completare l’opera; avevamo con noi il trapano per la placca che mi aveva fermato nel 1979 per cui attrezzammo le soste con fix, vi fissammo le corde che dovevano rimanere in parete e ridiscendemmo alla base.

Le cose però non andarono secondo le nostre intenzioni: Adriano si infortunò ad un ginocchio, subì un intervento che lo costrinse ad un periodo di inattività così non ritornammo più. Sulla Parete delle Aquile sono rimaste le nostre corde ormai inutilizzabili e la via continua ad essere incompiuta. Non mi sento neanche troppo dispiaciuto per questa conclusione, in fondo ho rivissuto una vecchia avventura in chiave moderna ed il punto interrogativo è ancora là, forse qualcuno troverà la voglia di andare a cancellarlo.

In fine non mi rimane che formulare una considerazione: nel 1979 in un giorno avevamo aperto la via salvo gli ultimi pochi metri, 25 anni dopo, in due tentativi non si è giunti ove eravamo arrivati allora, è probabile che la nostra “incompiuta” sia la più difficile via in artificiale aperta sui dirupi di Balma Fiorant prima dell’avvento dell’artificiale moderno di Valerio Folco.

Recentemente la storia dell’incompiuta si è arricchita di un nuovo capitolo. Due giovani istruttori della scuola Gervasutti, molto bravi, Fabio Ventre e Mirko Vigorita, hanno effettuato un nuovo tentativo nel 2020. Ci sono ancora appese le nostre corde deteriorate ed inutilizzabili. Anche questo recente tentativo è andato fallito, sono stati respinti dal secondo tiro di artif molto difficile. Mi auguro che abbiano ancora voglia di ritentare perché il problema diventa sempre più intrigante.

Martedì, 09 Marzo 2021 18:55

UNA SALITA INVERNALE

di Luca Enrico

 

Inverno strano quello di fine 2015, un dicembre secco, quasi privo di neve, relegata solo in quantità modesta sulle vette più alte.

In compenso i colori sono bellissimi, quasi ancora autunnali.
Sdraiati sulla cengia della Giagiomik, tra un tiro e l’altro, tra una richiodatura e l’altra, osserviamo le montagne del fondovalle.
alba del 30 dicembre. il tempo sta cambiandoAlba del 30 dicembre. Il tempo sta cambiandoChe bello sarebbe essere lassù! 
Le giornate sono così belle e terse, un vero peccato non trovarsi su quelle vette, su quelle creste……
Forse non siamo nemmeno allenati, sono mesi ormai che il dislivello maggiore che superiamo è per arrivare in falesia…..adesso lassù è tutto bello e attraente ma l’ambiente è freddo, invernale, non ci si può permettere di perdere tempo, di essere lenti…..
Forse continueremo solo a guardare, e poi basta anche solo una nevicata e niente sarà più fattibile.
E intanto scaliamo.
Ma osserviamo.
Il lento formarsi del ghiaccio.
La cristallizzazione dell’acqua.
Qualcosa appare tra quelle bastionate, il ghiaccio riverbera la luce del mattino. Un nastro bianco va via via aumentando. 
Il sottile filo che lega la base della bastionata alla vetta va delineandosi. La poca neve modella e disegna ciò che in estate è impercettibile.
Il sottile filo della determinazione comincia a trainarci verso quei luoghi.
Ma se nevica tutto è perduto, una sola piccola nevicata…….
Il bel tempo persiste e arriva il Natale.
E quel tarlo ormai ha cominciato a roderci.
I giorni seguenti andiamo ancora alla Giagiomik e il sottile nastro è sempre là, più bello che mai……..
Il tempo è ancora buono, forse cambierà solo l’ultimo dell’anno.
Non si può più tergiversare, non si può più dire “ma tanto sarà ancora in condizioni” , l’ora delle scelte è scoccata, ormai irrevocabile.
Il 28 e il 29 è ancora bello, il 30 tiene, poi forse peggioramento dal 31.
 
Siamo in quattro.
Anzi in cinque, dovremmo essere. Ma un malanno di stagione sembra voler inchiodare il nostro amico Luca a casa.
Io, Teo, Paolo e Diego partiamo nella tarda mattinata e ci fermiamo a Cantoira a mangiare qualcosa, compriamo un pezzo di pizza e lo consumiamo sugli scalini che portano al campo di calcio. Si sta bene, non fa assolutamente freddo, nonostante il periodo di vacanza il paese è deserto. Tra poche ore saremo lassù, nel piccolo invernale del Daviso. Come sempre in questi casi l’animo si dibatte tra la voglia dell’azione e l’inerzia a partire, a lasciare le comodità e la rilassatezza.
Forno è completamente in ombra, in questa stagione lo è sempre. E’ tutto così diverso dall’estate, il terreno è duro e gelato, la luce fredda uniforma il paesaggio, sembra di muoversi in un mondo senza vita, eppure affascinante.
Saliamo le prime ripide svolte del sentiero con passo regolare, lo zaino pesa, i pensieri accompagnano il ritmo cadenzato del nostro incedere, ognuno raccolto nelle proprie meditazioni, sulla salita che sarà, ognuno intento a centellinare le forze e le energie.
- Chissà come sarà il ghiaccio sulla cascata iniziale? Chissà come sarà sbucare al colletto finale nella luce invernale?  
Domande che si affollano incessanti nella mente….
A metà sentiero, sul grande piano, sentiamo muovere gli arbusti.
Un animale? Ci pare di vedere qualcosa tra le fronde ma c’è nessuno, nessuno viene quassù in questa stagione. Poi guardiamo meglio……
- E’ Luca!
Lo vediamo salire con passo spedito, in poco ci raggiunge. Adesso siamo in cinque.

il couloir cascata del Martellot visto dal DavisoIl couloir cascata del Martellot visto dal Daviso

TRACCIATO VIA il couloir cascata del Martellot visto dal Davisoambiente invernale CopiaAmbiente invernale  
Arriviamo al rifugio, l’invernale è piccolo ma in fondo accogliente. Che bello varcare quella porta in questa stagione, trovare quel ricovero, anche se freddo, è ora fondamentale, non come in estate. Ci sistemiamo al meglio e iniziamo i preparativi per la cena, un rituale che si ripete sempre uguale ma che sempre conserva qualcosa di magico e unico.uale dell’acqua è come sempre il più sofferto, soprattutto quando il gelo tutto blocca. Ma per fortuna un piccolo rivolo scorre sulle rocce accanto al rifugio. Bisogna fare presto prima che il freddo della notte invernale lo trasformi in ghiaccio.
Siamo qui, in cinque, sperduti in questo paesaggio indurito dal gelo, la notte arriva presto…….anche il suono della sveglia arriva presto. 
nel couloir di neveNel couloir di nevein salita prima della parte nevosaIn salita prima della parte nevosain discesa verso la Sella di GroscavalloIn discesa verso la Sella di Groscavallo
Dobbiamo tuffarci fuori, nella notte.
Non ci si abitua mai a questo momento.
I primi passi sono incerti, impacciati. Fa freddo ma si suda. Bisogna prendere il proprio ritmo. 
Un passo dopo l’altro, un passo dopo l’altro……la morena e poi il plateau di neve.
La neve è crostosa, a tratti gelata bene solo in superficie, a tratti si sfonda. 
nel cuore della montagnaNel cuore della montagnaLa cascata è li davanti, quel sottile filo a cui abbiamo anelato dalla solatia Giagiomik adesso è davanti a noi.
Tutto si è avverato. 
Siamo finalmente qui, dopo tanto scrutare e sognare.
L’alba si delinea all’orizzonte.
Il sole sorge e il ghiaccio si colora di quella luminosità che solo queste quote sanno donare.
Ci sentiamo fortunati, la valle è ancora avvolta dalla notte ma noi possiamo inebriarci di quella prima luce.
Il ghiaccio a tratti è duro, qualche pezzo parte ma il casco fa il suo dovere. 
Due salti dritti poi finalmente il canale di neve, ampio, a foggia di catino.
Sopra di noi la parete immensa, torri e pinnacoli ci sovrastano. La neve e il ghiaccio la striano, sembrano forme artistiche, modellate dalla mano dell’Inverno.
Un ambiente surreale, illuminato dal primo sole che però durerà poco.
Assorbiamo quel calore ben sapendo che correremo verso la notte.
Finito il catino di neve il couloir continua a sinistra.
Si infila con andamento sinuoso tra quelle ripide pareti. Sembra costruito apposta.
Un po’ di ghiaccio, poi neve compressa.
Ogni gomito, ogni curva è una meraviglia.
L’ambiente è grandioso, selvaggio, di una bellezza indescrivibile. Basterebbe un’interruzione, una sola, per rompere quella magia, e invece il canale continua e continua ancora.
Il filo invisibile verso la vetta si srotola poco alla volta.
Un paio di ostici tratti di misto ci fanno un po’ tribolare. Qui dobbiamo assicurarci, passare così sarebbe troppo rischioso, basterebbe un errore per ritrovarsi in fondo.
 
passaggi di mistoPassaggi di mistoOrmai siamo sotto al colletto, ancora poco, ancora un piccolo sforzo.
Una foto al primo. E‘ un po’ sfocata, incerta, eppure per questo ancora più bella e affascinante, quasi a non voler evidenziare davvero, e fino in fondo, le emozioni di quell’istante.
Sul crinale una striscia di sole.
Finalmente.
Essere lì, in pieno inverno. Il sogno si è avverato.
rincorrendo il soleRincorrendo il solesul versante franceseSul versante francese
Ma il vento che spira dal versante francese è gelido, dobbiamo scendere. La discesa, ne siamo ben consapevoli, sarà solo una salita al contrario, non meno impegnativa. Anzi.
Disarrampichiamo un tratto e quindi traversiamo sui ripidi pendii puntando verso la Sella di Groscavallo. 
La discendiamo un po’ in doppia e un po’ a piedi.
Il buio invernale ci coglie sui dossi dove sorgeva il vecchio bivacco.
Sembra un paesaggio alieno, il bianco e la notte lo rendono tutto uguale ma per fortuna ci è famigliare e così riusciamo a trovare la strada verso il bivacco Ferreri. 
Traversando lungamente raggiungiamo di nuovo il Daviso. Paolo e Diego scendono, Teo, Luca ed io decidiamo di fermarci ancora qui. Ci assaporiamo così fino all’ultimo questa bella avventura, stando lì riusciamo ancora a vivere istanti unici e irripetibili, a fissarci nella memoria le istantanee di una grande giornata.
superata la cascata inizialeSuperata la cascata inizialetracce nel couloir di neveTracce nel couloir di nevetratti di ghiaccio nel couloirTratti di ghiaccio nel couloir
La mattina del 30 è livida. Il tempo sta cambiando. Scendiamo piano con la nostalgia di questi luoghi.
Sotto ci concediamo un pranzo in trattoria, per noi meglio di qualsiasi cenone del Capodanno ormai prossimo.
La neve arriverà copiosa quasi a custodire quello che è stato un sogno, un desiderio esaudito. 
uscita sulla sella del MulinetUscita sulla sella del Mulinet
Luca Enrico
 
Domenica, 28 Febbraio 2021 12:28

 

testo di Alberto Rampini - le foto, ove non specificato, sono dell'autore

Di "perle" la Valle del Sarca ne ha veramente tante e per tutti i gusti. Moltissime sono "perle coltivate", simili a quelle naturali ma più curate, con un ché di elaborato e un po' innaturale che le rende comunque piacevoli e sicuramente alla portata di un pubblico vasto per il loro prezzo contenuto.

