Il progetto Eagle Team, a firma CAI e CAAI, si è concluso con una spedizione. Obiettivo Patagonia, per sei dei partecipanti.
A cura di Mauro Penasa (su informazioni messe a disposizione da Ufficio Stampa CAI, Gian Luca Gasca e Guido Sassi)
PREMESSA
Guido Machetto, il maggiore esponente dell’alpinismo biellese, sosteneva che l’alpinismo vissuto sulle nostre Alpi e le spedizioni himalayane siano spesso soltanto lontani parenti, e che addirittura non condividano neanche la stessa base di passione. Sono pienamente d’accordo. Se non si subisce in modo profondo il fascino del viaggio, allora una spedizione è solo un incidente di percorso in una carriera alpinistica, tanto che spesso forti arrampicatori, una volta fuori dal loro ambiente di elezione, non riescono a ripetere i risultati a cui sono abituati, anzi ne escono con poco di fatto, per non dire con le ossa rotte…
John Lennon diceva che “la vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato su altri progetti”. Una spedizione è questo: il progetto è la salita, il difficile è di certo scalare ma soprattutto quanto di inconsueto ed inaspettato devi superare per arrivare fino alla montagna e da qui in cima mantenendo, da una rivoluzione di programma ad un’altra, una concentrazione assoluta ed una determinazione feroce, senza le quali l’obiettivo rimarrà un sogno.
CAI Eagle Team è stato pensato per terminare con una spedizione. Un finale eccitante che è certamente molto impegnativo, ma anche una sollecitazione indispensabile per verificare la crescita e soprattutto per indirizzare il futuro dei giovani partecipanti.
Purtroppo, l’idea della spedizione finale in Patagonia all’inizio è sembrata a qualcuno una superflua concessione al vero protagonista del CAI Eagle Team, Matteo della Bordella, più che la classica ciliegina sulla torta di un progetto obiettivamente sentito, di cui da tempo si sentiva la mancanza…
O più semplicemente c’era la sensazione che il viaggio in Patagonia non fosse davvero necessario, vista la grande attività proposta ai ragazzi durante le settimane alpine.
Un po’ per volta, anche parlando con gli interessati, è stato però possibile rendersi conto dell’importanza di un simile sogno nell’orizzonte di chi sta costruendo la propria carriera alpinistica. CAI Eagle Team ha dato ai ragazzi la possibilità di fare in un anno e mezzo l’esperienza che avrebbero potuto raccogliere in 5 o 6 anni di impegno: la spedizione finale è in prospettiva in grado di riproporre lo stesso risultato e di dare un forte impulso a quanti hanno vissuto questa avventura, ma soprattutto offrire loro la consapevolezza che si tratti di una strada percorribile nel futuro.
Non credo che la Patagonia fosse un ingrediente indispensabile, mentre invece l’idea di scalare una serie di pareti da sogno è stata un richiamo irresistibile, e sono convinto che questa vada riproposta all’interno delle nuove edizioni del progetto.
E’ ovvio che le guglie della Patagonia hanno un enorme rilievo nell’alpinismo odierno. Peraltro, come dice anche Matteo, si è trattato solo di un passo in più – beh, un bel passo comunque – rispetto alle modalità di salita che abbiamo sulle Alpi: in effetti, avvicinamenti molto lunghi e condizioni spesso difficili non sono nulla di davvero rivoluzionario rispetto al vero isolamento ed alle incertezze che questo può provocare.
D’altro canto, una spedizione lontana dal mondo sarebbe stata di impegno davvero gravoso ed avrebbe proposto rischi non facili da accettare, se non dai protagonisti, almeno da una certa fetta dell’opinione pubblica…
Inoltre, trovare obiettivi diversi da un singolo Campo Base sarebbe stato difficile: in Patagonia il numero delle possibilità ha garantito una pluralità di obiettivi, fondamentale per una azione indipendente dei ragazzi, e la loro crescita non potrà non beneficiarne.
Che dire, sarebbe stato bello mandarli tutti. Ma l’idea di fondo era premiare chi si è più distinto… Peraltro tutti, ragazzi e ragazze, hanno messo un profondo impegno, tanto che si è voluto mandare un altro gruppo in Oman. Un viaggio più breve, meno impegnativo, ma anch’esso pieno di soddisfazioni per chi ha potuto partecipare, e per l’Accademico che ne ha curato la realizzazione. Ben fatto!
Che anche questo sia di ispirazione per il futuro…
Mauro Penasa
PATAGONIA, IL SOGNO
Il progetto CAI Eagle Team si è concluso con una spedizione. Obiettivo Patagonia, per sei dei partecipanti, selezionati dopo un anno e mezzo di salite in diversi luoghi delle Alpi, due alpiniste e quattro alpinisti. Avventura, il coronamento di mesi di impegno e passione per raggiungere il sogno di scalare sulle pareti di granito, spettacolari e affascinanti, delle grandi montagne della Patagonia, insieme a specialisti che possono aprire un mondo di possibilità.
Il gruppo del CAI Eagle Team al completo, presso la sede centrale del CAI a Milano © CAIAlessandra Prato (milanese classe 1995), Camilla Reggio (torinese, 1996), Marco Cordin (trentino, 1999), Luca Ducoli (originario di Breno, in provincia di Brescia, 2001), Dario Eynard (bergamasco, 2000) e Giacomo Meliffi (originario di Urbania, in provincia di Pesaro, 1996) si sono ritrovati ai primi di febbraio nella cittadina di El Chalten, pronti per prendere parte alle battute finali del progetto. A guidarli Matteo Della Bordella insieme a Massimo Faletti, Silvia Loreggian e Luca Schiera, affiancati poi anche da Mirco Grasso.
“La Patagonia è la conclusione logica del cammino intrapreso dai ragazzi”, afferma Matteo Della Bordella. “La Patagonia di oggi, pur presentando una logistica complessa, è un punto di transizione ideale: più accessibile rispetto a Groenlandia o Himalaya, ma sicuramente un passo avanti rispetto alle Alpi. Non c'è una vera e propria preparazione per la Patagonia, qui conta l'esperienza sul posto, da costruire, faticosamente, di spedizione in spedizione. Il tempo a disposizione è sempre poco, e non ci si può permettere il lusso di pasticciare, perché il meteo è imprevedibile e le distanze sono grandi.
Per me queste montagne hanno un valore personale enorme e credo possano aiutare i ragazzi a completare il loro percorso di apprendimento. Mi auguro di riuscire a trasmettere loro la mia passione. Se riusciremo a scalare tre volte e i ragazzi si innamoreranno di queste cime, avrò raggiunto il mio obiettivo. Qualsiasi risultato in più sarà solo un bonus”.
“Vedere una nuova generazione di alpinisti, cresciuti in questi ultimi anni all’interno del CAI, affrontare le pareti della Patagonia è motivo di grande orgoglio”, dichiara il Presidente generale del CAI Antonio Montani. “È il segno che il lavoro di formazione svolto sta dando i suoi frutti. Auguro a tutto il team buona fortuna: che questa esperienza li arricchisca non solo tecnicamente, ma anche umanamente. Torneranno con nuove competenze, ma soprattutto con gli occhi pieni di meraviglia. Il loro percorso è un esempio per tutti i giovani che sognano l’alpinismo di esplorazione”.
Il programma indicativo era dividere il gruppo in tre cordate autonome, ciascuna con obiettivi e strategie differenti. Faletti insieme a Meliffi e a Cordin e si doveva concentrare sulla zona del Cerro Torre,
Loreggian, Prato e Ducoli nel gruppo del Fitz Roy, infine Della Bordella, Schiera, Eynard e Reggio, avevano come obiettivo una nuova linea sul Cerro Piergiorgio. “La valle del Cerro Piergiorgio è molto meno frequentata rispetto a Cerro Torre e Fitz Roy e ci sono ancora molte possibilità per esplorare e aprire vie nuove, anche sulla spettacolare muraglia del Piergiorgio, alta quasi mille metri, senza dubbio una delle pareti più belle e difficili della Patagonia. Completare il tentativo di Maurizio Giordani e Luca Maspes su questa cima sarebbe il top del top, ma forse sto sognando ad occhi aperti”, commentava Della Bordella alla partenza.
E ancora: “Non ho mai vissuto la Patagonia di Ermanno Salvaterra, quando non c'erano le previsioni ed El Chalten non esisteva. La prima volta che sono stato alla Torre Egger con Berna abbiamo passato dieci giorni in truna, per nostra scelta, perchè il villaggio c'era già… E’ stata un'esperienza profonda, dalla quale ho capito che non mi era possibile seguire l’esempio di Salvaterra. Scalare nelle bufere, magari in artificiale ma in qualunque condizione, si trattava di uno stile big wall che non era il mio… io cercavo più la libera, lo stile alpino, che però richiede condizioni ragionevoli.
I 6 del CAI Eagle Team, con Della Bordella e i tutor, a El Chaltén © Mirco Grasso
PRIMI APPROCCI
Alcuni partecipanti si sono recati in Sudamerica in anticipo. Matteo, Alessandra e Giacomo erano già lì all’arrivo dei compagni di avventura, all’inizio di febbraio.
“Ora che siamo tutti insieme, finalmente si parte! I ragazzi non vedono l’ora di mettersi alla prova, anche se per il momento il meteo non è dei migliori. Abbiamo già fatto un briefing per organizzare al meglio i primi giorni e sfruttare al massimo ogni finestra di bel tempo”.
Già da subito, infatti, una breve tregua meteo sembrava poter consentire al gruppo di prendere confidenza con il granito patagonico… I primi giorni sono fondamentali per ambientarsi e testare il terreno, in attesa di condizioni migliori che permettano di puntare agli obiettivi più ambiziosi della spedizione. Ma la finestra è risultata troppo breve per avere qualche risultato.
Meno di una decina di giorni dopo le possibilità sono sembrate più rilevanti…
Il Fitz Roy © Luca DucoliLuca Ducoli e Silvia Loreggian hanno scelto come obiettivo l’Aguja Poincenot (3002 m), su cui hanno tentato la salita della via Potter-Davis (400m, 75°, 7a) sulla parete nord, iconica via aperta nel 2001 da Steph Davis e Dean Potter in 25 ore andata e ritorno dal Passo Superior.
Racconta Ducoli. “Siamo saliti al Passo Superior il 12 febbraio, partendo la mattina da El Chalten. È stato bellissimo avvicinarsi attraverso il ghiacciaio scoprendo il Fitz Roy. Da qui praticamente hai accesso a tutto il gruppo”. Arrivati al passo hanno trascorso la notte per poi attaccare. “Siamo partiti il 13 alle 3.40 del mattino dalla tenda. Abbiamo risalito sei tiri di roccia, ma erano tutti intasati di ghiaccio e facevamo una faticaccia. In più abbiamo preso vento e non abbiamo mai visto il sole, avevamo freddissimo ed era impossibile continuare a scalare. Così ci siamo ritirati e siamo rientrati alla tenda”.
Con un po’ di delusione, ma consapevoli che era la cosa giusta da fare i due hanno ricalcolato le possibilità, decidendo così di cambiare obiettivo. “Il mattino dopo siamo ripartiti, sempre con obiettivo l’Aguja Poincenot, ma questa volta con assetto invernale. Abbiamo salito la Whillans-Cochrane, una via classica per la vetta. Era tutto completamente pieno di ghiaccio, così abbiamo scalato con picche e ramponi. Praticamente non abbiamo mai tolto i guanti, nemmeno a scalare su roccia”. Ci troviamo in questo caso sulla parete est dell’Aguja Poincenot, su una via del 1962 aperta da Don Whillans e Frank Cochrane. Un itinerario abbastanza frequentato che ha però presentato qualche difficoltà in più rispetto a quella che sarebbe stata l’esperienza vissuta in condizioni ottimali. “Per me è stata la prima cima patagonica, è stato bellissimo”.
