Relazioni

Club Alpino Accademico Italiano

CINQUE GIORNI - Qualido e Precipizio secondo Luca Schiera

Giovedì, 12 Maggio 2016 21:07

For me, climbing big walls is not a speed event. It is a way of life. While others play trendy speed-climbing of “free”- climbing games, I play a different game of big-wall ascent, with rules of my own choosing. Climbing is anarchy. End of lecture.”

                                                                                                                  Jim Beyer 

È ancora mattina presto ma il muro che abbiamo davanti è già rovente. Avrei dovuto fermare la sveglia prima, ma per pigrizia l'ho lasciata suonare ed ora è già troppo tardi. Fa troppo caldo per arrampicare.  Ho sonno e mi fanno male e mani, la testa è stanca da tre giorni consecutivi in parete su due diverse vie. Alla sosta precedente Simone stava per partire mentre lo assicuravo dal capo di corda sbagliato, a parte questo piccolo inconveniente tutto sta procedendo secondo il piano. Comunque non è il momento di lamentarsi, ormai ci sono dentro e avanziamo.

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Questo tiro tocca a me, è un muro quasi verticale e quasi completamente liscio, solo delle impercettibili conche invisibili da sotto permettono il passaggio in equilibrio con i piedi in aderenza su un terreno altrimenti troppo ripido per essere salito. Tutto intorno il liscio assoluto.

Quando parto sono troppo deciso per fallire, sbaglio la sequenza che avevo in mente ma decido che non devo cadere, con una mano alzo un piede su un buon appoggio e finisco il primo difficile ristabilimento; avanzo su una crosta superficiale, mi rilasso fino al movimento finale, sento la gomma delle scarpette ammorbidirsi troppo e la pelle consumata delle dita scivolare per il caldo, ho pochissimo tempo, lancio verso il fungo finale ed esco in sosta con grande sollievo. Ora possiamo andare avanti.

Sono fresco, motivato e sto bene. Il tempo è bello, anche se molto caldo, ma per impegni di tutti noi la data disponibile è solo questa a metà luglio. Il clima è molto allegro e come vuole la tradizione partiamo molto tardi da San Martino.

Fino all'ultimo siamo stati indecisi se tentare o no, perchè è previsto un temporale in serata, quindi verso mezzogiorno ci incamminiamo lungo il sentiero per vedere come andrà a finire. Riky è venuto con noi per scattare qualche foto, io già rido sapendo cosa lo aspetterà più tardi.

Ognuno si è scelto un tiro da provare, la nostra sarà una team free come è stata aperta, voglio assolutamente però salire tutti i tiri della via in libera. Decidiamo quindi che partirò io, sono molto motivato e deciso a finirla.

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Un piccolo strapiombo da accesso a una bella placca quasi rilassante, scalo veloce e recupero Paolino per un paio di tiri fino alla sosta. Ora manca un tassello fondamentale per completare la linea fino in cima: un tiro di raccordo che supera un tetto tra questa prima via e la nostra. Lo avevamo pulito sommariamente la volta scorsa in discesa ma nessuno ci aveva ancora messo mano. Salto da terra e tento subito il ristabilimento, la cengia è vicina e niente, tranne Riky, mi impedisce un duro atterraggio. Sento troppo forte il richiamo della gravità e scendo. Riky posa la sua reflex e si trasforma in un ottimo paratore. Con questa fiducia riprovo ed esco dal tetto. Poi mandiamo davanti Riky che senza lamentarsi sale lungo alcune cenge erbose fino all'inizio vero e proprio della via.

Tocca a Paolino su un diedro estetico e all'apparenza semplice, salendo però la fessura si stringe fino a chiudersi completamente, è un tiro lungo che richiede un'ottima tecnica per essere salito, dopo qualche tentativo riesce a passare, poi tocca di nuovo a me.

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                                                                                                BUENA VIDA

È da qualche mese che penso a questo tiro, la chiave di tutta la via: un muro verticale, liscio e ovviamente sprotetto. Non sono completamente sicuro che ci siano tutte le prese per poterlo salire, quindi lo provo velocemente con la corda dall'alto. Subito riesco in libera, gli appigli sono distribuiti in modo strano ma ci sono tutti. Torno in sosta, tolgo le scarpette, mi isolo completamente e ripasso mentalmente tutto il tiro. Quando pochi minuti dopo riparto sento di essere pronto. Non ho margine di errore perché c'è solo un chiodo inaffidabile prima dell'inizio della parte più difficile, poi nessuna rinviata fino in sosta. So che posso farlo, mi sono già immaginato molte volte questo tiro. Allora parto sulla fragile lama iniziale, moschettono il chiodo e vado, raggiungo una buona presa e inizio a scendere seguendo la strana disposizione delle prese su questo muro, non ho incertezze ed arrivo tutto intero in sosta. È un tiro molto simile a quello sul Precipizio, stessa difficoltà e stessi appigli essenziali, con la differenza che senza una sola di queste piccole sporgenze la via si sarebbe interrotta qua. Appena mi aggancio mi torna in mente la sensazione di quando sono arrivato qua dopo due pomeriggi di apertura, con la certezza che saremmo riusciti a fare la via.

Poi scendiamo sotto la pioggia al riparo sotto ad un grosso tetto. È buio quando montiamo la portaledge e ci saliamo tutti e quattro (due di noi superano il metro e 85, Riky è due metri). Sembra reggere, montiamo un'amaca al telaio ma quando Giga ci sale tutta la struttura inizia a piegarsi, velocemente appena prima del cedimento torna di sopra con noi e ci ritroviamo in quattro seduti con la schiena contro la parete a guardare la pioggia a poca distanza. Cuciniamo e beviamo, poi ci cerchiamo una posizione per passare la notte. Nessuno riesce a dormire.