Prezzo alpinistico naturalmente, quindi comodità e impegno limitato, quello che piace oggi al grande pubblico. Ma la Valle raccoglie nel suo scrigno prezioso perle naturali di grande valore, riservate ad una cerchia più ristretta di estimatori, appassionati del genere e che non si fanno spaventare da un prezzo più alto in termini di impegno e di fatica, sicuri di trarne piacere e soddisfazione impareggiabili.

Anche in Valle del Sarca naturalmente non è tutto oro quello che luccica sulle pagine delle guide e sul web, per cui ho pensato fosse utile presentare una scelta di vie tradizionali, non manomesse in ottica securitaria e commerciale, ma caratterizzate da qualità alpinistica indiscutibile: linea logica e naturale, qualità della roccia e dell'arrampicata, proteggibilita' alpinisticamente adeguata.

Quindi vie nel loro genere sicuramente consigliabili, belle e di soddisfazione. La scelta che propongo è per forza di cose limitata e non esaurisce di certo il panorama delle vie trad meritevoli, ma intanto partiamo con queste, non senza aver dato prima uno sguardo alla storia dell’alpinismo in Valle.

Buone scalate a tutti e un invito a rispettare e conservare integro questo grande patrimonio e l’ambiente che lo ospita.

Le grandi pareti della ValleLe grandi pareti della Valle

 

INTRO

La Valle del Sarca, estremo lembo di terra trentina proteso verso la piatta Pianura Padana, rappresenta un unicum di connubio felice tra clima mediterraneo e alte pareti e montagne di ambiente prealpino, se non addirittura prettamente alpino. Il solatìo ambiente a lecci, cipressi e ginepri che ci accompagna all’attacco delle vie del Monte Casale lascia il posto, 1.200 metri più in alto, all’aria frizzante delle praterie sommitali e alle foreste di abeti del versante settentrionale, al cospetto del vicinissimo Gruppo di Brenta.

Un microcosmo, quindi, dagli aspetti più vari, ma con la predominanza assoluta di condizioni climatiche mild per la quasi totalità dell’anno. Ne risulta un ambiente quanto mai favorevole allo sviluppo delle attività outdoor e in modo particolare dell’arrampicata e dell’alpinismo. E come agli albori della storia le condizioni climatiche non avverse del bacino del Mediterraneo fecero da sfondo allo sviluppo delle grandi civiltà, così le condizioni favorevoli, climatiche e morfologiche, della Valle del Sarca hanno favorito enormemente la diffusione dell’attività alpinistica, soprattutto dal momento in cui le spinte al rinnovamento hanno portato a posare lo sguardo e l’interesse anche al di fuori del campo tradizionale dell’alpinismo, cioè le più alte cime della catena Alpina, generando un’attività dapprima sussidiaria e preparatoria alla precedente, poi via via sempre più autonoma e con caratteristiche peculiari e molto ben connotate.

 Cima alle CosteCima alle Coste

 FOTO COPERTINA 2Una pietra dai colori fantastici

 

ALPINISMO CLASSICO IN VALLE DEL SARCA - UN PO’ DI STORIA

La storia alpinistica della Valle del Sarca è ancora scritta soltanto sulle sue pareti e in alcune guide alpinistiche. Dai tempi in cui i braccianti locali si arrampicavano quanto più in alto possibile per affastellare legna e fascine per l’inverno, ai primi tentativi e realizzazioni di alpinisti di Riva ed Arco, tragicamente interrotti da un mortale incidente occorso al rivano Bresciani, mentre tentava in solitaria la difficile parete Est di Cima Capi. Per le prime importanti realizzazioni bisogna arrivare agli anni Trenta, quando i grandi nomi dell’alpinismo trentino si avventurano su per la valle e studiano per primo il versante Est del Monte Casale, la ciclopica parete che chiude la lunga catena montuosa, facendo angolo sulla valle del Basso Sarca, e che si eleva per ben 1.200 metri.

Ma vediamo per sommi capi l’evoluzione delle più significative tendenze, individuando per comodità alcuni periodi caratteristici.

Gli albori – Anni Trenta

Evidentemente la scelta delle pareti è tipicamente dettata dall’alpinismo che si praticava all’epoca e le prime vie vengono aperte sulla parete più alta (Est del Monte Casale): quella di M. Friederichen e F. Miori del 1933 e soprattutto quella di Bruno Detassis, Marino Stenico e Rizieri Costazza del 1935, che vince il Gran Diedro la cui linea si impone al centro della parete.

Lago di ToblinoIl Lago di ToblinoIl periodo d’oro – Anni Settanta/Ottanta

Sono ancora lontani i tempi in cui verrà privilegiata l’arrampicata su placca, quando una compagnia di danzatori, specializzata nell’arte apparentemente aerea del balletto, si esprimerà con energia creativa riuscendo ad imprimere al progetto di un nuovo stile e di una nuova filosofia arrampicatoria una sotterranea e sottile carica eversiva che andò anche al di là delle loro intenzioni, come dimostrano tante contemporanee imprese al Piccolo Dain, al Monte Casale e al Monte Brento.

Se è vero che si diffuse la mistica della placca, è anche vero che molte vie, superato l’alto zoccolo basale, in genere una placconata liscia, a balzi, si trovarono ad affrontare la più verticale e strapiombante parte sommitale che riportava a più consuete ed estreme condizioni dolomitiche.

Tipico esempio è la via Martini, Tranquillini e Perotoni alla Cima alle Coste (1972) che, superato lo scudo basale, si trova subito sopra la cengia di fronte alla classica parete gialla di diedri, fessure verticali, lame appoggiate, sottili e bellissime. Altro tracciato esemplare è la via del Boomerang di Marco Furlani, Valentino Chini, Mauro Degasperi e Riccardo Mazzalai (1979) dove i tiri finali, oltre l’ultimo boschetto, richiedono il ritorno ad un’arrampicata più tecnicamente tradizionale per camini e diedri, esaurite le levigate placche e la loro massiccia solidità, al di sopra della lavagna grigia e compatta vinta in aderenza. E’ emblematico che la citata via del Boomerang sia stata anche battezzata come via della Nuova Generazione a sottolineare il confronto che si proponeva, in cui entrano la bellezza delle vie, la perfezione tecnica, la grazia dei movimenti, l’energia utilizzata quando ci si sente il cuore in gola.

aaa Striped Slabs Sarca ValleyLe Placche Zebrate - Ph Silvia MazzaniLe vie spittate – Anni Novanta e oltre

Con il progressivo esaurirsi della spinta innovativa che aveva prodotto decine di belle, impegnative e sempre più difficili vie di stampo prettamente alpinistico (per logica di tracciato e mezzi impiegati), cominciano ad affacciarsi, con un certo ritardo rispetto ad altre zone, come ad esempio il Finalese, le prime vie integralmente protette a spit. Sono vie concepite in ottica plaisir e studiate per venire incontro alle richieste di sicurezza e ingaggio ridotto, tipici portati dell’alpinismo diventato fenomeno di massa (massa relativa, ma sempre massa, e cioè fenomeno radicalmente differente da quello che aveva fino ad allora interessato un limitato numero di addetti ai lavori). Fortunatamente, fenomeni altamente involutivi, come l’apertura di vie dall’alto o gli scavi, sono in valle estremamente limitati e oggetto di generale riprovazione, così come sono stati stroncati decisamente sul nascere alcuni maldestri tentativi, peraltro molto limitati, di snaturare i capolavori del periodo classico con richiodature antistoriche e prive di significato. Unica eccezione ragionevolmente accettata è per le soste.

 

Le vie stile “Grill” – Terzo Millennio

Infine, così come le vie a spittatura seriale erano state una reazione al rischio a volte ben alto delle vie trad non di rado su roccia mediocre, ultimamente le pareti sono state travolte da un nuovo filone di aperture, che privilegia le linee ancora logiche ed arrampicabili con un uso normalmente parsimonioso di infissi, ricreando un’apparenza di arrampicata tradizionale. Fa comunque piacere costatare che, nonostante il succedersi in Valle di questi filoni diversi, legati a corsi e ricorsi storici, il patrimonio di vie del periodo d’oro sia rimasto sostanzialmente intatto, sia pur magari con qualche “ritocco”, a disposizione degli alpinisti più preparati, che ci auguriamo si affianchino sempre più numerosi agli atleti dell’arrampicata sportiva.

La Bassa Valle del SarcaLa Bassa Valle del SarcaE il futuro?

Già più volte i protagonisti dei vari periodi avevano sentenziato l’ormai imminente esaurirsi dei problemi da risolvere, smentiti puntualmente da chi ha pensato di proporre (e risolvere) nuove tipologie di problemi o di obiettivi, sviluppando nuovi filoni di aperture. Grill, scalando oggi l’inscalabile, avrà esaurito o almeno davvero fortemente ridotto i margini per la possibilità di apertura di vie nuove ragionevoli? Non è difficile ipotizzare che il futuro riservi ulteriori sorprese e traguardi magari oggi non definibili.

Problemi indubbiamente sono sorti e altri ne sorgeranno: del resto il mondo alpinistico, dagli opinion leaders ai più semplici praticanti, è formato da personalità e caratteri forti, geneticamente non facili, e stabilire punti fissi e principi accettati da tutti è utopia.

Nonostante alcuni limitati tentativi di attacco, dovuti sicuramente più all’ignoranza storica dei protagonisti che a consapevolezza del significato del gesto, ci si può sicuramente rallegrare del fatto La Media Valle del Sarca 1La Media Valle del Sarcache il grande patrimonio storico di vie classiche aperte con spirito fortemente alpinistico si è conservato pressoché intatto, passando indenne attraverso le varie fasi di sviluppo dell’arrampicata.