Dario Eynard si è invece mosso insieme a Matteo Della Bordella e a Mirco Grasso sulla parete nord-ovest del Cerro Piergiorgio, con l’obiettivo di aprirvi una nuova via. Un obiettivo che Della Bordella ha voluto condividere con i ragazzi del CAI Eagle Team. Mirco Grasso, già presente in Patagonia con altre cordate e con altri obiettivi, ha scelto di unirsi a loro in questo tentativo. Questo giovane Accademico del CAI, classe 1993, è oggi uno degli esponenti di spicco dell’alpinismo di ricerca ed è diventato sul campo componente effettivo della spedizione patagonica del CAI Eagle Team. Succede spesso, nelle spedizioni patagoniche, che quando si condividono obiettivi, idee e progetti, si creino cordate nuove e motivate.
Nel caso di Mirco lo sprone a unirsi alla spedizione arriva dall’ambizioso progetto sul Piergiorgio: completare la via iniziata da Maurizio Giordani e Luca Maspes nel 1995 sul versante nord-ovest della montagna. La stessa via su cui Grasso già aveva messo le mani in un tentativo di qualche anno fa.
Così i 3 si sono portati ai piedi della parete, dove hanno installato il loro campo base e, sfruttando appieno le giornate di bel tempo, sono riusciti a scalare metà della parete. Rientrati a El Chaltén con il sopraggiungere di nuvole e vento, sono rimasti in attesa di una nuova finestra che, se abbastanza lunga e stabile, avrebbe potuto permettere di completare la via.
“È stata la prima vera occasione e direi che la nostra cordata l'ha sfruttata alla grande, abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati e se siamo fortunati con il meteo il progetto si potrebbe concludere”, commenta Dario Eynard. “Il Cerro Piergiorgio è spaventosamente grande e isolato, però sento che nella cordata c'è stato affiatamento e abbiamo remato tutti verso lo stesso obiettivo. Ho ancora molto da imparare sulla logistica in contesti come questi, completamente differenti dalle Alpi, e i miei compagni mi hanno trasmesso veramente molta esperienza. Sono molto contento di come si è svolta questa seconda uscita”.
Il Cerro Piergiorgio © Francesco Quaglino/Enrico Luoni
In scalata sul Cerro Piergiorgio © Francesco Quaglino/Enrico Luoni
FINALE DI PARTITA
Dopo aver a lungo atteso una nuova finestra di bel tempo, il 25 febbraio le cordate hanno ripreso l’attività. "Finalmente i giovani del CAI Eagle Team tornano in parete, fremono dalla voglia di partire” ha commentato Matteo. “Per quanto riguarda la nostra cordata, speriamo che si uniscano tutti i fili per chiudere questo capolavoro sul Piergiorgio, immaginato già 30 anni fa. Per l’occasione ci ha raggiunti dall’Italia anche Maurizio Giordani, il primo insieme a Luca Maspes a intuire questa linea. La nord-ovest del Piergiorgio è unica: uno scudo di roccia liscio privo di fessure o linee evidenti, dove è richiesta fantasia e creatività".
La parete Cerro Piergiorgio, dove corre la nuova via “Gringos Locos”
Cerro Piergiorgio Parete NW: la situazione all'arrivo dell'Eagle Team. Itinerario nr. 5: i 21 tiri di Gringos Locos saliti nel 1995 da Giordani e Maspes. Courtesy Pataclimbing
Relazione Gringos Locos. Foto Della Bordella-Eynard-Grasso
Mirco, Dario e Matteo hanno infine raggiunto la vetta del Cerro Piergiorgio (2719 m), completando “Gringos Locos”. La via ha uno sviluppo totale di 27 tiri, con difficoltà massima di 7a/A2. Nei tratti più difficili, i tre hanno alternato passaggi in libera a tratti in artificiale mediante skyhook. Negli ultimi cinque tiri la via si ricongiunge alla “Via dell'Hermano”, tentata più volte dai Ragni di Lecco e salita nel 2008 da Hervè Barmasse e Christian Brenna.
La cordata è arrivata in vetta alle 3 del mattino di venerdì 28 febbraio, per poi scendere immediatamente, evitando così l'arrivo del maltempo. “Non poteva esserci miglior conclusione del progetto CAI Eagle Team. Abbiamo realizzato una spedizione complessa, che ha messo alla prova tutti i partecipanti nel loro battesimo con le montagne più belle al mondo”.
Anche Maurizio Giordani si è complimentato con i ragazzi: «questo risultato è la perfetta conclusione di un progetto storico, che rimane nei miei ricordi come un'avventura irripetibile».
Per l’Accademico poi la soddisfazione è grande: la cordata che ha aperto “Gringos Locos” è composta da tre Accademici, segno che i giovani sui quali si sta puntando meritano davvero l’attenzione a loro dedicata.
Camilla Reggio e Giacomo Meliffi hanno invece aperto sulla Aguja Media Luna (massiccio del Cerro Torre) “Jineteada” una variante di 200 metri della “Rubio y Azul”. La nuova via, composta da cinque tiri con difficoltà massima 7a, parte sullo strapiombo del versante sud-est della Aguja Media Luna, per poi girare lo spigolo e ricongiungersi alla “Rubio y Azul”. Per Reggio e Meliffi “Jineteada” consente un'arrampicata tutta in fessura, pulita, piena di incastri bellissimi su tutti i tiri.
Marco Cordin, Alessandra Prato e Massimo Faletti, che erano con Camilla e Giacomo, sono stati invece colpiti da una violenta influenza intestinale ai piedi delle pareti e hanno dovuto rinunciare alle salite.
L’ultima cordata, composta da Luca Ducoli e da Silvia Loreggian, che stava tentando la vetta del Cerro Torre per la Via dei Ragni giovedì scorso, si è dovuta calare senza raggiungere la vetta a causa della presenza in parete di ben dieci cordate, un numero davvero elevato.
La spedizione all'altro capo del mondo è stata simile a una jineteada – una sorta di rodeo argentino – per Camilla e Giacomo: "Mentre eravamo sulla via alla Aguja Media Luna ci siamo sentiti dentro un turbinio di emozioni, come se il gioco fosse rimanere in sella ad un cavallo imbizzarrito, il nome viene da lì".
Camilla ha cambiato i suoi obiettivi durante la spedizione: “Siamo arrivati il 31 gennaio, il 3 febbraio con Dario siamo andati all'Aguja Guillament per fare il couloir Amy. Le condizioni non erano un gran che, quindi abbiamo scelto questa via di misto sulla sud-est. Siamo dovuti tornare indietro perché il meteo è peggiorato, la scelta giusta era quella di rinunciare. Nei giorni successivi mi è venuta qualche bolla ai piedi, poi ho preso una distorsione.”
El Mocho © C. Reggio
Trascorso qualche giorno, con Alessandra e Max, abbiamo provato a sfruttare la seconda finestra di bel tempo per andare a scalare su El Mocho. Ma la via era in condizioni molto invernali, intasata di neve e di ghiaccio e non siamo arrivati in cima nemmeno in quell'occasione.
In realtà non per forza bisogna arrivare in cima, l'esperienza è stata comunque incredibile, anche solo per la bellezza dei luoghi. La sera del 26 Alessandra, Max e Marco sono stati male e così il 27 ho fatto squadra con Jack, che aveva visto una bella linea sulla Aguja Media Luna, così abbiamo aperto una variante alla via “Rubio y azul” su una faccia vergine. Sono circa 200 metri di fessure, verticali e strapiombanti, difficoltà fino a 7a, che abbiamo scalato in trad, fino a ricongiungerci alla linea principale sulla prima spalla... Anche le soste erano rimovibili, abbiamo lasciato tutto pulito.
In Patagonia mi sono sentita molto piccola. Grandi spazi e tanto vento: dopo un mese che soffiava tutti i giorni, qua a casa tutto sembra estremamente calmo.
Giacomo Meliffi e Marco Cordin avevano puntato invece sulla Torre Egger, ma le cose non sono girate nel verso giusto…
Poincenot - Luca Ducoli e Silvia Loreggian
Giacomo: “Abbiamo avuto un impatto duro con la Patagonia, tutta la gamma di esperienze che una spedizione può offrire a un alpinista. Brutto tempo, avvicinamenti infiniti, qualche litigio e qualche legame che invece ne è uscito rafforzato. La prima finestra di bel tempo non era una vera finestra, così siamo andati al campo Nipo Nino, ma non abbiamo scalato.
C'è poi stata una operazione di salvataggio, la cosa più intensa che abbiamo vissuto. Subito dopo il primo tentativo ci è arrivata la notizia di tre ragazzi cileni che non si muovevano da un paio di giorni sul Fitz Roy. Al terzo invece hanno ripreso, quando sembravano ormai spacciati. Io e Marco siamo andati davanti al club alpino, sapevamo che c'era già una cordata formata da Tasio, un ragazzo basco e Facu, argentino. Ne chiedevano altre due...anche se belli stanchi ci siamo lanciati subito, la speranza che ce la potessero fare ci ha dato forza. E poi sapevo che ero con Marco, la cosa poteva mettersi giù brutta mai lui era un punto di forza in questa faccenda per me e viceversa. Poi c'era l'altra cordata, con Sean Villanueva e Juan, medico alpinista di El Chalten. Siamo saliti il giorno stesso, fin sotto la breccia degli italiani, ma non c'è stato bisogno di salire, loro sono riusciti a calarsi con una sola corda per incontrare i soccorsi. Noi abbiamo scavato una truna, allestito il campo base, abbiamo fatto da mangiare. Avevano principi di congelamento, ma stavano bene, considerando che erano fuori da 6 giorni. La cosa che mi è rimasta di più è il senso di solidarietà, ci davamo forza a vicenda, per un obiettivo molto più importante che scalare, si trattava di salvare delle vite. Per fortuna il meteo in questo caso ha aiutato, l'elicottero è riuscito a venire a prenderli, altrimenti non sarebbero stato tanto facile portarli giù...”
Anche Marco è rimasto colpito da quanto successo: “È stata un’esperienza fortissima, fortunatamente finita bene. È stato anche un assaggio del vero ambiente patagonico, dove non esiste un soccorso organizzato, ma nel giro di pochi secondi un'intera comunità si mobilita, e si va. Pensavamo di dover scalare per aiutarli a scendere, invece siamo finiti a cucinare – insieme a un fuoriclasse come Sean Villanueva, tra l’altro. E va bene così, perché in quel momento era quello di cui c’era bisogno.
È stato molto formativo, mi ha insegnato quanto sia importante mettere da parte il proprio ego per dare una mano, qualunque cosa serva. Invece di scalare ho fatto il cuoco, di quello c'era bisogno. Ed è giusto così”.
Sul primo tiro della variante alla “Rubio y azul”
In apertura di “Jineteada” © C.
Ancora Giacomo: “Siamo tornati in zona Torre con cordate divise, io e Marco volevamo scalare la Torre Egger, abbiamo avuto un po' di disguidi con Max. A Marco non piaceva troppo la situazione, l'idea nostra era di fare la “Marc-Andrés Vision” più la “Titanic”. Comunque, non siamo riusciti a scalare quello che volevamo e alla fine siamo andati a fare la “Rubio y azul”, una bella via non troppo difficile di Ermanno Salvaterra, sulla Aguja di Media Luna.
Poi abbiamo anche provato a fare un tentativo finale. Sembrava che ci fosse quest'ultima finestra, eravamo solo io e Marco. Eravamo carichi per fare la salita one push, ma poi la finestra si è accorciata e la notte prima di attaccare…in tenda c'era gente che vomitava ovunque. Colpa dell'acqua che avevamo bevuto, comunque è stato male anche Marco. Io sono stato l'unico che si è salvato, comunque non c'era possibilità di tentare in quelle condizioni. A quel punto ho scalato con Camilla e siamo riusciti ad aprire una nuova via sulla faccia sud-est della Aguja di Media Luna.
I componenti della spedizione sono rientrati in Italia ad inizio marzo, dopo un mese di avventure sulle pareti della Patagonia. Di sicuro con tanta esperienza e consapevolezza in più. E state pur certi che in futuro sentiremo ancora parlare di questi giovani…
Appuntamento a Padova con due film di avventura/esplorazione girati da Manrico Dell'Agnola:
Immenso Blu Antartide
Il film documentario, girato nel 2020, racconta l’esperienza di tre alpinisti che, digiuni di avventure nautiche, attraversano lo Stretto di Drake a bordo della Ice Bird, una barca a vela di 29 metri, per esplorare alcune porzioni della Penisola Antartica. Membri della spedizione gli Accademici Marcello Sanguineti, Gian Luca Cavalli e lo stesso Manrico Dell’Agnola.
Donna Fugata
Sulla famosa via sportiva aperta nel 2004 da Cristoph Hainz sulla Parete Sud della Torre Trieste in Civetta.
Il fascino del Greuvetta
Ugo Manera ripercorre la storia delle prime salite alla Parete Est
Ottimizzazione e grafica A. Rampini
Domenica 14 luglio 2024, sulla parete Est del Mont Greuvetta nel massiccio del Monte Bianco, una caduta di pietre ha travolto Marco Bagliani e Luca Giribone strappandoli da una sosta nella parte alta della parete e facendoli precipitare fino sul ghiacciaio. Della cordata faceva parte anche Luciano Peirano che al momento dell’incidente stava arrampicando. Non è stato trascinato nella caduta solo perché le pietre hanno tranciato la corda che lo legava ai due sfortunati compagni. Peirano è stato soccorso e portato in salvo dall’intervento dell’elicottero del Soccorso Alpino.
Tutti e tre erano soci del Club Alpino Accademico Italiano. Il più giovane, Luca Giribone, era appena entrato nel Club ed io lo avevo conosciuto alla presentazione dei nuovi soci. Scorrendo la sua cospicua attività alpinistica avevo scoperto il suo interesse per le selvagge pareti del Massif des Ecrins, passione che, in passato, aveva tanto spinto anche me verso quelle severe pareti. Conoscevo invece Marco Bagliani da molti anni, era anch’egli istruttore alla scuola di alpinismo Giusto Gervasutti ed avevo presentato io la sua proposta di ammissione all’ Accademico.
Mont Greuvetta Parete EstLuciano Peirano mi aveva chiesto un anno prima notizie sulle vie che avevo aperto sulla parete Est del Greuvetta manifestando il suo interesse per quell’angolo affascinante ed un po’ misterioso del Monte Bianco. Io, che conservo ancora le relazioni tecniche scritte a mano di quasi tutte le vie che ho aperto, le avevo scansionate e gliele avevo spedite.
La tragedia del 14 luglio è avvenuta sulla prima delle vie aperte sulla parete Est, quella tracciata da me e da Claudio Sant’Unione nel lontano 1974. Ciò accresce ancora, se possibile, il mio rammarico per quanto è successo.
Il vallone di Greuvetta è tributario della val Ferret ed è incastrato tra i più lunghi valloni di Freboudze e del Triolet. È relativamente corto ma selvaggio ed impervio e racchiude un ghiacciaio non ampio ma molto tormentato. È dominato dalla parete Est che, dopo l’appicco sottostante la cima principale, si prolunga verso Sud fino al Piccolo Greuvetta.
Feci la scoperta del Greuvetta scorrendo il secondo volume, appena uscito, della guida del Monte Bianco edizione 1968. Allora ero già contagiato dalla mania della scoperta e la pubblicazione di ogni guida alpinistica era l’occasione per scoprire qualche parete non ancora salita. A pagina 229 il pregevole schizzo di Renato Chabod della Est del Greuvetta attirò la mia attenzione. Su tutta l’ampia parete non vi erano indicate vie di scalata. L’unica via a raggiungere la cima principale era quella tracciata sullo spigolo meridionale da una forte cordata di militari di stanza ad Aosta nel 1942.
Iniziò così la mia infatuazione per il Greuvetta. Già nell’estate del 1969 convinsi tre amici, Ezio Comba, Ennio Cristiano e Pierin Danusso, ad effettuare un tentativo. Dopo aver rischiato di essere travolti dalle acque nell’attraversamento del torrente della Val Ferret, salimmo direttamente nel vallone del Greuvetta. Non vi erano tracce di sentiero ma ovunque erano visibili segni di pietre cadute dall’alto, era evidente che eventuali pietre provenienti dalle pareti sovrastanti, non trovando interruzioni lungo il ripido pendio, giungevano fino in fondo. Fu con un bel po’ di apprensione che salimmo fino alla morena del ghiacciaio, intanto il tempo era cambiato e cominciò a piovere.
In tutto l’alto vallone non vi sono anfratti dove trovare riparo, sulla morena vi era un solo grande masso contro il quale trovammo alcune pietre accatastate a forma di riparo, tracce di qualche nostro predecessore, forse i salitori dello spigolo nel 1942. Cercammo di migliorare il riparo con scarso successo e lì trascorremmo due notti ed un giorno nella vana speranza di un miglioramento che non giunse. Non riuscimmo neanche a vedere la parete oggetto dei nostri desideri, sempre avvolta dalle nebbie. Delusi scendemmo a valle con la preoccupazione di vederci arrivare alle spalle qualche pietra proveniente dall’alto.
Il Greuvetta restò nei miei pensieri ma vi feci ritorno solo nel 1974; il complicato approccio, la convinzione che non vi fossero molti concorrenti per quella parete e tanti altri obiettivi che avevo in testa contribuirono a tenermi lontano. Un giorno però, in occasione di una camminata in val Ferret con Claudia, la mia bambina, mi portai appresso un potente binocolo proprio per osservare la Est del Greuvetta. Quel giorno, grazie allo strumento, feci due scoperte: sulla parete mi parve di scorgere il possibile tracciato di una via e, relativamente all’approccio, vidi che nell’alto vallone di Greuvetta si poteva accedere passando dal Triolet, evitando così i rischi della salita diretta della prima parte del vallone. In quel momento avevo anche un socio pronto ad accogliere la mia proposta: Claudio Sant’Unione.
Claudio Sant'Unione sulla prima lunghezza della Via del 1974
Sulla via del 1974
Il 12 agosto 1974 ci avventurammo lungo il vallone del Triolet cercando sui fianchi del massiccio del Greuvetta un passaggio che ci consentisse di salire sufficientemente in alto da poter raggiungere, con traversata orizzontale, la morena del ghiacciaio di Greuvetta. Trovammo il passaggio e, sebbene non ci fossero tracce, salimmo abbastanza agevolmente lungo ripidi prati e qualche zona detritica. Fascino su fascino: trovare ancora, diretti verso un angolo del Monte Bianco bello e selvaggio, un accesso senza alcuna traccia di passaggio umano. Da allora quel percorso è diventato l’accesso al Greuvetta e recentemente è stata posta una passerella per attraversare l’impetuoso torrente che scende dal Triolet.
Dalla mia precedente esperienza sapevo di non trovare ripari per la notte per cui ci portammo una tendina che contavamo di ricuperare dopo la salita della parete Est e la discesa dalla “normale” sul versante Ovest, con una lunga traversata orizzontale dal vallone del Freboudze che, secondo Renato Chabod, era fattibile; compimmo effettivamente quella traversata per ricuperare la tendina, ma fu una vera avventura che ci richiese ben 5 ore.
A parte una fresca doccia dovuta ad una cascatella che pioveva sulla fessura di attacco, fu una magnifica scalata lungo un percorso logico ed impegnativo, arrampicata che scatenò il nostro entusiasmo. Giungemmo in vetta al tramonto e quella bella giornata si concluse con un comodo bivacco in vetta al Greuvetta. Avevamo anche visto da vicino che in quel vallone vi erano altri tesori da scoprire per cui bisognava farci ritorno.
Scarica qui la relazione originale della Via della Parete Est 1974 Manera/Sant'Unione.
Furono degli scalatori francesi di Lione a precedere un nostro ritorno. Jean Bernard e Frédéric Favre ripeterono la nostra via e, successivamente, ne aprirono un’altra con attacco in comune e con successivo sviluppo sulla sinistra della via del 1974: la via Domino.
Mont Greuvetta Parete Est
Isidoro Meneghin sul Mont Rouge de Greuvetta
L’incursione francese sul Greuvetta Est non attenuò il mio interesse per il selvaggio vallone, ma esso momentaneamente si orientò verso la parete che sottende la lunga cresta che dalla cima principale si protende verso Sud. Con quell’obiettivo due volte risalii il percorso che avevamo scoperto Claudio ed io. Una volta erano con noi Andrea Castellero e Pietro Giglio ma fummo ricacciati dal peggioramento del tempo. Una seconda volta, sempre con Claudio, risalimmo nel pomeriggio un lungo e facile sperone che portava alla base della lunga parete più o meno nel suo tratto centrale. Quivi giunti notammo, proprio sopra il punto che avevamo scelto per porre il nostro bivacco, uno spezzone di corda e due staffe appese a dei vecchi chiodi, residui di un tentativo molto antico perché corda e cordini erano ancora di canapa. Neanche quella volta fummo fortunati, nella notte cadde una spanna di neve ed al comparire del giorno dovemmo ridiscendere lo sperone facendo molta attenzione a non scivolare sulle facili placche bagnate.
Parete Est del Greuvetta e Mont Rouge di Greuvetta
Mont Greuvetta Parete Est
Quel giro poco fortunato non fu del tutto inutile: salendo il facile sperone avevo notato che dal lato opposto del vallone il Mont Rouge de Greuvetta presentava un pilastro rivolto a Sud Ovest dall’aspetto molto interessante. Divenne un nuovo obiettivo e con Isidoro Meneghin decidemmo una nuova visita. Il 4 agosto 1981 eravamo nuovamente lì a salire per l’ormai, per me, familiare percorso verso il ghiacciaio di Greuvetta. La nuova via ci riservò una arrampicata di soddisfazione su ottimo granito. Mentre ero fermo alle soste ebbi modo di osservare e fotografare l’imponente parete Est della cima principale e di tracciare con la fantasia nuovi itinerari molto promettenti, soprattutto mi colpì un evidente pilastro posto a sinistra delle due vie allora esistenti. Scarica qui la relazione originale della Via del Pilastro Sud Ovest del Mont Rouge de Greuvetta.
La mia curiosità per quel luogo non era rivolta esclusivamente verso il nuovo, mi interessava anche porre le mani sulla via del 1942 lungo lo spigolo che delimita a sud la parete, così, in compagnia di Antonio Cotta, Mario Ogliengo e Dante Vota, vi feci un tentativo in una bella giornata di agosto. Un tragicomico incidente, che non sto a descrivere, successe alla seconda cordata composta da Ogliengo e Cotta e a causa di esso Antonio si rifiutò di proseguire. Io, che non mi fidavo troppo del mio secondo, decisi a mia volta di interrompere la scalata.
Proprio nel periodo in cui elaboravo nuovi progetti sul Greuvetta mi cercò Gian Carlo Grassi chiedendomi se avevo da suggerire qualche luogo degno nel massiccio del Monte Bianco ove porre un bivacco fisso a ricordo del monregalese Gianni Comino. La sezione CAI di Mondovì aveva infatti intenzione di costruire un bivacco dedicato al forte ghiacciatore caduto sui seracchi della Poire della parete della Brenva il 28 febbraio 1980. Senza esitazioni suggerii il vallone di Greuvetta indicando, come luogo idoneo, la spalla che si affaccia verso il Triolet. Successivamente non ebbi occasione di seguire l’evoluzione di tale iniziativa.