E questo grande patrimonio, che ci dobbiamo tutti impegnare a conservare, rappresenta non solo un documento storico eccezionale, ma anche un valore aggiunto, in prospettiva, molto importante e che in futuro potrà fare la differenza, anche nella promozione dello sviluppo della frequentazione alpinistica della Valle, rispetto ad altre zone meno ricche di storia, o dove la storia è stata irrimediabilmente cancellata dalla sovrapposizione di un modernismo poco rispettoso e intimamente distruttivo.

Sarebbe bello che qualcuno in valle si sforzasse di dire ancora qualcosa di nuovo, magari non solo al ristretto cenacolo dei big, ma a favore soprattutto dei giovani arrampicatori, aprendo loro le porte all’immenso patrimonio trad che la valle ancora offre e del quale noi accademici vorremmo essere i custodi.

Ben convinto di questo, voglio proporre di seguito alcuni straordinari itinerari in prevalenza degli anni d’oro, fortunatamente rimasti sostanzialmente integri nelle loro caratteristiche. E li propongo non in contrapposizione con altre tipologie di itinerari ed altre mentalità, ma solo per promuovere la consapevolezza che le proposte che oggi in valle tengono il campo dell’alpinista medio (vie a spittatura seriale da un lato e vie “stile Grill” dall’altro) non sono le sole proposte per fare bellissime esperienze di arrampicata in relativa sicurezza e con la soddisfazione aggiuntiva di conquistare qualcosa con i propri mezzi e le proprie capacità, più che approfittando del lavoro e della preparazione fatta da altri.

cartina ritagliata okLE CLASSICHE PIU’ RIPETUTE

Le vie proposte, a partire dalla bassa Valle fino alle Sarche, hanno tutte in comune una logica lineare, che segue strutture evidenti della parete, una roccia di ottima qualità o al più con qualche breve tratto delicato, assenza di spit ma proteggibilità sempre alpinisticamente accettabile. Più ingaggiose delle altre Fiore di Corallo e la Canna d’organo, che richiedono una buona padronanza del grado. Ma ci sono anche alcune vie brevi e di impegno complessivo contenuto che si prestano per fare esperienza sul terreno trad e acquisire padronanza di questa straordinaria disciplina (ad esempio la Via Flavia al Colt e l’Isola di Nagual alla Pala delle Lastiele).

Per eventuali ulteriori informazioni si può fare riferimento all'autore Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

01 Via FlaviaVia Flavia - Quarto tiro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 - MONTE COLT

VIA FLAVIA   

D. Zampiccoli e F. Miori 1983

150 metri, 5 tiri, V+/VI/R3

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Scalata di soddisfazione e varia (camini, diedri e placche), su ottima roccia.

Via breve, dal comodo attacco e discesa veloce, adatta ad una mezza giornata di tempo incerto. Al sole già al primo mattino, ideale nelle mezze stagioni e nelle belle giornate invernali. Lungo la via qualche chiodo e cordino, necessaria una piccola scelta di friend medio-piccoli. Le soste sono a spit, perché condivise con vie sportive limitrofe. Una recente pulizia ha reso la via ancora più piacevole.

01 Via Flavia 3

Attacco

Da Arco (zona Casinò) seguire la strada per Laghel e dopo una ripida salita, ad un bivio in prossimità della chiesetta bianca, prendere a destra la strada bassa e seguirla fino ad un piccolo parcheggio sulla destra (cartelli SAT con indicazione per la cima del Monte Colt). Seguire l’evidente carrareccia, al primo bivio prendere a destra e salire fin sotto una piccola falesia: proseguire con alcuni tornanti fino a giungere a una sella. Poco oltre si abbandona il sentiero SAT bianco-rosso che sale a sinistra e si prosegue sulla destra dapprima in piano e poi in discesa (cavi metallici e alla fine una breve scaletta in ferro) giungendo nel bosco sul versante Est della dorsale. Prendere verso destra (Sud) un’evidente traccia che passa sotto una falesia (nomi delle vie con targhette metalliche) e poi costeggia la parete. Dopo un breve tratto in discesa, superato l’attacco della via Re Mida (targhetta), si nota un grande camino giallo caratteristico. Qui attacca la via. 30 minuti dall’auto.

01a Via Flavia schizzo OK

 

 

 

 

 

 

 

 

Discesa

Dall’uscita della via salire brevemente nel bosco fino ad incrociare un’ampia traccia che si segue verso destra (Nord) fino alla sella dove ci si raccorda con il sentiero seguito per andare all’attacco. Scendendo verso sinistra (Ovest) si ritorna velocemente al parcheggio. 15 minuti dall’uscita della via.

Relazione

L 1 – Salire un diedro (evtl 2 fix di una via vicina) e poi entrare nel grande camino che si sale fino al suo termine, uscendo da ultimo a sinistra per sostare poi comodamente alla sommità del grande lamone. 40 mt, IV

L 2 – Traversare a sinistra facilmente, poi utilizzando una fessurina da proteggere portarsi ad un albero sul quale si sosta. 30 mt, V

L 3 – Superare un muretto (ch) e seguire poi una rampa verso destra seguita da un diedro fino alla sosta (30 mt, VI, poi IV+)

L 4 – Salire su ottima roccia lavorata e poi obliquare progressivamente a destra, superare una vecchia sosta e traversare più nettamente verso destra fino ad un vago diedro giallo che si supera giungendo ad una pianta di fico. Da qui traversare ancora a destra e salire alla sosta. (35 mt, V+, tiro continuo, esposto e molto bello).

L 5 – Sulla sinistra della sosta salire un diedro con netta fessura, superare lo strapiombino finale e poi per rampa fessurata più facile al bosco sommitale (40 mt, IV+, alcuni spit – uscita in comune con la via “Nove dita”).

 

02 baldessarini 22 - COSTE DELL’ANGLONE

DIEDRO BALDESSARINI

A. Baldessarini, A. Maffei 2011

250 metri, 7 tiri, VI+/R3

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Simpatica via, di recente pulita e integrata con varianti dirette che la rendono più omogenea e interessante. L’arrampicata è atletica, su roccia sempre ottima e da proteggere con friend (sufficiente una serie fino al 3 bd).

Esposizione Est, ben soleggiata anche in inverno.

Attacco

Da Arco prendere per Trento e dopo poco imboccare sulla sinistra la deviazione per Ceniga. All’inizio del centro abitato vero e proprio sulla destra si trova un parcheggio pubblico, dove è consigliabile lasciare l’auto. Tornati indietro sulla strada principale per poche decine di metri di prende sulla destra (Ovest) una stradetta con indicazioni per il Ponte Romano. Superato il ponte (bel monumento storico), di prende sulla destra una strada sterrata pianeggiante che si segue fino al Maso Lizzone. Davanti al Maso girare a sinistra (Ovest) e poco dopo seguire sulla destra una traccia con indicazioni per il Sentiero degli Scaloni e poi per il Sentiero delle Cavre salendo fino al bosco. Ad un ometto prendere una traccia sulla sinistra che porta contro la parete: oltrepassata una falesia e l’attacco di Anche le donne vogliono arrampicare (scritta) si giunge allo spiazzo dove attacca la via (nome alla base). 30 minuti dall’auto.

Discesa

Salire brevemente nel bosco, obliquare a destra per traccia e raggiungere in breve il Sentiero degli Scaloni che riporta al Maso Lizzone e poi per strada al parcheggio (calcolare 40 minuti in tutto).

02 baldessarini

 

Relazione

L 1 – Per muretti e rocce articolate raggiungere un albero con cordone, dal quale a sinistra alla sosta (V, 35 mt)

L 2 – Direttamente sopra la sosta, aggirare poi a sinistra un piccolo strapiombo, scalare un muretto e andare a sinistra alla sosta alla base di un diedro giallo (VI, 20 mt)

L 3 – Salire il diedro e sostare a sinistra su albero (VI, 25 mt)

L 4 – Si sale per un diedro grigio, poi a destra e per terreno più abbattuto si va a sostare su albero alla base del grande diedro regolare che caratterizza la parte alta della via (VI+, 35 mt)

L 5 – Salire il diedro fino ad una sosta (VI, 20 mt)

L 6 – Ancora per il diedro evitando a sinistra lo strapiombo finale (VI, 25 mt). Questo tiro si può agevolmente abbinare al precedente saltando la sosta intermedia.

L 7 – Salire per lama-fessura, poi obliquare a destra fino ad uno spigolino e, superato un diedrino, sostare su albero al termine delle difficoltà (VI, 20 mt).

 

03 Pilastro Gabrielli schizzoIn rosso il Pilastro Gabrielli, in blu Black Hole3 - MANDREA CENTRALE

PILASTRO GABRIELLI

G. Stenghel, G. Vaccari, 1978

200 metri, 5 tiri V+ e VI/R3

Esposizione Est

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La via, esposta ad Est, è fattibile tutto l’anno, ad esclusione dell’estate per il troppo caldo.

Via storica, di straordinaria logica ed eleganza. Vince una impressionante prua strapiombante seguendo una successione di magnifici diedri con arrampicata atletica ed entusiasmante.

Chiodatura scarsa, ma ottima proteggibilità con friends (anche grandi, fino al 4 o 5 bd). Soste comode a spit. Possibile la discesa in doppia dalle soste 1, 3 e 4. Assolutamente da non perdere, anche per il valore storico (meditare sui cunei che ancora si vedono in qualche fessura e pensare agli apritori con scarponi rigidi e… senza friends). Un paio di fix (ora senza piastrine) assolutamente inutili lungo una fessura perfettamente proteggibile testimoniano l’irriverente tentativo da parte di qualche sprovveduto tassellatore di addomesticare questa linea superba.

Attacco

Da Arco salire a Laghel e di fronte alla chiesetta bianca svoltare a sinistra e seguire la stradina prima asfaltata e ripidissima, poi sterrata e in falsopiano, fino al suo termine, parcheggiando nei pressi di una fontana. Seguire la mulattiera verso sinistra (sbarra) per breve tratto, poi seguire una delle tante tracce che puntano alla parete e all’evidente prua sulla quale corre la via. A destra della verticale del Pilastro individuare una rampa erbosa con qualche bollo rosso, alzarsi obliquando verso destra fino ad una pianta dove inizia una corda fissa che aiuta a superare placche verticali e vegetate (15 minuti). Verificare lo stato della corda fissa e valutare se legarsi in cordata fin da questo punto.

 

 

 

03 Pilastro Gabrielli

 

03 Pilastro Gabrielli 2

03 Pilastro Gabrielli 3Discesa

Scendere brevemente nel bosco per traccia raggiungendo la strada asfaltata che da Padaro sale a San Giovanni. Seguirla verso sinistra (Sud) e dopo circa 200 metri abbandonarla per imboccare sulla sinistra una evidente mulattiera (indicazioni: Laghel), poi un sentiero segnato sulla sinistra in leggera salita, passando da una cava abbandonata. Proseguire poi in discesa, seguire il sentiero che costeggia la sommità delle pareti e ad un Grosso traliccio prendere una traccia sulla sinistra che riporta alla strada di Laghel poco a valle dell’auto (1 ora).

Relazione

Si risale la corda fissa, obliquando poi a sinistra per tracce esposte (un tratto ancora di corda fissa) per salire alla fine ad un boschetto alla base del pilastro vero e proprio. Tratto delicato e da percorrere con attenzione.

L1 – Salire un diedro facile, una breve fessura (quella di destra di due parallele) fin sotto uno strapiombo, che si aggira sulla sinistra montando poi su un aereo pulpito. IV +, V+ 30 mt

L2 – Obliquando a destra su roccia marrone si va a prendere una fessurina (tratto delicato) sino ad una piccola sosta. VI + 30 mt

L3 – Seguire un diedro giallo sostando al suo termine su un comodo terrazzo a sinistra. VI 25 mt

L4 – Salire il fantastico diedro seguente, proteggendosi al meglio con friends grossi (alcuni chiodi nel tratto superiore più strapiombante). VI+ 50 mt

L5 – Salire la placca a sinistra (clessidra) uscendo nel bosco alla sommità del pilastro. V 30 mt.

 

                               4 - MANDREA CENTRALE

BLACK HOLE

G. Stenghel e M. Giordani 1979

250 metri, 7 tiri, VI+/R3

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Bella salita, caratterizzata da splendide fessure da proteggere nella prima parte e da un diedro strapiombante e con roccia più delicata nella seconda parte. Un po' meno simpatica l’uscita in un canalino pieno di foglie. Merita comunque senz’altro la ripetizione, anche per l’ambiente straordinario in cui si svolge. Utile una serie completa di friend.

Meglio percorrerla in primavera avanzata o in autunno. In inverno è ombreggiata dal Pilastro Gabrielli.

Attacco

Lo stesso del Pilastro Gabrielli (vedi). Dopo le corde fisse dell’avvicinamento, poco prima di arrivare all’attacco vero e proprio del Pilastro Gabrielli, sostare su albero alla base di un                                evidente diedrino grigio (15 minuti).

Discesa

La stessa del Pilastro Gabrielli (1 ora)

Relazione

L 1 – Salire il diedrino, poi uno strapiombino e una placchetta fino alla sosta su comoda cenga (5, poi IV, 30 mt)

L 2 – Salire la bella fessura sulla destra, all’altezza di un tettino traversare a sinistra a prendere una bella lama che si segue fino alla sosta (V+, 35 mt)

L 3 – Breve tiro in traverso verso sinistra seguendo una fessura orizzontale (V+, 15 mt)

L 4 – Salire il bel diedro fessurato con arrampicata tecnica (VI, 35 mt)

L 5 – Proseguire per il diedro che diventa strapiombante (VI+, 20 mt, diversi chiodi)

L 6 – Brevissimo tiro, dapprima in traverso a sinistra poi dritto fino a un terrazzino (VI, 10 mt)

L 7 – Salire un diedrino friabile e una paretina verticale, uscendo a sinistra. Un canalino terroso porta alla sosta alla base di un muro marrone strapiombante (V+, 45 mt)

L 8 – Superare una fessura-diedro ed uno strapiombino friabili pervenendo a rocce rotte che portano alla fine delle difficoltà (V+, 40 mt). Tiro che richiede attenzione.

05 Fiore di corallo Tracciato ok5 - MANDREA NORD

FIORE DI CORALLO

M. Giordani, F. Zenatti, G. Manica 1983

350 metri, 10 tiri, VI+/VII/R4

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Uno dei più grandi capolavori della valle del Sarca.

Una successione logica di straordinarie fessure e diedri strapiombanti. Arrampicata di grande soddisfazione, sempre atletica ed esigente, su roccia super. Alcuni tratti in cui non è facile proteggersi richiedono padronanza del grado. Pochissimi i chiodi in parete, ma le soste sono attrezzate a fix. Utile una doppia serie di friend fino al 4 bd, meglio fino al 5

Attacco

Da Arco (zona Casinò) seguire la strada per Laghel e dopo una ripida salita, ad un bivio in prossimità della chiesetta bianca prendere la ripida strada asfaltata che sale a sinistra, compie alcuni tornanti e si inoltra lungamente nella valle. Parcheggiare al suo termine, in prossimità di una fontanella. Salire a sinistra per strada forestale (sbarra) che conduce in breve sotto le pareti (fin qui l’avvicinamento è uguale a quello del Pilastro Gabrielli). Raggiunta poco oltre la presa dell’acquedotto, continuare verso Nord per traccia che costeggia la parete, dopo una discesa ripida seguire una stretta rampa che sale verso dx ad un boschetto sospeso, dove si trova l’attacco della via (30 minuti).

Discesa

La stessa del Pilastro Gabrielli (1 ora)

 

05 Fiore di Corallo3

 

          Relazione

L 1 – Aiutandosi con l’albero posto all’attacco salire una paretina e traversare poi a destra ad un diedrino che si risale sino alla sosta (VI)

L 2 – Salire una fessurina, poi rocce più articolate e infine una bella lama (VI+)

L 3 – Salire una fessura fin sotto un tetto e costeggiarlo verso sinistra fino al suo termine, dove una fessura consente di salire alla sosta (VI e passi di VII, proteggibilità a mezzo friend non sempre affidabili a causa della levigatezza della fessura svasata sotto il tetto)

L 4 – Per rampa più facile fin sotto degli strapiombi che si evitano con una traversata verso sinistra (alberello di fico) raggiungendo una fessura verticale che porta alla sosta (VI + e passi di VII)

L 5 – Salire il muretto sopra la sosta, passo di VII obbligatorio e che un fix di passaggio, l’unico della via, non protegge da una eventuale caduta sulla cengia di sosta. Per rocce più facili ad una rampa obliqua verso sinistra che conduce alla sosta (VII, V)

L 6 – Salire l’evidente diedro un po' liscio a sinistra della sosta e superare un muretto (ch) che porta alla sosta (V+, VI)

L 7 – Traversare a sinistra con percorso da individuare con attenzione (qualche chiodo) fino ad una lama sporgente, che si supera direttamente. Salire in obliquo a sinistra fin sotto un tetto, poi a destra per canne ad un terrazzino (VI+ e VII-, sosta su clessidre).

L 8 – Salire a sinistra della sosta superando un tettino, poi per rocce più facili alla sosta su albero (VI+ poi IV)

L 9 – Salire lungamente in obliquo verso sinistra, superare un muretto delicato e continuare verso sinistra fino alla base di un diedro che si intuisce portare fuori dalle difficoltà, ormai tra gli alberi della sommità (IV e VI).

L 10 – Traversare a sinistra seguendo una fessura orizzontale, poi salire per diedro e roccette (un fix di una via sportiva) arrivando al termine del bosco dove si sosta nei pressi della recinzione di una villetta (IV)

06 martini tranquillini schizzo ok6 - CIMA ALLE COSTE

VIA MARTINI-TRANQUILLINI-PEROTONI

S. Martini, M. Tranquillini, M. Perotoni, 1972

500 metri, 13 tiri V+ e VI/R3

Esposizione Est

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Tra le più ripetute della Valle, vince la grandiosa parete di Cima alle Coste con piacevole arrampicata su difficoltà classiche. Una serie di friend fino al 4 bd è sufficiente ad integrare i pochi chiodi presenti nella parte alta della via.

Attacco

Da Arco verso Nord risalire la Valle del Sarca, superare il paese di Dro e prima di giungere al parcheggio delle Placche Zebrate, in località Lago, individuare sulla sinistra una stradina con indicazioni per il Lago Bagattoli. Seguirla brevemente e parcheggiare nei pressi del lago. Si segue la strada forestale (sbarra) che sale dapprima verso destra, poi con un tornante piega a sinistra (Sud) per un lungo tratto in leggera salita fino ad incontrare un ometto che segnala l’inizio di una traccia sulla destra. Seguirla nel bosco con ripida salita fino alla base di una placconata. Montare sulla placconata seguendo tracce su cengette e facili passaggi su roccia con salita obliqua verso destra, fino ad una più evidente traccia che porta sotto la levigata parete dello Scudo. La via attacca all’estremità destra dello scudo, dove questo forma un evidentissimo diedro con la più articolata parete sulla destra. (40 minuti dall’auto).

Discesa

Per traccia (ometto) si raggiunge in breve una strada forestale, che si segue verso sinistra (Sud) fino ad incontrare un cartello che segnala il sentiero per Dro (n. 425). Percorrerlo fino a valle, poi per sterrata seguendo le indicazioni si ritorna al Lago Bagattoli (ore 1,30).

 

Relazione

La via si può dividere in tre parti.

La prima parte, facile e non molto interessante, sale con 5 tiri l’evidente diedro. Attrezzata con qualche fix. Le soste sono attrezzate per la discesa in doppia. In questo primo tratto prestare attenzione alla caduta di sassi.

La seconda parte supera con tre tiri la zona centrale di placche abbattute e un po’ erbose, in obliquo a sinistra fino alla base della gialla e strapiombante parete superiore. In questo tratto il percorso non è molto evidente e richiede un po’ di fiuto. Qualche chiodo sparso.

La parete superiore viene vinta con cinque tiri entusiasmanti, che da soli varrebbero la salita.

Soste in genere comode e sicure, pochi i chiodi lungo i tiri, che si proteggono comunque bene con i friends. Roccia in genere ottima, con qualche lama da trattare con attenzione.

L1 – L2 – L3 – L4 – L5 – Salire interamente il diedro, con passaggi a volte levigati ma su difficoltà contenute (IV e passi di V). Qualche fix sui tiri e soste attrezzate per doppia. Alla fine del diedro si obliqua a sinistra per tracce alla placconata centrale.

L 6 – Si traversa lungamente in obliquo a sinistra su tracce e facili rocce. I. Sosta su           spit.