Laura Ferrero sulla morena del Ghiacciaio di GreuvettaIl 1982 fu un anno ricco di belle realizzazioni alpinistiche ma verso la metà di agosto, mentre ero in vacanza con la famiglia in valle d’Aosta, mi trovai momentaneamente senza compagni per combinare qualche salita impegnativa. Avevo in mente di tentare il pilastro che avevo notato l’anno prima sulla Est del Greuvetta ed allora iniziai a girare per i campeggi della val Ferret alla ricerca di un compagno di cordata. Al campeggio Grandes Jorasses incontrai Laura Ferrero, anche lei era lì da sola con il medesimo mio problema. Circa un mese prima, insieme a Franco Ribetti e Giovanni Bosio avevamo realizzato una gran bella salita: il primo percorso integrale della cresta di Tronchey alle Grandes Jorasses. Laura, in cordata con Bosio, si era sobbarcata egregiamente il gravoso compito di recuperare i chiodi infissi dalla prima cordata.
La mia proposta destò entusiasmo in Laura così decidemmo di partire al più presto, destinazione Greuvetta. Contavamo di bivaccare sotto le stelle negli ultimi ripiani prativi prima della morena ma ancora una volta il tempo si dimostrò inclemente, quando eravamo già molto in alto cominciò a piovere. Sapevo benissimo che su quei pendii non esistevano ripari atti a proteggerci dalla pioggia ma comunque feci scorrere lo sguardo verso l’alto alla ricerca di qualche anfratto tra le rocce. Ad un tratto il mio sguardo si fermò su una costruzione nuova di zecca: era il bivacco Comino, appena eretto dalla Sezione di Mondovì del CAI; iniziativa della quale non avevo più seguito lo sviluppo. Fu per noi una gran bella sorpresa. Anche se ancora sprovvista di ogni arredo, la nuova costruzione ci consentiva di trascorrere la notte al riparo dalla pioggia. Piovve tutta la notte ma al mattino seguente il tempo diede qualche segno di miglioramento, decidemmo così di trascorrere la giornata al nuovo bivacco e di tentare la salita il giorno successivo.
Laura Ferrero sul Pilastro del Sorriso
Ugo Manera sul Pilastro del Sorriso
In discesa dal Pilastro del SorrisoPartimmo che era ancora notte fonda e la prima luce del nuovo giorno ci raggiunse quando eravamo già sul tormentato ghiacciaio. Non ebbi difficoltà ad individuare un possibile attacco del pilastro nostro obiettivo. Superata la crepaccia tra ghiaccio e roccia lasciammo appesi ad un chiodo scarponi, picozze e ramponi ed indossammo le scarpette d’arrampicata. Una sorpresa ci attendeva sui primi metri di scalata su roccia: trovai alcuni chiodi infissi nelle prime fessure, qualcuno era passato prima di noi proprio in quel punto. La mia preoccupazione di essere stati preceduti ebbe però fine pochi metri più in alto quando trovai due chiodi con cordino: chiaramente una sosta da corda doppia. Il tentativo precedente al nostro era terminato lì. Il pilastro ci riservò una arrampicata superlativa su un granito perfetto: placche, fessure, strapiombi, ci impegnarono seriamente ma destarono in noi un grande entusiasmo per la scalata. La mia compagna, sempre sorridente, recuperava con perizia e decisione i chiodi che io infiggevo.
Al tramonto non eravamo ancora fuori dalle difficoltà e ci toccò approntare un bivacco su un esile terrazzino ancorati ai chiodi. Per la mia compagna di cordata, che già aveva provato un bivacco ad alta quota in vetta alle Grandes Jorasses, dopo l’integrale alla Tronchey, era il primo bivacco veramente in parete.
Il mattino seguente, sempre con tempo splendido, superammo le ultime difficoltà fino al termine della via, poi una lunga serie di calate in corda doppia ci riportò alla base della parete ove avevamo lasciato l’attrezzatura non necessaria per la scalata. Scendendo soddisfatti per i due giorni trascorsi in parete mi parve doveroso dedicare la nuova via alla mia compagna che, sempre con il sorriso sulle labbra, si era comportata così bene. Avevamo tracciato la via del “Pilastro del Sorriso.” Scaria qui la relazione originale della Via del Pilastro del Sorriso al Mont Greuvetta.
La Parete Est del Greuvetta presenta, a circa un terzo della sua altezza, una serie di strapiombi molto problematici da superare. Due punti deboli li avevo individuati con la via del 1974 e con il Pilastro del Sorriso. Proprio alla destra del Pilastro, ove gli strapiombi nerastri appaiono più pronunciati, mi incuriosiva trovare un altro passaggio per superarli. Scendendo dopo il Pilastro del Sorriso e successivamente esaminando le fotografie che avevo scattato, mi era parso di scorgere un diedro/conca di roccia più grigia che sembrava offrire qualche possibilità. Ancora preso dall’entusiasmo per quella parete non ebbi difficoltà a trovare l’appoggio per un nuovo tentativo da parte di due compagni di tante scalate, Isidoro Meneghin e Franco Ribetti.
Il 30 luglio 1983 con Franco ed Isidoro ero nuovamente lì a salire l’ormai arcinoto percorso di accesso al vallone di Greuvetta, ma conscio di trovare ottimo riparo nel bivacco Comino. Nel bivacco, ormai equipaggiato con tutto il necessario per ospitare gli scalatori, trovammo anche un libro del rifugio con sopra dei commenti entusiastici da parte di ripetitori del Pilastro del Sorriso.
Franco Ribetti sulla Via della Conca Grigia
Il ghiacciaio del Greuvetta, non esteso ma piuttosto “cattivo” già allora (non ho idea di come si presenti oggi a causa del riscaldamento globale) ci riservava una sorpresa: dove eravamo passati agevolmente un anno prima, un crepaccio insuperabile ci costrinse a complicate manovre per raggiungere la base della parete. Lì giunti potei costatare che quella che avevo individuato come conca grigia esisteva veramente e si insinuava tra gli strapiombi. Attaccammo in direzione della conca e, con arrampicata molto impegnativa, con passi in artificiale dalla difficile e precaria chiodatura, superammo gli strapiombi raggiungendo le cenge sovrastanti. Al di sopra delle cenge dovemmo superare un tratto difficile con roccia non perfetta, poi una sequenza di placche e muri di ottimo granito. Il tramonto giunse quando ci trovavamo in una zona poco favorevole per un bivacco. Quasi appesi ai chiodi trascorremmo una notte tutto sommato tranquilla e con temperature accettabili. Riprendemmo la scalata alle prime luci dell’alba e portammo a termine la via in un punto poco discosto da dove finiva il Pilastro del Sorriso. Senza difficoltà raggiungemmo la linea di calate in corda doppia che avevo attrezzato un anno prima e lungo tale via di discesa ci calammo fino al ghiacciaio. Ancora una volta il Greuvetta ci aveva offerto la possibilità di vivere una bella avventura. Scarica qui la relazione originale della Via della Conca Grigia al Mont Greuvetta.
Bastionata Est della catena del Greuvetta
Negli anni a seguire mi capitò più volte di volgere i miei pensieri alla parete del Greuvetta, avevo immaginato anche un nuovo tracciato che appariva come sicuramente interessante ma poi, passati anni ad inseguire altri obiettivi, quando ci ripensai seriamente era ormai troppo tardi e l’ipotetica nuova via rimase confinata nei desideri non realizzati.
Con l’emozione ancora viva per la tragedia dell’estate 2024, sulla via del 1974, voglio dedicare questi miei ricordi a Luca Giribone che non ho avuto il tempo di conoscere bene ed a Marco Bagliani, amico di antica data.
PS: Relazioni tecniche. Ho conservato le relazioni tecniche scritte a mano di quasi tutte le vie che ho aperto. Sono relazioni datate non più attuali, ora gran parte dei passaggi dati in artificiale sarebbero superabili in libera. Uno stimolo in più per andare a riscoprire molte antiche vie.
SERATE ALPINE 2025 – CAI di Alba
E’ alla settima edizione il ciclo di incontri con i personaggi dell’alpinismo e della montagna proposti da COESIONI SOCIALI in collaborazione con il CAI di Alba. Questo anno il titolo della rassegna è: LA STORIA SIAMO NOI. Si tratta di quattro serate con personaggi che con la loro attività alpinistica e di esplorazione testimoniano un pezzo importante dell’alpinismo regionale e nazionale.
Venerdì 28 febbraio 2025
Presso la sede del CAI di Alba (CN), Piazza Cristo Re 5
Silvia Mazzani e Alberto Rampini
presentano
ARRAMPICATA TRAD DALLA NORVEGIA ALL’ANTIATLANTE
Le immagini di anni di scalate ed esplorazioni in mondi iconici dell’arrampicata in stile pulito dalle Terre Artiche al Marocco
L’iniziativa gode del patrocinio del Club Alpino Accademico Italiano e del Gruppo Scrittori di Montagna, della Scuola di Alpinismo Giusto Gervasutti e del Comune di Alba.
Ecco il programma completo della manifestazione
Titolo della serata: CONNESSIONI VERTICALI TRA DUE GENERAZIONI.
Titolo della serata: ARRAMPICATA TRAD DALLA NORVEGIA ALL’ANTI-ATLANTE.
Titolo della serata: SCARASON, L’ANIMA DEL MARGUAREIS….E ALTRE STORIE
Titolo della serata: DAGLI ABISSI ALLE NUVOLE.
“Montagne, falesie, massi, la Corsica è un terreno di gioco fantastico e inesauribile.
Sulla roccia tutto è possibile fino all’estremo. Persino sulle fessure ad incastro.
Un terreno in gran parte da esplorare, pareti come pagine bianche ancora da scrivere”
Questo scriveva Gianni Ghiglione in un articolo pubblicato alcuni anni fa su questo sito.
Oggi è disponibile la guida delle vie aperte da Ghiglione in Corsica negli ultimi anni.
Un’occasione importante per sognare e per programmare una visita a questi angoli di montagna fuori dalle rotte più conosciute. Gli avvicinamenti non brevi e spesso complessi faranno da filtro importante e auspichiamo che chi vorrà seguire queste tracce lo faccia con discrezione e con il massimo rispetto.
Scarica qui la guida in formato elettronico.
Questa guida è in versione “leggera”. Sono disponibili copie originali a stampa che l’autore sarà lieto di spedire gratuitamente a chi gliene farà richiesta Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Tour Charles
Quota 1488 - Dove danza la luna
Les Aiguilles de Popolasca
OMAN 2025 OVVERO “C.A.I. EAGLE TEAM PARTE SECONDA”
di Francesco Leardi C.A.A.I. Gruppo Orientale
Prima puntata
Occorre fare una premessa sul gruppo C.A.I. Eagle Team voluto da C.A.I. e C.A.A.I. sulla base della felice intuizione dell’accademico Matteo Della Bordella e del Presidente Generale del C.A.I. Antonio Montani.
L’obiettivo iniziale era creare un gruppo di alcuni elementi giovani selezionati accuratamente per coinvolgerli in attività di alto livello su grandi pareti e vie di alta difficoltà con la possibilità di partecipare ad una spedizione in Patagonia.
Uno stimolo verso giovani generazioni realizzando un evento visibile e coinvolgente per sensibilizzare l’opinione pubblica verso la montagna e l’alpinismo in particolare.
C.A.I. e C.A.A.I. hanno creduto fortemente in questo progetto abbinando altri eventi non meno importanti che sono stati i vari Eagle Meet organizzati dai tre Gruppi dell’accademico con giovani arrampicatori provenienti da tutto il territorio italiano.
Eagle Meet in Valle del SarcaQuando il presidente del C.A.A.I. Mauro Penasa introdusse l’iniziale progetto e il suo significato al nostro Consiglio Generale fummo stupiti di un’iniziativa che rappresentava per il nostro gruppo una novità da tempo desiderata in quanto c’era e c’è necessità di rinnovamento e cambio generazionale.
Motivi tecnici, caratteriali, numerici e logistici hanno portato alla scelta di alcuni membri destinati alla spedizione Patagonia, che si sta svolgendo in queste settimane.
Dopo la scelta operata su chi sarebbe partito per il Sudamerica, ci siamo chiesti se non valesse la pena di sfruttare appieno l’energia sviluppata nel progetto. Ed ecco quindi spuntare un altro gruppo di giovani scalatori e come obiettivo le pareti dell’Oman.
Il mio ruolo è parlare del gruppo Oman 2025 del quale faccio parte, dei suoi componenti e di come si è sviluppata la sua storia.
Partenza Oman 2025 fissata il 20 Febbraio ritorno il 7 Marzo.
Il gruppo C.A.I. Eagle Team Patagonia seguirà altri momenti di diffusione mediatica.
Devo iniziare dal momento di prima aggregazione che è stato l’apprendimento tecnico alla Torre di Padova il 31 Agosto 2023 da parte di tutti i componenti selezionati del C.A.I. Eagle Team seguiti dalla competente e coinvolgente esposizione di Giuliano Bressan (C.A.A.I. staff torre di Padova), Andrea Lazzaro (I.A. staff torre di Padova) e Alessandro Baù (C.A.A.I. e A.G.A.I.).
Manovre, prove di caduta, test sui materiali hanno accresciuto il bagaglio culturale dei ragazzi in una giornata densa di spunti tecnici.
Andrea Lazzaro dello staff Torre di Padova
Giuliano Bressan dello staff Torre di Padova
Eagle team alla Torre di PadovaVarie giornate di alpinismo sull’arco alpino, come si è accennato prima, hanno portato l’organizzazione a creare il primo gruppo per la Patagonia e successivamente il secondo con l’opportunità della spedizione in Oman.
La logistica di Oman 2025 prevede di muoversi tramite 3 vetture 4x4, alternando momenti di campeggio libero in prossimità delle pareti a tappe in alloggio durante gli spostamenti per consentire i rifornimenti.
Viaggeremo insieme per tutta la durata della spedizione, dividendoci al massimo in 2 gruppi, con cordate da definire sul posto in funzione degli obiettivi.
Gli obiettivi alpinistici sono situati in zone diverse che pensiamo di visitare in sequenza: Wadi Bani AWF, Jabal Fokahe Nizwa, Jabal Misht e Kawr. Su queste pareti si ha in progetto l’apertura di nuove vie di arrampicata e la ripetizione di alcune vie di alto livello già esistenti.
Inizieremo dal Wadi Bani AWF: è la miglior area dove approcciarsi all’arrampicata omanita, è presente di tutto, sia le falesie più rinomate (Snake gorge e La gorgettes), sia vie lunghe, sportive e trad . Dopo un paio di giorni di ambientamento in funzione delle possibilità individuate, ci sposteremo verso una seconda area dove ci sono ampie possibilità, soprattutto in apertura, sulle pareti del Jabal Fokah e delle Torri di Nizwa.
La tappa più attesa e desiderata è però la parete sud del Jabal Misht, con i suoi 1000 metri di altezza, su cui sono presenti vie impegnative aperte da arrampicatori famosi. Zona interessante anche per le prospettive di apertura sulle pareti nell’area Al Kumeira ed in quella del Jabal Kawr.
Veniamo ora al nostro gruppo Oman 2025 i cui sei componenti e relativi curricula sono:
Erica Bonalda
classe 1998, vive a Trento ed è una fisioterapista appassionata di montagna e arrampicata. Solare, precisa e determinata, ha sviluppato il suo legame con la montagna fin da bambina, grazie al padre che la portava con sé in escursione, spingendola a sperimentare percorsi esposti e impegnativi. L’arrampicata sportiva è entrata nella sua vita durante il liceo, attraverso un corso scolastico, e da allora si è trasformata in una passione che l'ha portata a scalare in falesia e in montagna, in Trentino e in altre celebri destinazioni alpine.
Erica ha ampliato le sue competenze frequentando diverse aree di scalata, dall’arrampicata su granito in Valle dell’Orco e Val di Mello, fino a vie in alta montagna nel Brenta e in Val di Fassa. Ha conseguito il titolo di istruttrice FASI, dedicandosi all’allenamento di giovani atleti, con l’obiettivo di trasmettere la sua passione per l’arrampicata outdoor.
Nel tempo libero si allena e lavora per migliorarsi, con un’attenzione crescente verso il ghiaccio e il misto. Per Erica, arrampicata e alpinismo sono esperienze di condivisione, crescita personale e scoperta dei propri limiti, più che una competizione.
Marco Cocito
classe 1995, nato ad Alba (CN), è un appassionato di montagna e sportivo da sempre. Inizia a giocare a calcio all’età di sei anni e, fin da bambino, sviluppa una forte passione per la montagna grazie ai suoi genitori, che lo portano spesso a fare escursioni. A dieci anni, incontra il padre di un compagno di calcio, guida di alpinismo giovanile del C.A.I., che lo introduce al mondo dell’alpinismo. È lui a spingerlo a partecipare a uscite di alpinismo giovanile, durante le quali Marco inizia a praticare ciaspolate e arrampicate in falesia.
La sua passione cresce con gli anni, e durante il periodo delle scuole superiori conosce quelli che oggi considera i suoi compagni di avventure. Insieme vivono esperienze indimenticabili, che rafforzano l’amicizia e insegnano valori fondamentali come condivisione, fiducia e supporto reciproco, valori che Marco considera essenziali sia nelle relazioni che nelle esperienze in montagna.
Con il tempo, Marco amplia la sua esperienza praticando arrampicata su roccia, su ghiaccio, scialpinismo e alpinismo. Si distingue per la sua dedizione, che gli vale l’ingresso come membro aspirante nel Club Alpino Accademico Italiano (C.A.A.I.) Gruppo Occidentale.
Daniele Lo Russo
26 anni, originario della Valle Camonica, ha scoperto l’arrampicata all’età di dieci anni, grazie alla palestra vicino casa. Dopo aver salito la sua prima via in montagna a 14 anni, ha iniziato a esplorare le falesie della Val di Mello e della Valle del Sarca, dove ha scoperto stili di arrampicata diversi da quelli della sua zona. Un anno scolastico negli USA e un'esperienza in Canada a Squamish, dove ha scoperto l’arrampicata sportiva e il boulder, sono stati momenti cruciali nella sua crescita. Nel 2017 si è trasferito in Valle d'Aosta per conciliare gli studi con la montagna, scalando anche il Monte Bianco. Durante l'Erasmus a Tarragona, ha avuto l'opportunità di arrampicare a Siurana, approfondendo ulteriormente la sua passione. Laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche con una tesi sulla percezione del rischio nell’alpinismo, Daniele ha deciso di dedicarsi completamente alla montagna.
Matteo Monfrini
appassionato di alpinismo e arrampicata, sta concludendo il quinto anno di Ingegneria dell’Automazione Industriale e dedica da 12 anni la sua vita alla scalata. Allena cinque atleti nel circuito Nazionale, tra cui Federica Papetti, vincitrice di numerosi podi anche a livello Europeo. L’alpinismo è entrato nella sua vita grazie a Lorenzo D’Addario e Claudio Migliorini, che lo hanno guidato in numerose vie.
Matteo ha partecipato a gare di arrampicata sportiva fino a 14 anni, per poi dedicarsi all’alpinismo e all’arrampicata su roccia. Ha iniziato con vie alpinistiche in valle del Sarca e valle dell’Adige, e successivamente ha esplorato l’arrampicata su ghiaccio e misto. Con gli studi universitari, si è avvicinato all’arrampicata tradizionale, praticata in vari luoghi come la valle dell’Orco e la Sardegna. Recentemente, insieme a Mauro Monfrini, si è appassionato all’apertura di vie alpinistiche a più tiri, seguendo un’etica rigorosa e conservativa della natura. Ha scalato in numerosi contesti, dalle Dolomiti al Verdon, Briancon e Tarragona.
Lorenzo Toscani
Classe 1999, ha scoperto il mondo verticale a 11 anni, muovendo i primi passi nella palestra indoor gestita dal C.A.I. di Firenze. Nonostante le difficoltà logistiche, grazie al fratello ha potuto frequentare con costanza la palestra, avviandosi così verso un percorso che lo ha portato a gareggiare nel circuito regionale e nazionale. Tuttavia, non si è mai appassionato davvero al mondo delle competizioni su plastica.
Parallelamente, si è avvicinato alla falesia e alla montagna, esplorando inizialmente le vicine Alpi Apuane e le falesie camaioresi. Con la patente e i primi lavori, ha ampliato gli orizzonti, scalando nell'arco alpino e in celebri destinazioni di arrampicata sportiva, raggiungendo livelli di scalata a vista fino al 7c+ e lavorato fino all’8b.
Attualmente vive e lavora lontano da Firenze, dividendo l’anno tra due grandi passioni: l’inverno dedicato alla falesia, agli allenamenti e al ghiaccio/misto, e l’estate prevalentemente alla roccia.
Riccardo Volpiano
24 anni, nato a Ciriè, è un appassionato di montagna e sport, con una laurea magistrale in Ingegneria Meccanica-Automazione al Politecnico di Torino. Ha praticato arrampicata sportiva fino a 14 anni, per poi concentrarsi sull’arrampicata in montagna, affrontando vie sempre più impegnative fino al grado ED+. Appassionato anche di sci, ha praticato gare fino ai 18 anni per poi dedicarsi allo sci alpinismo, diventando istruttore al C.A.I. di Chivasso e scalando il Monte Bianco nel 2022.
Si trova a suo agio su roccia fino al grado 7a e affronta gite sci-alpinistiche con dislivelli fino a 2500 m. Ha recentemente iniziato a praticare il ghiaccio, arrivando al grado IV, ed è stato ammesso come membro aspirante del Club Alpino Accademico Italiano (C.A.A.I.) Gruppo Occidentale.
Il Presidente Generale del C.A.A.I. Mauro Penasa inoltre ha fornito a tre componenti del nostro sodalizio l’opportunità di aggregarsi al progetto come tutor.
Marco Ghisio del Gruppo Occidentale (che è in un gran momento della sua carriera alpinistica) e Mauro Florit del Gruppo Orientale (che è già stato in Oman, il che sarà di grande aiuto) si sono aggregati in prima battuta come Tutor e a loro si è poi aggiunto il sottoscritto. Per quanto mi riguarda e con ironia potrei ribaltare i ruoli definendo “tutor” nei miei confronti i ragazzi del progetto C.A.I. Eagle Team.
Membri C.A.A.I. Tutor
Marco Ghisio: 37 anni nato a Vercelli dove ho frequentato i corsi di arrampicata e alpinismo all’età di 17 anni, attività a 360 gradi
Ho salito le vie iconiche delle Alpi, dall’Eiger alle Grandes Jorasses (Macintyre-Colton , Walker), dal Pilone Centrale del Freney al Couloir Nord dei Dru, e molte altre.
In arrampicata ho salito vie trad fino all’ 8b come la famosa Greenspit, vie multipitch fino all’8a in libera e in falesia fino al 7c a vista. Su ghiaccio e misto ho salito cascate fino al 6+ e M9 .
Molto attivo sull’area del Monte Bianco in estate e inverno, ho viaggiato e scalato in Europa e Yosemite
Collaboro con la Scuola di alpinismo del C.A.I. di Vercelli e dal 2024 sono membro del C.A.A.I., Gruppo Occidentale.
FLORIT Mauro: nato ed abitante a Staranzano, paesino sulla costa dell’alto Adriatico presso Trieste, arrampico da più di quarantacinque anni, circa millecinquecento ripetizioni in tutto l’arco alpino, con più di cento vie nuove, salite invernali, cascate di ghiaccio ed attività di ricerca. Collaboro come istruttore presso la Scuola Nazionale di Alpinismo Emilio Comici della Società Alpina delle Giulie e sono Accademico del Club Alpino Italiano Orientale dal 1994.