L 7 – L8 – Salire per placche e saltini più ripidi (un diedrino più difficile da proteggere con friends) fino ad un terrazzo ben battuto alla base del diedro della parete superiore. IV e V. Sosta su albero.

I cinque tiri seguenti, nei quali si concentrato le difficoltà della via, offrono un’arrampicata a tratti entusiasmante, sempre piacevole e in un ambiente grandioso.

L9 – Salire per parete mirando all’evidente diedro, che si sale poi fino ad un terrazzino. V+

L10 – Raggiungere una lama/fessura che si sale (superando anche un tettino) fino ad arrivare sotto un pronunciato tetto, che si evita traversando a sinistra fino ad una scomoda sosta con chiodi a pressione. VI, tiro chiave. Alcuni chiodi, utili i friends.

L 11 – Salire un camino e poi un diedro fino ad una sosta in una zona più abbattuta. V+

L 12 – Proseguire per una bellissima lama gialla, superare un albero e continuare fin sotto un tetto. Traversare a sinistra per cengette (attenzione ad alcune grosse lame dall’aspetto un po’ inquietante) fino ad una comoda sosta. V+

L 13 – Superare una paretina verticale (chiodo) e poi per bellissimo diedro al canale finale, che richiede qualche attenzione (tiro di oltre 50 metri, frazionabile sostando ad un albero lungo il diedro). V+ all’inizio, poi IV.

La parte iniziale di questa via (il facile diedro dei primi 5 tiri) era già stata percorsa nel 1966 da H. Steinkotter, H. Holzer e R. Messner, che avevano poi proseguito sulla destra su roccia precaria, per cui l’itinerario non ebbe seguito. La grande intuizione dell’Accademico Sergio Martini è stata quella di proseguire sulla sinistra, forzando la strapiombante parete superiore con intelligente percorso attraverso i tetti che la caratterizzano, realizzando così un grandioso itinerario con difficoltà sostenute, ma che si lasciano superare con più facilità di quanto si potrebbe stimare dal basso.

Un interessante filmato sulla Via Martini-Tranquillini-Perotoni

07 nagual schizzo 5 ok7 - PALA DELLE LASTIELE

VIA ISOLA DI NAGUAL

F. Giacomelli – F. Stedile 1982

300 metri, 11 tiri; VI con due passi in A0 (in libera 6b)/R3

Esposizione Sud Est

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Linea assai logica lungo una serie ininterrotta di diedri di bella roccia.

L’attrezzatura in posto (chiodi normali) può essere agevolmente integrata con una serie di friends e kevlar per le clessidre.

Salita paragonabile al Diedro Manolo al Dain, anche se un pò meno continua e di qualità leggermente inferiore. Merita sicuramente di essere percorsa.

Fabio Giacomelli e Fabio Stedile, accomunati dall’apertura di questa bella via, sono stati accomunati anche da un tragico destino, morendo entrambi, a diversi anni l’uno dall’altro, sul Cerro Torre in Patagonia.

07 Nagual3isnag 068Attacco

Da Arco verso Nord (direzione Pietramurata/Sarche), poco oltre il parcheggio delle Placche Zebrate parcheggiare sulla destra presso l’ingresso della pescicoltura.

Attraversare la strada e seguire una sterrata (sbarra) prendendo a destra ad un bivio. Poco più avanti reperire sulla sinistra una traccia che sale nel bosco e porta alla base della parete. L’attacco è presso un diedro obliquo verso destra (scritta Nagual). 30 minuti.

Discesa

Abbastanza lunga ma facile. Dall’uscita della via traversare lungamente nel bosco verso Nord (rade tracce) salendo leggermente fino alla sommità del Dain, dove si incontra una strada forestale. Da questo punto la discesa è comune a quella del Dain. Seguire la forestale direzione nord (verso il Casale) e poi per i tornanti in discesa (scorciatoie segnate con bolli rossi) fino ad una zona pianeggiante con una palina che segna il rientro dalla ferrata Che Guevara. Abbandonare la strada e prendere a destra una traccia (direzione Sud) che con qualche saliscendi porta al campo da cross dietro all’Hotel Ciclamino. Costeggiare verso Sud il campo da cross, seguire la forestale e poi la pista da mountain bike fin sotto le Placche Zebrate e poi all’auto (ore 1,30).

Nota: esiste anche una seconda possibilità di discesa dalla sommità, più breve ma meno facile da trovare. Dall’uscita della via ci si incammina verso Nord (in direzione della Cima del Dain) traversando un pendio di erba e arbusti, come per la soluzione precedente.. Quando si intravede verso il basso un ripido prato senza vegetazione lo si discende fino all’inizio di un rado ripido bosco nel quale si intravede un’esile traccia che si segue con qualche breve passo di facile arrampicata fino a pervenire poco più in basso dell’attacco della via. Per tracce a vista in direzione dell’auto.

          Relazione

L 1 – Salire il diedro fino alla sosta, alla base del grande strapiombo giallo. IV. E’ possibile anche salire la parete articolata a destra dello strapiombo (più facile), prima in obliquo verso destra e poi in obliquo a sinistra alla cengia di sosta.

L 2 – Superare il diedro giallo, dapprima verticale poi obliquo a sinistra, traversare alla fine a sinistra su placca ad un gradino (sosta possibile) e proseguire per fessurina e diedrino fino ad un terrazzino. 6b/AO alla partenza, poi V+

L 3 – Seguire il diedro a lame appena a destra della sosta e al suo termine traversare a sinistra ad una piccola terrazza. Sosta su albero. V+

L 4 – Salire per diedro giallo a sinistra di un liscio scudo, fin sotto un tetto. Traversare a sinistra e poi per diedrino grigio alla sosta. V+ e VI

L5 – Continuare per diedro fessurato con arrampicata ideale fino ad una sosta su chiodi. V+

L 6 – Ancora per il diedro fino alla sosta scomoda sulla parete di destra, in una specie di nicchia. V+ continuo.

L 7 – Superare il diedro-fessura soprastante, all’inizio strapiombante (6b/A0, alcuni chiodi ravvicinati), poi più facile (V) fino ad una piccola sosta.

L 8 – Sempre lungo il diedro fin sotto il tetto che lo chiude. Traversare ora a destra ad un comodo terrazzo (V+). Sosta su albero con cordone e maillon di calata. Da questo punto (fine delle maggiori difficoltà e della roccia ottima) ci si può calare lungo la via con 3 o 4 doppie.

Lo spirito alpinistico e la completezza dell’esperienza consigliano tuttavia sicuramente di continuare fino al termine della parete.

L 9 – In obliquo a destra su roccette ed erba per oltre cinquanta metri, sostando ad un albero o improvvisando una sosta su friend.

L 10 e 11 – Ancora un po’ in obliquo a destra e poi direttamente per salti al bosco sommitale.

In questi ultimi tre tiri il percorso non è obbligato e si sosta su alberi. Con un po’ di fiuto le difficoltà non superano il IV+, ma il terreno impone cautela.

Al termine del secondo tiro si trova un fix e poi appena a destra del quarto tiro una serie di fix che sale poco a destra del nostro itinerario. Si tratta di una via che, irrispettosa di storia e logica, interseca questo itinerario e della quale nessuno ha mai avuto il coraggio di rivendicare l’apertura.

          8 - DAIN DI PIETRAMURATA

VIA CESARE LEVIS (conosciuta anche come “Diedro Manolo”)

M. Zanolla, G. Groaz, M. Furlani, 1978

300 metri, 8 tiri; VI/R3

Esposizione Est

Scarica qui la relazione in formato PDF

Al centro della parete segue una linea straordinaria di diedri e fessure giallo/grigi.

Arrampicata atletica su roccia ideale. Chiodatura non abbondante ma ben integrabile

Una delle classiche più ripetute della Valle.

Attacco

Da Arco verso Nord (direzione Pietramurata/Sarche), superate le Placche Zebrate si prende a sinistra una strada con indicazioni Crossodromo e Hotel Ciclamino, presso il quale si parcheggia.

Seguire poi la strada che costeggia il 09 dain schizzo okIn rosso il Diedro Manolo, in azzurro la Kerouac, in verde SiebensclaferCrossodromo (direzione Sud) fino alla fine delle recinzioni. Individuata una marcata traccia sulla destra, la si segue fino alla base dell’evidente parete. Ad un ometto non prendere una traccia sulla destra (porta all’attacco di Siebenschlafer) ma continuare a salire per il sentiero principale fino ad individuare delle tracce sulla destra che portano ad una rampa (qualche breve passaggio di arrampicata) che conduce verso la base del diedro grigio/giallo posto appena a destra di quello più evidente, chiuso da enormi tetti gialli, percorso dalla Via Big Bang. Sosta alla base di una paretina (30 minuti).

                    Discesa

Abbastanza lunga ma facile. Seguire la traccia evidente nel bosco fino ad una strada forestale. Seguirla in direzione nord (verso il Casale) e poi per i tornanti in discesa (scorciatoie segnate con bolli rossi) fino ad una zona pianeggiante con una palina che segna il rientro dalla ferrata Che Guevara. Abbandonare la strada e prendere a destra una traccia (direzione Sud, freccia in legno) che con qualche saliscendi porta al campo da cross dietro all’Hotel Ciclamino (1 ora)

Relazione

L 1 - Salire la paretina o il suo spigolo destro e la rampa successiva, su buona roccia pulita dal passaggio. Sosta su albero. IV

L 2 – Traversare a sinistra e salire ad un terrazzino. Sosta su albero. III

L 3 – Entrare nell’evidente diedrone, superare un grosso albero e sostare a destra su un terrazzino. IV e V

L 4 – Continuare per il diedro, ora giallo e più verticale, fin sotto al tetto che lo chiude e che si supera sulla destra, nel punto di minor resistenza, tramite una fessura (passaggio chiave, utile un friend grande). V+ e VI

L 5 – Salire ancora per il diedro in obliquo a destra e poi direttamente con arrampicata entusiasmante ed esposta. Pochi chiodi, possibilità discrete di integrare. Sosta in una nicchia. V+

L 6 – Ancora un bel tiro per fessure, lame e diedri verticali, V+

L 7 – Seguire sempre il diedro superando un tettino sulla sinistra, fino ad una comoda sosta su cengetta sotto il muro finale. V+

L8 – Salire direttamente per diedrini grigi superficiali fin sopra una grande scaglia, dalla quale brevemente per un diedro giallo e un traverso a destra si raggiunge una sosta su albero, appena sotto il bosco sommitale. V e V+

Alcuni facili passaggi verso destra conducono ad una traccia ben battuta nel bosco.