Parecchie spedizioni all’attivo dal Sud America (Aconcagua, Patagonia, Perù) al Medio Oriente (Turchia, Giordania, Oman) e Asia (Kirghizistan, Tagikistan, Thailandia).
Francesco Leardi: classe 1956, membro del C.A.A.I. dal 1993 e Presidente del suo Gruppo Orientale. Genovese di nascita e come mi definisco da sempre “figlio del finalese”.
Arco e il Camaiorese sono stati i siti scelti dal gruppo Oman 2025 per unire maggiormente il gruppo sia a livello sociale che tecnico con prestazioni di alto livello che hanno dato fiducia per la riuscita della spedizione.
Alcuni sponsor hanno fornito contributi in materiale assai apprezzati. A loro va il ringraziamento da parte dei componenti della spedizione.
@Wildclimb, @Grivel, @Lazyghost, @rudyproject
Ringraziamo quanti hanno contribuito ad ideare, organizzare e condurre il progetto C.A.I. Eagle Team, a partire dal C.A.I. che lo ha sostenuto, e dal C.A.A.I. che ne ha curato la gestione, includendo tutti i tutor che hanno aiutato i ragazzi in questi ultimi due anni.
Ringraziamo anche la rivista on-line Lo Scarpone e il suo referente e coordinatore Gian Luca Gasca che ha curato anche la parte mediatica del progetto C.A.I. Eagle Team.
Come nasce una prima ascensione?
La via scalabile esiste già fin dall'inizio in natura o si giustifica solo grazie alla forza delle idee della coscienza umana?
Heinz Grill affronta questa domanda filosofica di alto livello con una sua personale interpretazione
I caschi per alpinismo - norme e test di resistenza: cosa sappiamo?
- Prima parte -
Nota della Redazione: lo studio di seguito pubblicato espone i risultati di anni di prove e sperimentazioni sui caschi da alpinismo e giunge ad alcune importanti conclusioni. Una ulteriore serie di test volta a verificare le eventuali conseguenza derivanti dall'esposizione prolungata ai raggi solari in quota verrà completata nel corso del 2025 e quindi una integrazione a questo interessante studio verrà pubblicata verosimilmente nei primi mesi del 2026.
Bressan Giuliano CSMT CAI - CAAI
Polato Massimo CSMT - CAI Sez. Mirano
Ottimizzazione e grafica A. Rampini
Introduzione
A distanza di quasi vent’anni da un primo studio effettuato dall’allora CCMT (Commissione Centrale Materiali e Tecniche) del CAI, il CSMT ha voluto riprendere in considerazione il fatto di svolgere una nuova ricerca sui caschi da alpinismo.
Dal 2006, infatti, anche per questo tipo di DPI, c’è stato un notevole sviluppo sia nella progettazione che nei processi produttivi dovuti in gran parte, oltre che all’esperienza maturata dai produttori in collaborazione con il mondo alpinistico, anche al fatto che la ricerca su nuovi materiali nel campo dei polimeri è notevolmente progredita e si sono ulteriormente affinate le tecniche di stampaggio ad iniezione dei polimeri stessi.
In termini pratici il CSMT ha in programma di eseguire nel 2025 una serie di test su vari modelli di caschi ad oggi presenti sul mercato, dopo che sono stati lasciati per un periodo a completa esposizione solare in due luoghi che si trovano ad altitudini diverse.
Terminato il periodo di “invecchiamento” i caschi verranno portati in laboratorio e testati secondo una delle prove previste dalla norma EN 12492:2002 e che è il riferimento per la progettazione per i caschi da alpinismo: lo sottolineiamo perché altre tipologie di caschi (sci, equitazione ecc.), devono sottostare ai requisiti prescritti da altre specifiche norme.
A differenza di quanto avvenuto nei test eseguiti nei primi anni duemila, non prenderemo in considerazione caschi usati, ma solamente caschi nuovi che verranno scelti tra i brand maggiormente utilizzati dal mondo alpinistico e differenziandoli per quelle che sono le tipologie principali ad oggi utilizzate, ovvero quelli costruiti secondo queste tre macrocategorie:
Lo studio condotto tra il 2003 e il 2006
Come accennato precedentemente, anche il casco è da tempo entrato a far parte degli studi sui materiali utilizzati in alpinismo e in arrampicata e di conseguenza le successive prove hanno dato origine alla normativa UIAA-106 e in seguito alla corrispettiva norma EN-12492 (Mountaineering equipment - Helmets for mountaineers - Safety requirements and test methods).
Nel corso del 2006, l’allora Commissione Centrale Materiali e Tecniche del CAI (CCMT), ha svolto presso lo storico laboratorio del Dipartimento di Costruzioni e Trasporti dell’Università di Padova un’interessante e approfondita analisi sulle prestazioni meccaniche di un casco.
L’idea di “testare” i caschi è sorta soprattutto dalla necessità di verificarne la durata delle prestazioni col passare del tempo, di valutarne i comportamenti strutturali a seconda della tipologia costruttiva e di chiarire il senso dei requisiti di sicurezza richiesti dalla normativa EN-12492.
Lo studio è stato esposto nella tesi di laurea magistrale in Ingegneria Civile dal titolo “Studio parametrico di ottimizzazione del comportamento ad impatto di un casco da alpinismo”, presentata il 25 ottobre dello stesso anno dal laureando Michele Titton, attualmente Ingegnere Civile, Libero Professionista e Guida Alpina. Una sintesi della tesi è stata pubblicata nel 2008 sulla Rivista del Club Alpino Italiano [1-2].
In questa prima parte dell’articolo sono presentate e commentate le prove e i dati acquisiti negli anni duemila. Il motivo per cui abbiamo scelto di riesporre quei risultati risiede nel fatto che riteniamo utile riprenderli e analizzarli per comprendere meglio quelli che otterremo e, quindi, fare le giuste considerazioni ed eventuali comparazioni tra i due studi del 2006 e del 2025.
La sperimentazione si è svolta in diverse fasi ed in successivi periodi. Inizialmente è stato raccolto il materiale principale per la sperimentazione (8 caschi nuovi di fabbrica forniti dalla CAMP e 6 caschi “usati” forniti dalla CCMT) e si sono definite le linee su cui indirizzare lo studio: analizzare la risposta ad impatto dei caschi da alpinismo in funzione del loro stato di usura nel tempo e valutare il relativo decadimento delle proprietà meccaniche dei materiali.
Il deterioramento dei materiali sintetici avviene sia per cause meccaniche (sfregamento, attrito, ecc.), sia a causa delle azioni climatiche o conseguenti ad esse (cottura da UV, muffe, surriscaldamento, ecc.), e rappresenta il principale motivo per cui l’attrezzatura da alpinismo va ciclicamente sostituita.
Lo studio ha comportato la necessità di testare diverse tipologie di caschi ed in diversi stati di conservazione; per ricavare dei confronti sulla durata delle proprietà meccaniche si sono state fatte prove di rottura su caschi d'alpinismo nuovi, usurati (da solo irraggiamento) e vecchi.
Fig 1 - Rifugio KostnerAllo scopo la CCMT ha procurato sei caschi utilizzati in ambiente alpino per diversi anni in varie attività (roccia, ghiaccio, soccorso), mentre la CAMP ha fornito quattro nuovi caschi modello Rock-Star e altri quattro modello Silver-Star. Gli otto elmetti dell’azienda di Premana sono stati utilizzati, in primo luogo, per studiarne le differenziazioni di risposta alle prove di assorbimento di energia a causa di urti verticali in funzione della quota di esposizione: per questo motivo erano state opportunamente collocate coppie di Rock-Star e di Silver-Star presso i sottotetti dei rifugi B. Carestiato (1843 m), Lavaredo (2343 m) e F. Kostner (2536 m - Fig. 1). Il periodo di permanenza in cui i sei caschi potevano rimanere custoditi 24 ore al giorno era quello classico dei rifugi alpini: dalle ore 12 del 20 giugno 2003 alle 12 del 20 settembre 2003. I restanti due caschi sono stati utilizzati, da nuovi, per test di confronto (Tabella pag 1).
I sei “vecchi” caschi sono serviti invece a completare delle considerazioni riguardanti il legame assorbimento di energia-tempo di esposizione-quota di esposizione, ma soprattutto a dare dei responsi riguardanti la durata delle prestazioni nel tempo specialmente in funzione della loro tipologia strutturale (Tabella pag 2).
Nel frattempo sempre in riferimento alla normativa EN 12492:2002, veniva realizzata ed allestita in laboratorio, seguendo l’accurata progettazione preliminare, una specifica apparecchiatura per le prove di assorbimento degli urti. La struttura era così costituita:
Fig 2 - Struttura prove
Fig 3 - Sistema di guida
Fig 3a - Sistema di guida
Fig 4 - Testa di prova
Fig 5- Massa di acciaio
Fig 6 - Cella di carico
Fig 7 - Strumentazione acquisizione dati
Infine sono state eseguite tutte le prove di rottura necessarie (anche più d’una per alcuni modelli di casco), e sono state tratte le considerazioni riguardanti le differenze tra caschi di nuova e vecchia generazione, l’energia assorbita nell’urto dal sistema casco-testa, la forza trasmessa alla colonna vertebrale durante l’urto in funzione della condizione dell’elmetto, l’influenza dell’esposizione ai raggi del Sole sulla capacità di assorbire energia durante un urto.
La normativa EN-12492, UIAA-106
Fig 8 - EN12492 UIAA106 HelmetsLa rappresentazione grafica della normativa (Fig. 8), presenta sinteticamente i metodi di prova per i caschi di protezione utilizzati dagli alpinisti e non contiene quindi tutti i dettagli dei metodi di prova e dei requisiti di questi standard; per maggiori dettagli è necessario consultare le norme EN-12492:2002.
Si richiamano in questo ambito solo alcuni punti attinenti all’assorbimento degli urti verticali:
“…la protezione fornita da un casco dipende dalle circostanze in cui si verificano gli incidenti e il fatto di indossarlo non può sempre consentire di evitare la morte o invalidità prolungata. Il casco riesce comunque ad assorbire parte dell’energia prodotta dall’urto, riducendo l’intensità del trauma subito dalla testa. Poiché tale assorbimento di energia può danneggiare la struttura del casco, è necessario che questo sia sostituito sempre in caso di forti colpi, anche quando il danno non è evidente…”
“…lo svolgimento di ogni prova prevede che ciascun tipo di casco venga sottoposto a prova nelle condizioni in cui è messo in commercio, che venga regolato in base alle dimensioni della testa di prova e secondo le istruzioni del fabbricante, ed infine che venga condizionato come indicato in un apposito prospetto…”
“… per eseguire la prova di urto sulla parte superiore la norma richiede l’utilizzo di tre caschi condizionati in modo differente (uno invecchiato all’UV e stabilizzato per 24 h ad una temperatura di (20 ± 2)°C e umidità relativa del (65 ± 5)%, uno condizionato alla temperatura di (35 ± 2)°C, e uno alla temperatura di ( -20 ± 2)°C) e posizionati su teste di prova prestabilite e di taglie conformi alla EN 960 (Headforms for use in the testing of protective helmets)…”
La rappresentazione grafica espone i test che i caschi devono superare per ottenere la certificazione; i primi tre si riferiscono alla capacità di assorbimento degli urti e alla resistenza alla penetrazione, gli altri due alla resistenza del sottogola e alla resistenza, frontale e dorsale, del sistema di ritenzione.
La “capacità di assorbimento di energia verticale” viene valutata facendo cadere una massa di 5 kg da un’altezza di 2 m; la forza trasmessa alla sagoma della testa di prova non può superare 10 kN per la normativa EN (8 kN per la direttiva UIAA).