 

                               9 - DAIN DI PIETRAMURATA

VIA KEROUAC

L. Massarotto, G. Groaz, P. Baldo 1981

300 metri, 8 tiri; VI+, un tratto di A0 (in libera 6c)/R3

Esposizione Est

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Attacco

Lo stesso della Via Cesare Levis (vedi)

 

Discesa

La stessa della Via Cesare Levis (vedi)

 

Relazione

L 1 – Salire un facile spigolino, obliquare a sinistra e per diedri e rampe andare a sostare ad un albero. Tiro in comune con la via Cesare Levis (IV)

L 2 – Salire in obliquo verso destra, superare in diedrino e sostare alla base del grande camino che separa un avancorpo dalla parete principale (III)

L 3 – Scalare un diedro giallo sulla sinistra (all’inizio roccia delicata), superare uno strapiombetto e proseguire per bella fessura da proteggere fino ad un terrazzino sulla destra (V+)

L 4 – Proseguire nella fessura gialla e poi per diedro fino ad una scomoda sosta appesa (VI+)

L 5 – Continuare per il bellissimo diedro e quando strapiomba obliquare a destra a raggiungere un altro diedro giallo che si segue fino al suo termine, traversando infine ad un esposto pulpito sulla destra (V e VI)

L 6 – Superare il muretto articolato sopra la sosta e poi all’altezza di un chiodo obliquare a destra a prendere un diedro seguito da un muro con diversi chiodi approdando ad una cengia alberata (tiro lungo, attenzione agli attriti, all’inizio V+ e VI, poi VII+ oppure A0 il muro finale)

L 7 – Traversare facilmente verso sinistra sulla cengetta andando a sostare su friend alla base di un diedrino.

L 8 – Salire il diedro fino ad un alberello, superare alcuni salti e obliquando a sinistra montare sopra un piccolo pinnacolo oltre il quale un muretto (ch) e poi rocce rotte portano al bosco sommitale (V).

 

 

10 Sieben10 - DAIN DI PIETRAMURATA

VIA SIEBENSCHLAFER

T. Zuech, M. Gamper, 1983

300 metri, 9 tiri (+ 110 metri facili nel bosco terminale); VI +/R3

Esposizione Est

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Itinerario per lunghi anni dimenticato, è stato di recente riscoperto e comincia ad essere percorso con una certa regolarità. Linea molto logica ed arrampicata bellissima e varia ne fanno una perla da non mancare.

A parte le soste (tutte presenti e sicure) i chiodi lungo i tiri sono pochissimi ma è facile proteggersi ottimamente con i friends.

10 Sieben3

 

Attacco

Da Arco verso Nord (direzione Pietramurata/Sarche), superate le Placce Zebrate si prende a sinistra una strada con indicazioni Crossodromo e Hotel Ciclamino, presso il quale si parcheggia.

Seguire poi la strada che costeggia il Crossodromo (direzione Sud) fino alla fine delle recinzioni. Individuata una marcata traccia sulla destra la si segue fino alla base dell’evidente parete. Fin qui l’avvicinamento è uguale a quello della Via Cesare Levis. Ad un ometto prendere una traccia sulla destra e salire per una rampa alberata verso destra (roccette e qualche passo di arrampicata, tracce). L’attacco, presso un facile diedrino grigio, è in comune con la via Par Condicio (scritta “PAR” sbiadita).

Prestare attenzione ad imboccare la rampa giusta, osservando preventivamente la parete da lontano e prendendo come riferimento i due evidenti tetti orizzontali presso i quali passa il secondo tiro della via (30 minuti).

10 Sieben2

 

10 Sieben5

Discesa

La stessa della Via Cesare Levis (vedi)

Relazione

L 1 - Salire il diedrino e poi obliquare a destra su cengetta (Par Condicio devia a sinistra) sostando su albero alla base di un bel diedro giallo/grigio verticale. III

L 2 – Salire il diedro e sostare su terrazza con alberi alla sua sommità. IV+

L 3 – Salire la grigia placca verticale soprastante (i primi metri sono i più difficili), traversare lungamente a sinistra, poi in verticale per pochi metri e infine a destra su cengetta dove si sosta. Arrampicata delicata e di movimento su ottima roccia grigia e rugosa, 3 - 4 chiodi non superlativi, possibilità di aggiungere qualche friend. VI poi V+

L 4 – Salire a destra una fessura verticale, dapprima ben proteggibile, poi più larga e un pò expo ma di ottima roccia, uscendo alla fine verso sinistra ad una sosta su albero con cordone. V+ e VI

L 5 – Verso destra e poi verticalmente si supera una zona terrazzata, andando a sostare su un grosso albero alla base di un camino giallo dall’aspetto poco rassicurante. IV e III

L 6 – Salire il camino (che in realtà è solido) fino ad un terrazzino di sosta (cordone incastrato). V e IV

L 7 – Traversare a sinistra e salire il bellissimo diedro giallo soprastante (ben proteggibile a friends) fin sotto un tettino (chiodo). Traversare a sinistra e sostare su una stretta cornice. V+

L 8 – Salire la larga fessura soprastante (un tratto improteggibile ma non troppo difficile) uscendo a destra in obliquo fin sotto un diedrino. Salirlo fino al tetto che lo sbarra e uscirne a sinistra (sosta su albero). V+ la fessura iniziale, VI il diedrino e VI+ l’uscita.

L 8 – Per facile diedrino grigio al bosco finale. IV

Ancora due facili lunghezze facoltative per salti e alberi (qualche cordone indica il percorso, tracce) conducono alla spianata sommitale dove si incontra la traccia di discesa.

11 tenente torretta schizzo ok11 - PIAN DELLA PAIA – Parete Gandhi

VIA IL MAGNESIO DALLA ROCCIA

Conosciuta anche come VIA TENENTE TORRETTA

G. Stenghel, F. Sartori, F. Nicolini, 1983

200 metri, 6 tiri V+ e VI/R3

Esposizione Est

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Un monumento al più puro stile dell’arrampicata tradizionale degli anni Ottanta.

Se non vi fate spaventare dal primo tiro, erboso e un po’ friabile ma non difficile, potrete godere di un’arrampicata molto bella su roccia ottima e dalla logica impeccabile. Via ben protetta a chiodi normali, da integrare con friends lungo le fessure. Friends medi necessari per la lunga lama da Dulfer del quarto tiro.

Il percorso è talmente logico che seguendo l’invito della roccia, anche sui compatti muri superiori, a tratti un pò enigmatici, ci si imbatte senza errore sui chiodi presenti.

Attacco

Da Arco verso Nord (direzione Pietramurata/Sarche), superate le Placche Zebrate si prende a sinistra una strada con indicazioni Crossodromo e Hotel Ciclamino, presso il quale si parcheggia.

Costeggiando a Nord il Crossodromo si segue una traccia che sale ripida nel bosco e si immette poi su una forestale. Seguirla brevemente verso sinistra fino ad un tornante verso destra, dal quale di stacca una traccia ben battuta che conduce in breve alla base della parete (ore 0,30). Attacco alla base di una rampa erbosa obliqua a sinistra, posta appena a sinistra di una profonda spaccatura- camino obliqua a destra.

Discesa

Nel bosco sommitale seguire le tracce in direzione del Monte Casale (Nord) fino alla forestale che

riporta in valle. Giunti al punto in cui si era raggiunta la forestale andando all’attacco, si può percorrere in discesa la ripida traccia del mattino (45 minuti all’auto), oppure seguire la stradina fino ad una zona pianeggiante con una palina che segna il rientro dalla ferrata Che Guevara. Abbandonare la strada e prendere a destra una traccia (direzione Sud) che con qualche saliscendi porta al campo da cross dietro all’Hotel Ciclamino (1 ora).

11 Via Tenente TorrettaRelazione

L 1 – Seguire la rampa con rocce erbose e un po’ friabili fino ad un grosso albero al quale si sosta. III e IV, si rinviano due alberelli.

L 2 – Ora su roccia buona superare una placca verticale (chiodo) e poi diedrini obliqui a sinistra fino ad una cengetta che si segue verso sinistra, sostando ad una pianta (pochi metri più a sinistra si vede una sosta a fix della Via Diana). VI la placca, poi V+.

L 3 – A destra della sosta salire un diedro/fessura verticale di ottima roccia (due chiodi) fino ad una stretta cornice sulla quale si traversa alcuni metri a destra alla sosta. VI e V+.

L 4 – Salire una bellissima lama verticale in Dulfer (da proteggere) e poi un diedro strapiombante (due chiodi) sulla destra, fino ad un comodo terrazzino dietro un pilastrino staccato. V+ e VI

L 5 – Dapprima in obliquo a sinistra e poi a destra su placche bellissime ad un piccolo gradino di sosta. Tiro splendido, protetto da alcuni chiodi posizionati in punti strategici, visibili solo all’ultimo momento seguendo la logica della parete. V e VI

L 6 – Verticalmente sulla destra della sosta fino ad una cengetta (alberello), che si segue verso destra fino ad un chiodo, che indica il punto in cui forzare direttamente il muro finale. Sosta nel bosco sommitale. V e IV+

12 - MONTE CASALE – PRIMO PILASTRO (o PILASTRO CRISTINA)

Il Primo Pilastro del Casale è un possente avancorpo che, assieme al Secondo Pilastro, delimita sulla destra la ciclopica parete principale del Monte Casale (Parete Est). Il Primo Pilastro è formato da una punta principale a sinistra (Pilastro Cristina, sul quale corra la Via omonima) e una punta secondaria a destra (Pilastro Giusti, sulla quale corre la Via del Missile – vedi relazione nr. 13).

 

12 cristina damoIMG 20201017 154814 damoVIA CRISTINA

M. Furlani, L. Puiatti, 1980

400 metri, 15 tiri (con la variante iniziale) VI-, spesso V/R3.

Esposizione Est

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Via di ampio respiro, di stampo dolomitico

Arrampicata prevalentemente in diedri e fessure, alterna tratti di ottima roccia a tratti da affrontare con cautela, soprattutto sul facile. Lungo la via qualche chiodo e cordoni su sassi incastrati, indispensabili i friend fino al 4 bd. Le soste sono state riattrezzate di recente con anelli.

Attacco

Da Arco verso Trento raggiungere Pietramurata. All’uscita Nord del paese (piccola rotonda) girare verso sinistra (Ovest, strada che conduce alla grande cava). Dopo pochi metri parcheggiare e prendere la forestale sulla destra (verso Nord): dopo circa 300 metri individuare sulla sinistra una traccia (ometti) che sale nel bosco, poi per ghiaioni e roccette con qualche bollo rosso puntando all’evidente colatoio che delimita a sinistra la parete. L’attacco della variante consigliata è poco a destra del colatoio, in corrispondenza di una netta fessurina grigia di ottima roccia (50 minuti).

L’attacco originale (sconsigliabile) è invece nel colatoio e segue poi lungamente in obliquo a destra una cengia friabile fino a prendere il pilastro vero e proprio.

Discesa

Traversare nel bosco verso destra e in discesa raggiungere una forestale che si segue verso sinistra fino al sentiero 427 che riporta in valle (ore 1,15)

                               Ph archivio Bianchi-Meli Relazione

L 1 - Attaccare per una fessura grigia di ottima roccia e seguirla sino al suo termine; V+/VI-, friend 0.4 e 0.5 BD.

Spostarsi a destra con passo su placca (V) e proseguire su cengia erbosa sino alla sosta con anello; 25 m.

L 2 - Continuare per cengia erbosa verso destra.

Pochi metri dopo la partenza dalla sosta non passare a sinistra di uno spuntone, bensì a destra, scendendo leggermente.

Proseguire in diagonale, sempre verso destra, per facili gradoni sino all'anello di sosta; 25 m, II e III.

L 3 - Traversare a destra per alcuni metri, sino a portarsi sulla verticale di un diedro rosso.

Alzarsi su placca (1 chiodo), con un passo leggermente a sinistra su roccia delicata (V+).

Raggiungere il diedro e percorrerlo interamente sino al terrazzino di sosta.

V+/VI-, 2 chiodi, 1 alberello, friend 1-2 BD, 35 m.

L 4 - Percorrere un diedro (V), poi in diagonale verso destra su rocce facili sino alla sosta (II); 25 m.

L 5 - Dalla sosta alzarsi in verticale e poi continuare in diagonale a sinistra, su placca di ottima roccia a tacche (V+, un passo di VI, chiodi). Dove le difficoltà calano (IV) non proseguire in diagonale a sinistra, bensì in verticale per raggiungere l'anello di sosta; 30 m.

L 6 - Dalla sosta affrontare una placchetta leggermente concava (III, friabile), poi proseguire per placche appoggiate di roccia poco solida (inizialmente II, poi I) sino alla cengia; 50 m.

Qui la cengia che proviene da sinistra si trasforma in un canale.

L 7 - Dalla sosta proseguire sul fondo del canale, piuttosto appoggiato, per circa 25 m (III, roccia slavata dall'acqua, ma solida); al termine del tratto più appoggiato superare alcuni blocchi, qui possibile sosta intermedia.

Ora il canale si fa più ripido: affrontare la parete di destra, lungo una fessura (V+, passo atletico, alcuni cordoni su chiodi e sassi incastrati). Uscire sulla destra e raggiungere la sosta con anello; altri 25 m, in totale 50 m.

L 8 - Dalla sosta spostarsi a destra su erba, proseguire poi più direttamente per rocce facili ma friabili e infine arrivare in sosta su un terrazzo; III, 40 m.

L 9 - Affrontare il muretto friabile, partendo un metro a destra della sosta (più solido, passo tecnico), poi salendo proprio sulla sua verticale. Spostarsi a destra ed entrare in un diedrino bianco (ancora un po’ friabile). Proseguire per rocce più facili sino all’imbocco di un diedro-camino, dove si sosta; un passo di VI, poi V, 30 m.

L 10 - Salire il diedro-camino per alcuni metri, poi spostarsi sulla faccia destra seguendo una fessura sino ad arrivare ad una selletta tra la parete principale a sinistra e un pinnacolo a destra; V, 30 m.

                               Ph archivio Bianchi-Meli L 11 - Si attraversa camminando a destra ed in leggera discesa per alcuni metri, poi si imbocca un diedro grigio compatto, con fessura di fondo (1 chiodo). Si arriva in sosta su terrazzino; V, 25 m.

L 12 - Traversare a sinistra per entrare in un breve diedro chiuso da un tettino (1 chiodo), che si supera sulla sinistra. Poi per fessura (sassi incastrati con cordoni) e rocce più facili sino in sosta su placca gialla; V, 30 m.

L 13 - Salire la fessura sopra la sosta e poi spostarsi a sinistra per evitare una zona franata.

Proseguire verticalmente sino alla sosta su spuntone; alcuni sassi incastrati con cordone, VI, 40 m.

L 14 - Dalla sosta spostarsi leggermente a sinistra, poi salire la bella fessura di ottima roccia, utili i friend 3 e 4 BD.

Dopo un passo non facile (VI, chiodo con cordone) le difficoltà diminuiscono e si continua verso sinistra superando alcuni saltini (V).

Superare alcuni blocchi e raggiungere verso sinistra il terrazzo dove si sosta. Qui è stato rimosso il fix con anello sulla placca che si trova a destra: occorre attrezzare la sosta su albero; 40 m.

L 15 - Proseguire per fessura, un po' sporca di terra, superare un albero e affrontare il diedro finale, bello e articolato, uscendo verso sinistra, qualche cordone; V, 30 m.

 

03 pilastro gabrielli schizzo ok13 - MONTE CASALE – PRIMO PILASTRO (o PILASTRO GIUSTI)

VIA DEL MISSILE

G. Stenghel, A. Baldessarini, 1981

400 metri, 11 tiri V+, VI e VI+. Due passi di 6b (azzerabili)/R3.

Esposizione Est

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“Grande capolavoro di intuito e logica. La roccia ottima e la linea esemplare rendono la salita spettacolare e di grande soddisfazione.”: così si esprime Diego Filippi nella sua guida “Pareti del Sarca” e non si può che essere d’accordo.

Una delle più belle vie classiche della valle. Anzi, una delle più belle in assoluto.

Di sicura soddisfazione e di buon impegno in relazione alle difficoltà, anche per la presenza di diversi tiri particolarmente atletici e da proteggere.

Attacco

Da Arco verso Nord risalire la Valle del Sarca e appena usciti dal paese di Pietramurata, all’altezza di un ingrosso di frutta e verdura, prendere sul lato opposto (sinistra) una stradetta e parcheggiare dopo pochi metri (indicazioni per il Sentiero Croz dei Pini e la Ferrata Che Guevara).

Prendere la strada forestale che sale leggermente verso Nord e dopo un po’ individuare sulla sinistra una traccia (ometto) che sale nel bosco. Seguirla lungamente (ad un bivio prendere a destra) fino a giungere allo zoccolo del Pilastro. Le tracce (facili ma esposte) portano sopra lo zoccolo e poi proseguono in falsopiano verso destra, raggiungendo un canale che si risale per un breve tratto, fino ad individuare sulla sinistra la possibilità di accedere ad una cengetta che si inoltra nella parete.

Il punto esatto di attacco non è evidentissimo e richiede un certo intuito (1 ora dall’auto).

Discesa

Seguire le tracce nel bosco verso destra fino ad incontrare una forestale, che si percorre per circa un chilometro, incontrando poi il sentiero segnato che riporta in valle (ore 1,30).

Relazione

L 1 – Salire alla cengia e percorrerla verso sinistra, sostando ad un buon albero. III

L2 - Proseguire per la cengia fino ad entrare in un grande diedro che si sale con bella arrampicata fino ad un gradino di sosta sulla destra. V+

L 3 – Traversare la parete gialla sulla sinistra (un passo in discesa) e poi risalire ad un terrazzino. Alcuni vecchi chiodi, VI e VI+

L 4 – Seguire il verticale diedro grigio seguente, interamente da proteggere a friends. VI

L 5 – Ancora nel diedro (passo difficile all’inizio, protetto da due chiodi), andando poi a sostare sulla sinistra. VII o A0 all’inizio, poi VI.

L 6 – Superato un muretto, salire verso destra una fessura-diedro a tratti strapiombante, da proteggere a friends. VI

L 7 – Salire il camino seguente e sostare al suo termine sulla sommità di un pilastro (la “testa” del missile). V+

L 8 – Traversare brevemente a destra, salire un diedrino e poi in obliquo andare a sostare su una cengetta. V+

L 9 – Salire per diedri e paretine fino ad una sosta su albero sotto la grigia parete terminale. V

L 10 – Salire il bellissimo diedro a sinistra della sosta, con passaggio difficile alla fine, nel superamento di un tettino. VI+. In alternativa si può salire la fessura a destra della sosta, con difficoltà analoghe.

L 11 – Una breve lunghezza facile porta nel bosco sommitale.

14 diedro maestri schizzo ok14 - DAIN DELLE SARCHE – PARETE DEL LIMARO’

DIEDRO MAESTRI

C. Maestri e C. Baldessari 1957

400 metri, 12 tiri VI+ e A0/R3

Esposizione Ovest

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La via percorre l’immenso diedro ben visibile dalla strada che da Sarche sale a Tione.

Aperta in quattro giorni con largo impiego di mezzi artificiali, si percorre oggi quasi interamente in libera, con arrampicata atletica piuttosto faticosa. Una serie di friend è senz’altro raccomandabile per integrare i pur numerosi chiodi presenti (alcuni a pressione).

La via, nonostante qualche tratto un po' delicato, presenta un’arrampicata piacevole e merita senz’altro una ripetizione per il suo significato storico, per la linea straordinaria e l’ambiente molto suggestivo.

Attacco

Dalla rotonda nel centro di Sarche prendere per Madonna di Campiglio e subito dopo voltare a destra tra le case raggiungendo il parcheggio della ferrata Pisetta (indicazioni). Tornare a piedi sulla statale e seguirla in direzione di Madonna di Campiglio. Superare il ponte sulla Sarca e proprio sul primo tornante (verso sinistra) prendere a destra una sterrata che scende nel greto del fiume. Proseguire per traccia e attraversare a pelo d’acqua una paretina verticale per mezzo di una corda fissa (faticoso, meglio arrivare già imbragati e con un paio di rinvii a portata di mano). Ci si trova di fronte a dei grossi cavi metallici che consentono di attraversare agevolmente il corso d’acqua portandosi sotto la parete: una traccia tra gli alberi porta al punto più alto alla base del grande diedro, dove si trova l’attacco (20 minuti dall’auto).

 

                               Discesa

Salire brevemente nel bosco per vaghe tracce e raggiungere in breve un ampio sentiero che si prende verso destra (Est) scendendo con qualche breve cavo fino al bosco sotto la parete Est del Dain. Una ripida traccia sulla destra riporta al paese delle Sarche, in prossimità del parcheggio (1 ora).