La “capacità di assorbimento di energia frontale, laterale e dorsale” viene valutata con gli stessi metodi, facendo cadere la massa di 5 kg da 0,5 m; la forza trasmessa alla testa di prova non può superare 10 kN per la normativa EN (8 kN per la direttiva UIAA).
La “resistenza alla penetrazione” si effettua facendo cadere sul casco una massa di forma conica di 3 kg da un'altezza di 1 m. Il percussore conico non deve toccare la sagoma della testa di prova.
La “resistenza del sottogola” viene verificata ponendo il casco su un dispositivo di prova. Una forza di 0,03 kN viene applicata ad entrambi i cilindri che simulano una mascella artificiale e si misura la posizione delle cinghie; la forza viene applicata per un periodo di 30 secondi fino a 0,5 kN (500 N) e mantenuta per 120 secondi. L’allungamento massimo del sistema di ritenzione non deve superare 25 mm.
La “resistenza, frontale e dorsale, del sistema di ritenzione” si verifica montando il casco su una testa di prova. Una massa di 10 kg viene fatta cadere da un'altezza di 175 mm; il casco non deve staccarsi dalla forma della testa di prova.
I test: generalità e descrizione
In riferimento alla normativa esposta si precisa che i vari test si sono svolti presso il laboratorio del Dipartimento di Costruzioni e Trasporti, avente una temperatura di 19°C ed un'umidità relativa del 70% costantemente per tutto il periodo dell'anno. Inoltre i test hanno riguardato solo la “capacità di assorbimento di energia verticale”, valutata facendo cadere una massa di 5 kg da un’altezza di 2 m.
Fig 9 - Test di provaInizialmente, montata l'apparecchiatura come spiegato nel paragrafo precedente, sono stati effettuati alcuni test di prova atti a calibrare i vari dispositivi su alcuni elmetti da cantiere (Fig. 9). Una volta verificato che tutto funzionasse correttamente, ogni casco è stato posizionato nella testa di prova in maniera accurata e ben allacciato in modo da garantirne la stabilità durante l'impatto.
Successivamente, si lasciava cadere liberamente la massa di acciaio dall'altezza prevista, cioè 2 m dall'estradosso della calotta, all'interno del tubo guida, in modo da garantire l'impatto sempre nella sommità del casco (l'assialità era fondamentale in quanto si voleva valutare il massimo sforzo naturale di compressione possibile sulla colonna vertebrale); avvenuto l'impatto si memorizzavano e si archiviavano i dati ottenuti dalla cella per poter procedere successivamente ai loro confronti. Quasi tutti i caschi sono stati sottoposti a più di una prova: tra la prima e le successive ogni elmetto veniva tolto dalla testa di prova e successivamente rimesso in modo da eliminare le deformazioni residue dovute all'eventuale incastro generato dall'urto; questo, infatti, avrebbe falsato le prove poiché parte dei movimenti dissipativi che il meccanismo del casco avrebbe dovuto fare sarebbero mancati causando maggiori sforzi sulla cella.
Risultati
Nella sperimentazione sono stati utilizzati, come già esposto in tabella 1 e 2, i seguenti caschi:
- CAMP Rock Star, modello classico dal design semplice, leggero e confortevole, costituiti da una calotta stampata ad iniezione in polietilene HD di spessore variabile da 2 mm fino a 3 mm ed una struttura interna in fettucce di nylon. La calotta esterna deve essere in grado di scaricare l'energia d'impatto al telaio; sistema di regolazione rapida semplice ed efficace (Fig. 10 - 10a).
- CAMP Silver Star Casco compatto e leggero e confortevole, dotato di un sistema di regolazione rapida semplice ed efficace. Calotta in ABS stampata ad iniezione, con top interno in polistirolo ad alta densità. Struttura interna in nylon ricoperta con mesh traspirante in vellutino antisudore con trattamento antibatterico Dri-lex (Fig. 11).
Fig 10 - CAMP Rock Star casco nuovo 2002
Fig 10a - CAMP ROCK Star l'interno dopo il test
Fig 11 - CAMP Silver Star casco nuovo 2002
Fig 12 - EDELRID Full Carbon casco del 1996
La CCMT ha procurato sei caschi usati: tre EDELRID Full Carbon (Fig. 12), un GRIVEL The Cap Carbon (Fig. 13) e due vecchi CASSIN (Fig. 14). Lo stato di conservazione era molto vario: buono per gli Edelrid ed il Grivel e scarso invece per i Cassin, di molto datati (circa 15-25 anni di più).
Fig 13 - GRIVEL The Cap Carbon casco del 1998
Fig 14 - CASSIN Classic Rock anni 80
Lo studio avrebbe voluto avere un ampio sviluppo, sia per quello che concerne la sperimentazione che l’invecchiamento del materiale ed è quindi indiscutibile che per una ricerca più ampia e precisa non sia sufficiente un numero di caschi troppo limitato; inoltre, proprio per la valutazione dell’invecchiamento, si sarebbero dovuto utilizzare strumentazioni e metodologie apposite per sottoporre i materiali a cicli di invecchiamento accelerati rispetto all’esposizione naturale. Si evidenzia comunque come tutta la ricerca sia stata centrata sull’assorbimento di energia dovuto all’impatto per caduta di gravi e non a riprodurre in fedeltà le stesse prove utilizzate per certificare i caschi di protezione utilizzati dagli alpinisti. Quindi i commenti dei risultati e le considerazioni fatte si devono valutare criticamente tenendo conto dei limiti su cui si è svolta la sperimentazione; proprio per questo non si parlerà di un casco migliore rispetto ad un altro. Le prove che sono state effettuate in laboratorio sono molto complesse dal punto di vista fisico: i fenomeni che legano forza ed energia sono comunque evenienze non facilmente comprensibili con l’esperienza della quotidianità.
Ciò nonostante, avendo a disposizione venticinque prove è stato possibile fare un confronto diretto dal punto di vista del massimo sforzo raggiunto nelle singole prove. Sono stati eseguiti tutti i test di rottura necessari (anche più d'uno per alcuni modelli di caschi), sono state tratte le considerazioni riguardanti le differenze che ci sono tra i caschi di nuova e vecchia generazione, la forza che viene trasmessa alla colonna vertebrale durante l'urto in funzione della condizione del casco, l'energia che viene assorbita nell'urto dal sistema casco-testa e, infine, su quanto l'esposizione ai raggi del sole possa influenzare la capacità di assorbire energia durante un urto.
Dalle prove di laboratorio effettuate si è visto che ogni casco ha rispettato le attese ed in molti casi le ha anche superate (Tabella 3 - vedi nota). Infatti, i valori del primo drop test sono stati tutti inferiori ai 10 kN come richiesto dalla normativa e nella maggior parte dei casi anche il secondo e addirittura il terzo impatto sono stati assorbiti in maniera eccellente. Positivi risultati si sono ottenuti dalla determinazione della tenuta in funzione dell’usura dei materiali sintetici: infatti si è visto come gli elmetti invecchiati si comportino verosimilmente come quelli nuovi. L’invecchiamento è stato fatto in modo naturale per 6 caschi (3 Rock Star e 3 Silver Star ) ed i risultati si sono confrontati con quelli degli stessi modelli nuovi. Si sono anche eseguiti drop test su caschi “vecchi” ed utilizzati in ambiente alpino per diversi anni (dai 3 ai 5 anni) e anche in questo caso le risposte sono state più che soddisfacenti.
È da tener inoltre presente come i due vecchi elmetti Cassin erano visibilmente deteriorati ed i loro apporti non si sono presi in considerazione per ottenere giustificate analisi.
Tabella pag 3 - Risultati test laboratorio
Conclusioni
Il binomio confort-leggerezza è la principale caratteristica tecnica su cui si basa l’acquirente medio al momento dell’acquisto del casco da alpinismo. Al giorno d’oggi l’ottimizzazione degli spessori, salvaguardando comunque e sempre le prescrizioni della normativa, permettono di rendere i caschi più leggeri e allo stesso tempo più confortevoli ed indossabili. Attualmente ogni costruttore ha lanciato nel mercato come casco di punta quello costruito con la tecnologia in-moulding. La rincorsa globale alle tendenze del mercato non ha comunque fatto perdere di vista i fondamentali requisiti che devono soddisfare gli elmetti nel corso della loro vita. Dalle prove svolte si intuisce come lo spessore troppo sottile della calotta non sia in grado di assicurare un’adeguata rigidezza e faccia sì che il materiale espanso (nel caso di caschi moderni o composti), riceva il colpo in una zona localizzata raggiungendo rapidamente condizioni estreme (fase di densificazione del polistirene espanso), per cui l’accelerazione rilevata è alta. Il punto ottimale, caratterizzato da un minimo dell'accelerazione e della forza trasmessa al capo, si intuisce sia per uno spessore della calotta di circa 0,5 mm. Si può affermare che le limitazioni di garanzia per funzionalità dei caschi che le ditte forniscono, sono periodi validi, sicuramente non al limite, invece piuttosto prudenziali.
Il fattore tempo è fondamentale, anche se sicuramente un casco ancora imballato e rimasto al buio per 10 anni risponderà meglio al drop test rispetto ad uno stesso modello utilizzato magari per soli due anni ma da un professionista della montagna. La vita media di un elmetto è di circa 4 anni per una persona che fa abbondante attività alpinistica: infatti, soprattutto i caschi moderni proprio per come sono concepiti e costruiti, dopo un certo quel periodo iniziano a mostrare segni di cedimenti e imperfezioni come rotture della calotta per piccoli urti o perdite di tenuta dei collanti a causa dei cicli di caldo-freddo.
Nel caso dei caschi, le certificazioni delle ditte durano 3 o 4 anni: questo non vuole assolutamente affermare che superata quella soglia i caschi non funzionino più, ma si è visto che caschi utilizzati frequentemente per periodi superiori ai 3-4 anni presentano uno stato di degrado molto più avanzato.
Sebbene avvengano spesso incidenti, al giorno d’oggi non è pensabile che questi siano causati da trascuratezza nella cura e nella scelta dei materiali: l’alpinista e/o l’arrampicatore devono rendersi conto di quando è ora di rinnovare la propria attrezzatura. Consapevoli di ciò e che il casco serve e può salvare la vita, ricordate sempre di tenerlo ben allacciato.
Bibliografia
[1] Titton Michele, I caschi da alpinismo 1a parte, La Rivista del CAI luglio-agosto 2008
[2] Titton Michele, I caschi da alpinismo 2a parte, La Rivista del CAI settembre-ottobre 2008
Nota
Il newton - "N" - è un'unità di misura della forza nel Sistema Internazionale; un N è la forza che applicata a una massa di 1 kg le imprime l'accelerazione di 1 m/s^. Un decanewton - "daN" (10 newton) viene spesso usato perché equivale a circa 1 kg peso.
Un kilonewton "kN" (1000 newton) equivale quindi a circa 100 kg peso.
Resoconto del Convegno del Gruppo Orientale - GROPADA 20 ottobre 2024
di Francesco Leardi
ottimizzazione e grafica A. Rampini
Il giorno 20 Ottobre si è svolto nella rilassante e intima località di Gropada (TS) il convegno-assemblea del Gruppo Orientale.
In realtà il mio coinvolgimento per questo evento è stato dal giorno 18 nel quale ho iniziato il mio cammino sul suolo triestino e goriziano.
Ovviamente andava oltre il mio ruolo di presidente.
Su consiglio di Mauro Florit ho puntato l’interesse sulla mostra di “Julius Kugy e donne in quota” a Gorizia al palazzo Coronini che tra l’altro resterà aperta alla visita fino al 6 Gennaio 2025.