Relazione

L 1 – Obliquare a sinistra e salire un diedro, superare un alberello e uno strapiombetto e poi uscire a sinistra su rocce rotte fino alla sosta su albero (V+ e VI, roccia delicata).

L 2 – Salire per rocce gradinate e poi obliquare a destra entrando in un boschetto. Sosta su albero alla base di un diedro con una grande edera sulla sinistra (II)

L 3 – Salire il diedro, prima obliquo a destra e poi dritto, sostando a sinistra ad un albero (VI all’inizio, poi più facile)

                               L 4 – Continuare per il diedro che piega a destra e fiancheggia una liscia placconata gialla che si supera, andando a sostare scomodamente dove il diedro si raddrizza (VI)

L 5 – Di nuovo in diedro sino alla sosta successiva (VI+, AO)

L 6 – Passare sotto il tetto a destra e superare lo strapiombo successivo traversando poi a sinistra su roccia arancione ad un comodo terrazzo (VI)

L 7 – Salire a destra per bella fessura (Fessura Giacomelli) e obliquare poi a sinistra alla sosta su comodo terrazzino (V+ e VI+)

L 8 – Per fessura raggiungere una nicchia e continuare per una fessura-diedro fino alla sosta alla base di un camino ad imbuto (VI+ e A0)

L 9 – Scalare il camino e uscirne ben presto a sinistra a prendere un diedro che porta alla sosta su terrazzino con pianta (VI)

L 10 – Proseguire nel diedro e prima che si trasformi in fessura traversare a destra e poi risalire una zona erbosa verso sinistra fino ad una comoda sosta su cengia (V+)

L 11 – Salire il diedro a destra della sosta e sostare sotto un tettino (V+)

L 12 – A destra del tetto risalire una lama compatta (utile BD 5) e poi paretine fessurate fino al bosco sommitale (V+)

 

E per finire

Un capolavoro degli Anni Trenta, la prima grande via che ha fatto conoscere la valle nel mondo.

15 Canna dorgano schizzo ok

 

15 - PICCOLO DAIN 

CANNA D’ORGANO

B. Detassis e R. Costazza, 1938

350 metri, 11 tiri V+ e VI/R3

Esposizione Est

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Un alpinista famoso come Bruno Detassis (il “Re” del Brenta) che percorre la linea più evidente della valle non poteva passare inosservato nel mondo alpinistico tradizionalista degli anni trenta.

Un superbo itinerario che richiede esperienza e capacità su tiri di sesto in vera arrampicata libera, con pochissimi chiodi e proteggibilità non sempre ottimale; roccia buona, solo qualche breve tratto friabile e un po’ vegetato. Nella nostra ripetizione non abbiamo sentito il bisogno di aggiungere protezioni, ma numerosi cordini, una serie di friends e magari martello e chiodi possono essere consigliabili, soprattutto per chi è abituato a vie più “domestiche”.

Sicuramente una via dalla linea ideale, riservata ad appassionati della Valle e della sua storia.

Guardare dal basso questo diedro straordinario e poter dire “io l’ho fatto” rappresenta la maggior soddisfazione che un appassionato della valle e dei suoi valori storici può desiderare, tanto che qualcuno afferma che i frequentatori della Valle del Sarca si possono dividere in due categorie: quelli che l’hanno fatto e quelli che continuano a sognarlo.

summ Dain in the Eighties Sweet memories after Copia 21 maggio 1985, dopo la ripetizione della Canna d'OrganoAttacco

Dal paese di Sarche (parcheggio nei pressi della scuola) seguire il sentiero per la ferrata Pisetta giungendo con ripida salita nel bosco alla base della parete (scritta “per Ranzo” sulla roccia). Proseguire verso destra e ad un ometto abbandonare la traccia principale e seguire tracce e qualche bollo rosso a sinistra, raggiungendo la parete (qualche corda fissa) in prossimità dell’attacco del Pilastro Massud. Da lì traversare salendo verso sinistra lungamente (un tratto anche in discesa) su terreno delicato fino alla base dell’evidente diedrone (1 ora).

Discesa

Dal bosco alla sommità del pilastro seguire la traccia che scende verso Ovest e si collega al comodo sentiero principale che taglia in quota il bosco. Seguirlo verso sinistra (Est). Alcuni cavi e un tratto con gradini scavati nella roccia permettono di scendere il ripido tratto finale, conducendo alla base della parete nei pressi della scritta “per Ranzo”, dove ci si ricollega al sentiero d’attacco (1 ora).

Relazione

La linearità del tracciato rende superflua la relazione tiro per tiro: è una scoperta continua, da gustare passo dopo passo. Da osservare che la via si percorre normalmente in 11 tiri, anche se alcuni sono agevolmente abbinabili. Le soste sono generalmente comode e sicure, solo in qualche caso da rinforzare.

Castello di ArcoIl Castello di Arco

 20210211 111853

Lunedì, 15 Febbraio 2021 18:22

Sono due le imprese alpinistiche extraeuropee del 2019 gratificate con l’assegnazione ex-aequo del RICONOSCIMENTO PAOLO CONSIGLIO 2020.

Entrambe rispondono ai requisiti previsti dal docxRegolamento per la “Categoria A”, e cioè “Spedizioni di carattere esplorativo o di elevato contenuto tecnico, organizzate da piccoli gruppi di alpinisti a prevalente composizione giovanile.”

SPEDIZIONE BHAGIRATHI IV - Nuova via

Composta dai Ragni e Accademici Luca Schiera, Matteo Della Bordella e Matteo De Zaiacomo, alpinisti giovani, di diverso livello di esperienza ma tutti preparati tecnicamente e fortemente motivati. La spedizione, in puro stile alpino e senza spit, ha compiuto la prima salita della immensa Parete Ovest del Bhagirathi IV in giornata, per un itinerario di 800 metri con difficoltà estreme e continue.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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l racconto della salita al Bhagirathi IV scritto da Matteo Della Bordella

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/bhagirathi-iv-matteo-della-bordella-racconta-salita-inviolata-parete-ovest.html

 

 

SPEDIZIONE BLACK TOOTH - Prima salita

Composta dai giovani Simon Messner e Martin Sieberer. Il 26 luglio 2019 sono riusciti a salire l’inviolato Black Tooth, montagna di 6718 nel Baltoro, Karakorum, Pakistan. Una cima “minore” ma emblematica delle infinite possibilità che ancora si offrono per nuove salite di carattere esplorativo anche in zone da tempo frequentate. Itinerario di ampio respiro, con difficoltà non estreme ma affrontato in condizioni non ottimali e con approccio leggero. Rinunciando anche ai contatti esterni, come hanno scritto:” Vogliamo lasciare da parte i social network per connetterci al cento per cento con le montagne”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il racconto della prima salita al Black Tooth scritto da Simon Messner  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due prime ascensioni in quota e grande alpinismo di avventura per due team di alpinisti giovani, di formazione e appartenenza diverse ma accomunati da alte capacità e una progettualità esuberante.

Al di là del valore intrinseco delle realizzazioni si vuole premiare un tipo di approccio originale e leggero, con pochi mezzi, ma nel quale la determinazione e il coraggio di mettersi in gioco rappresentano i cardini sui quali si basa il successo.

Uno stimolo importante, quindi, per l’intero mondo alpinistico giovanile italiano, al quale mancano spesso visioni più ampie e progetti d’avanguardia.

 

Le due spedizioni sulla stampa

SPEDIZIONE BHAGIRATHI IV

 

https://www.montagna.tv/147635/bhagirathi-iv-che-avventura-della-bordella-non-volevamo-tornare-a-mani-vuote/

https://www.youtube.com/watch?v=2580X5woWaY

https://www.alpinismi.com/2019/11/21/bhagirathi-ragni-lecco/

SPEDIZIONE BLACK TOOTH

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/black-tooth-muztagh-tower-prima-salita-simon-messner-martin-sieberer.html

https://www.montagna.tv/144222/messner-e-sieberer-in-vetta-allinviolato-black-tooth/

http://www.mountainblog.it/video-post/video-simon-messner-martin-sieberer-black-tooth-6-718-m-salita/

Mercoledì, 10 Febbraio 2021 23:32

Il Consiglio Generale, adottando i criteri di prudenza suggeriti anche dal CAI e valutata la straordinarietà della situazione nella quale appare prospettiva remota poter svolgere nei prossimi mesi riunioni in presenza, ha deliberato di effettuare le Assemblee dei Gruppi on line, utilizzando la piattaforma Google Meet.

                                                   ASSEMBLEA GRUPPO OCCIDENTALE da remoto

                                                             SABATO 27 FEBBRAIO 2021 

Ogni socio ha ricevuto dal proprio Gruppo la convocazione con l’ordine del giorno dell’Assemblea e le indicazioni per partecipare. Le modalità di partecipazione sono molto semplici e il collegamento può avvenire a mezzo pc o smartphone. La piattaforma utilizzata garantisce anche la possibilità di effettuare votazioni da pc a scrutinio segreto.

In questo particolare momento è quanto mai auspicabile che i soci tornino gradualmente a riallacciare rapporti e condividere esperienze e progetti, iniziando per ora da remoto. Non perdere i contatti tra i soci e con la nostra Associazione è fondamentale.

Per eventuali ulteriori notizie o supporto scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Mercoledì, 10 Febbraio 2021 23:24

Il Consiglio Generale, adottando i criteri di prudenza suggeriti anche dal CAI e valutata la straordinarietà della situazione nella quale appare prospettiva remota poter svolgere nei prossimi mesi riunioni in presenza, ha deliberato di effettuare le Assemblee dei Gruppi on line, utilizzando la piattaforma Google Meet.

                                                   ASSEMBLEA GRUPPO CENTRALE da remoto

                                                             SABATO 20 FEBBRAIO 2021 

Ogni socio ha ricevuto dal proprio Gruppo la convocazione con l’ordine del giorno dell’Assemblea e le indicazioni per partecipare. Le modalità di partecipazione sono molto semplici e il collegamento può avvenire a mezzo pc o smartphone. La piattaforma utilizzata garantisce anche la possibilità di effettuare votazioni da pc a scrutinio segreto.

In questo particolare momento è quanto mai auspicabile che i soci tornino gradualmente a riallacciare rapporti e condividere esperienze e progetti, iniziando per ora da remoto. Non perdere i contatti tra i soci e con la nostra Associazione è fondamentale.

 

Per eventuali ulteriori notizie o supporto scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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