La mostra su Kugy
Sul Sentiero Rilke
Con 2 euro per i soci C.A.I. si accede a due sale con pannelli che illustrano con fotografie e frasi la vita di Julius Kugy e la situazione sociale delle donne in quota sia alpiniste che “portatrici” ai tempi della guerra, argomento che peraltro si adattava perfettamente al tema del nostro convegno pomeridiano.
Una breve visita mattutina sul sentiero Rilke a Duino e il trasferimento successivo a Gorizia ci hanno permesso di aspettare l’apertura della mostra e quindi radunarci nel tardo pomeriggio con Jennifer Dall’Armellina, nostra moderatrice al convegno e Alessandra Gaffuri accademica del gruppo centrale con la preziosa testimonianza che avrebbe portato al convegno di donna a confronto in un mondo maschilista.
Con un tempo inaspettatamente clemente alla mattina di sabato 19 ci attende all’inizio della strada Napoleonica Giorgio Ramani storico “passaggista” ma soprattutto memoria storica del movimento di arrampicatori che si sono avvicendati e spellati le dita sui passaggi andando ad altezze che oserei definire proibitive letteralmente “senza rete” rischiando non le sole caviglie ma ben altre fratture.
Giorgio Ramani
Giorgio Ramani indica la mitica "X"
Sulla X
Scorrendo lungo la Napoleonica siamo stati avvolti dalle leggende di nomi e volti alcuni conosciuti altri famosi ma solo ai locali e non per questo meno abili.
Insieme a noi la disponibile e solare Giuliana Pagliari INAL di Trieste e relatrice della domenica, preziosa compagna di escursioni storiche e naturalistiche che andò poi ad elencare.
Sotto gli occhi attenti di Ramani e Florit sulla mitica “X” di Ramani si avvicendavano Maistrello e Dalle Nogare verso l’”incognito”e per fortuna con un buon pad sotto le caviglie.
Nel frattempo ci aspettavano il “custode” Aldo Fedel della grotta Gigante e il presidente della SAG Paolo Toffanin.
All’interno della grotta veramente gigantesca è stato attrezzato un itinerario di arrampicata mista ci circa 170 metri da parte del “custode” e Paolo Pezzolato detto “Fossile”, molto suggestivo e che richiede ovviamente un sapiente uso delle staffe e la relativa tecnica per non arrivare alla balaustra finale come degli zombi.
Ovviamente poteva aprire questo itinerario in una grotta solamente un personaggio soprannominato “Fossile”.
Le cordate si stavano formando e cioè nell’ordine di partenza Ivo Maistrello e Marco Davoli, Carlo Dalle Nogare e Giuliano Bressan, Giuseppe Tararan e Mauro Moretto il tutto sotto la attenta supervisione di Mauro Florit ottimo coordinatore dell’evento.
Pronti partenza e via e così Ivo è la cavia che affronta questa via nella penombra di un ambiente veramente singolare.
Nel frattempo insieme ad altri convenuti risaliamo i cento metri gradinati di dislivello verso l’uscita affascinati dalla grandezza dell’ambiente.
Luci ed ombre danno rilievo alle fantastiche strutture della Grotta Gigante
Prossima destinazione per noi che abbiamo scelto una giornata di relax, il paesino di San Lorenzo dal quale si sovrasta la splendida Val Rosandra, attendendo per le 20 l’arrivo delle cordate alla balaustra, fine dell’itinerario.
Un dolce pensiero per il nostro collega Maurizio Fermeglia che qua ha concluso il suo cammino avvolge di commozione il nostro gruppetto.
Per fortuna la Giuliana, grande conoscitrice della valle, ci fa volare oltre, sfiorando con lo sguardo spigoli, aggirando creste e salendo strapiombi.
Un vento non fastidioso e un cielo grigio molto suggestivo ci accompagnano in questa visita in un luogo così carico di significato per l’ambiente triestino.
Poi con la macchina verso le Grotte di San Canziano per ammirare la maestosa bellezza del fiume Timavo che entra nella terra e nel suo percorso carsico sotterraneo arriva a San Giovanni di Duino per gettarsi nel mare dopo 39 chilometri di anonimato sotto terra incrociando l’abisso di Trebiciano che come un comignolo è uno sbocco verso il cielo.
Pensate che ci sono speleologi ed ovviamente speleo sub che per trovare sbocchi carsici hanno fatto una ragione di vita di questo loro impegno oserei dire anche assai pericoloso ma molto avventuroso.
Altro trasferimento alla grotta Gigante ormai chiusa al pubblico che apro io con le chiavi che mi ha lasciato l’Aldo Fedel.
Quante persone nella loro vita possono dire di avere avuto a propria disposizione la chiave di una grotta e che grotta?
Oramai sono le 20 e sollecitando i ragazzi impegnati in parete li invitiamo a sbrigarsi per il buio ormai imminente: ovviamente il tutto nella grotta!
Grande cena in splendida compagnia e armonia e poi la notte porterà consiglio per l’assemblea e il successivo convegno.
La mattinata del 20 Ottobre è splendida e di primo mattino con Mauro arriviamo a Gropada dove già il buon “Calice”, al secolo Stefano Zaleri, sta predisponendo le indicazioni per arrivare alla sala del Pub Skala nel cui interno Roby Valenti allestisce la parte per così dire informatica.
E veniamo alla parte del Convegno in quanto la parte congressuale va agli atti per così dire istituzionali.
Jennifer Dall'Armellina conduce il Convegno
Da sinistra Stefanelli. Gaffuri e Meroi
17 Sara Avoscan, Omar Genuin e la piccola Lia
Nives e Romano
L'Assemblea istituzionale della mattinaDa presidente ormai agli sgoccioli con la tensione per gli eventi così incalzanti, saluto il pubblico e lascio la parola alla moderatrice Jennifer Dall’Armellina che da subito ci accompagna con la sua simpatia e preparazione alla scoperta delle vite ed esperienze delle relatrici.
Giuliana Pagliari ci lega alla sua corda lungo la sua via fatta di arrampicate estreme e insegnamenti ad allievi della scuola Comici della quale è la direttrice.
Le parole di Giuliana così distaccata dall’autocelebrativo ci riempiono di commozione per il suo percorso di affermazione personale.
Da triestina ci introduce poi ad un sorprendente filmato gentilmente concesso dalla famiglia Rauber depositaria di un archivio fotografico pregevolissimo con inedite immagini di Emilio Comici poi donne sensuali in costume da bagno dell’epoca e singolari pose in arrampicate e discese in corda doppia.
Entra poi in gioco Alessandra Gaffuri con il suo entusiasmante percorso personale non solo legato alla montagna ma anche cammino di vita tra gioie e apprensioni, mamma, moglie e veterinaria.
Un vulcano ancora in attività che Jennifer, noto, scruta quasi con ammirazione.
Jennifer poi ci concede una frizzante intervista con Sara Avoscan e Omar Genuin e la loro piccola Lia che gattona in ogni dove sul palco mentre papà e mamma ci fanno vedere delle meravigliose immagini di gattonate verticali in Marmolada con la ripetizione della via Steps across the border/Senkrecht ins Tao (X-) un itinerario percorso in prima ascensione da Prem Darshano (al secolo Luggi Rieser) e Ingo Knapp l’11 ottobre 1995 e che conta, compresa la loro salita solo 5 ripetizioni.
Mentre si avvicina a me gli occhi vigili e attenti di Omar mi scrutano e con molta delicatezza si scusa della breve permanenza della sua famigliola ma lo rassicuro perché tutti abbiamo notato che la piccola Lia oggi era ingestibile: forse le manca il pannello da arrampicata?
Entrano poi in ballo Nives e Romano che oserei definire la coppia di ferro e sulle immagini del loro quattordicesimo ottomila, l’Annapurna, ci lasciano ancora senza fiato, e non è un eufemismo, immergendo il nostro essere in quel mare di solitudine così pregnante.
Poi la sempre presente e brillante Jennifer comincia con le domande alla coppia che evidenzia la loro situazione personale e cioè il “soli ma uniti” che li ha portati in giro per il mondo.
E il litigio in vetta all’Annapurna? Chi aveva ragione? Romano afferma di avere lui sempre ragione ma ho l’impressione che la Nives, con quello sguardo così vispo, attento e contemporaneamente dolce abbia la testa adatta per tenere banco al “suo uomo”.
Sempre belli e brillanti nonché affascinanti.
Un attimo di pausa e ci viene offerta da Franco Toso che si è prestato anche per l’assistenza tecnica, la visione del film “Signora delle cime” su Bianca di Beaco che ci immerge in un alpinismo di altri tempi proiettandoci anche volti ben noti a noi accademici.
Con una certa commozione, oltre ad altri personaggi triestini dell’epoca, compare il mitico Jose Baron e poi Walter Mejak che però non ho conosciuto e sappiamo che in sala a vedere il film c’è la moglie Fioretta Tarlao , un tipetto singolare di 86 anni assai frizzante e molto coinvolgente.
Il film di Franco Toso ci trascina in un mondo così lontano ma anche così attuale lasciandoci stupiti dai profondi sentimenti e riflessioni di Bianca, donna sensibile ma soprattutto LIBERA.
E questo è stato il senso dato al nostro convegno rivolto alle nostre compagne che siano di vita, di cordata, di qualsiasi cosa con la consapevolezza di tributare il nostro rispetto verso di loro.
Un grazie molto sentito a Paolo Toffanin presidente della SAG e Piero Mozzi presidente della XXX Ottobre che hanno favorito questo progetto.
Aldo Fedel, custode della grotta, ci ha fatto capire come si può amare con passione il proprio lavoro.
Un ringraziamento ai colleghi accademici che mi hanno fatto da capocordata su questa via verso Gropada, Florit, Valenti e Zaleri.
Legate a questa cordata, alle quali sono debitore, anche la sempre presente Anna Bressan, l’infaticabile Sofia Beltrami e la mia ragioniera e scrutinatrice Fiammetta Curcio.
E grazie ai convenuti!
CONVEGNO NAZIONALE C.A.A.I.
16 novembre 2024
presso Abbazia Benedettina di Maguzzano – Lonato (BS)
Il delicato e attualissimo problema dell’equilibrio tra conservazione del patrimonio storico e sistemazione (valorizzazione?) degli itinerari verrà osservato ed approfondito nei suoi molteplici aspetti da relatori qualificati come Matteo De Zaiacomo, Matteo Rivadossi, Heinz Grill, Ivo Rabanser, Beppe Villa, Tommaso Lamantia, Luca Calvi ed altri.
Alberghi e B&B a Desenzano del Garda
LA MONTAGNA E’ DONNA
Convegno autunnale del Gruppo Orientale del CAAI
20 Ottobre 2024 - Gropada (TS)
Il Convegno-assemblea autunnale del gruppo Orientale C.A.A.I. si terrà domenica 20 Ottobre 2024 presso la CASA DELLA CULTURA SKALA DI GROPADA - Gropada 82 (TS).
L’appuntamento per i soci è alle ore 9,00. Dopo la registrazione, Ariella Sain farà vivere con immagini un ricordo del suo compagno di vita Marino Babudri nostro stimato e apprezzato collega. A seguire Diana Sbabo e Ivo Maistrello presenteranno il libro “Progetti verticali sul Sojo Rosso e Sojo d’Uderle” sviluppato con il contributo fotografico di Luca Giovannini.
Diana e Ivo per diversi anni hanno arrampicato su queste pareti anche condividendo momenti di vita.
A seguire proiezione di un interessante filmato.
L’Assemblea proseguirà con gli adempimenti statutari, comunicazioni, elezioni ecc. come da odg che verrà inviato ad ogni socio.
Dopo il pranzo sociale, a partire dalle 14,30, ci sarà il Convegno aperto al pubblico “LA MONTAGNA E’ DONNA” – scarica qui la locandina – con l’intervento di qualificati relatori e la proiezione del film “Signora delle cime” docufilm su Bianca di Beaco.