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Appena mi alzo alla mattina mi arrivano i crampi alle gambe, forse sono un po' disidratato o forse ero solo molto scomodo. Ci riattiviamo e iniziamo a sistemare il materiale. Tocca a Giga, la prima parte del tiro è bagnata, sale comunque fino all'uscita, sotto la sosta c'è un difficile ristabilimento che supera bene senza errori, poi siamo sotto quello che è il tiro tecnicamente più difficile. Tocca di nuovo me, è l'unico tiro già provato in libera, ricordo bene la strana sequenza di movimenti per attraversare il tetto con una stretta fessura, piazzo subito una buona protezione sopra la sosta e parto poco convinto, anche se sono freddo a metà tiro mi convinco che non cadrò e ci provo fino in fondo, tutto va bene. Paolino mi raggiunge con un pendolo che spaventa più me che lui e poi riparto sul tiro successivo fisico ma con buone prese, con sorpresa trovo dei chiodi lasciati dall'apertura ed esco sulla buona cengia di sosta. La parte più ripida della parete è sotto di noi, abbiamo davanti qualche tiro semplice e una placca sprotetta prima dello strapiombo finale.

Oggi tocca a me partire, la via è spezzata in due dalla grossa cengia che divide in due la parete del Precipizio, questo è il posto in cui alla sera io e Simone accendiamo un fuoco sotto la grotta e dormiamo. Parto sul primo tiro della seconda parte, non ho mai piazzato un copperhead ma questo che avevo messo mi da particolare fiducia, ho completamente dimenticato la giusta sequenza di movimenti, improvviso abbastanza bene un dinamico ed arrivo in una zona facile. Simone mi segue senza problemi e ci scambiamo il comando, su un diedro ben proteggibile che sale velocemente. Dopo c'è un secondo diedro, ma lungo e mal protetto. Salendo la parete si raddrizza e il diedro si stringe, avanza costantemente con un leggera pioggia di croste e sabbia che scende fino a me. Poi si ferma sotto un enorme tetto, la sosta. Vado io, questo è il primo grande tetto, mentre salgo a incastro i primi metri mi accorgo di iniziare ad essere un po' stanco, piazzo un buon friend e traverso su una lama instabile fino in sosta. Siamo sul pulpito sospeso direttamente sopra il torrente, ma qualche centinaio di metri più in alto. È un posto incredibile ed esposto. Se le pareti hanno un cuore pulsante, sicuramente questo è quello del Precipizio.

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Tutto sommato la sosta è comoda ma per qualche motivo non mi sento affatto a mio agio, forse è la sensazione lasciata dagli spaventi di quando abbiamo aperto questi tiri, o forse sono i rondoni che si prendono palesemente gioco di noi uscendo all'improvviso dalla fessura a poca distanza da noi. Normalmente non mi impressiono, ma questo è un tiro davvero impressionante; una fessura di quindici metri completamente orizzontale sul vuoto. I primi metri sono già difficili ma si salgono abbastanza bene, poi la fessura diventa troppo stretta per le nostre mani per poi allargarsi di nuovo. Riesco a fare bene tutti i movimenti, tranne due incastri troppo sfuggenti, la tensione della corda mi aiuta ma appena mi muovo cado. Non c'è verso, per quanto sia vicina la soluzione, non riusciamo a farlo in libera. Vado avanti fino al bordo del tetto, l'esposizione è notevole e dai qui si può vedere per la prima volta la nauseante serie di strapiombi successiva.

Siamo in mezzo al Qualido e ormai molto in alto da terra, ora la parete ha cambiato aspetto: la pendenza è diminuita e spesso si riesce a stare in piedi. Saliamo velocemente fino ad una grossa cengia erbosa. Qui in apertura mi sono ritrovato in mezzo all'unica parte di roccia pulita su una placca molto delicata, tra me e la cengia niente avrebbe fermato un volo. Ora che so cosa mi aspetta sono tranquillo, la roccia è stata poi ripulita quindi sarà di sicuro più semplice. So esattamente fino a che punto posso giocare con l'aderenza della suola in aderenza, quindi parto tranquillo e concentrato e venti metri più in alto guadagno un terreno sicuro fino in sosta su una pianta. Ora avanziamo per una intera lunghezza di corda su erba fino al salto finale della parete. Siamo sotto il tetto ben visibile dal basso, più in la non si vede nulla ma sappiamo che poco oltre c'è la cima. Va al comando Paolino seguendo una lunga lama che lo porta fino in sosta in una nicchia sotto al tetto. Continua superando facilmente il tetto prima di scomparire dalla mia vista. Pochi secondi dopo però ricompare in caduta libera, è caduto. Ritorna in sosta e risale il tiro in arrampicata, un tiro più tardi siamo tutti in cima legati alle radici di un vecchio larice morto.

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Il secondo temporale di questi due giorni sta arrivando, dobbiamo muoverci. Ci caliamo dalla parte opposta e appena tocchiamo terra inizia a piovere. Le corde fisse sul sentiero sono rotte, quindi scendiamo il sentiero ancora legati tutti e quattro insieme.

Come in un gioco, io e Simone ci scambiamo il comando a ogni turno, con la differenza che non siamo avversari ma stiamo salendo la nostra via insieme con le regole che ci siamo appena creati.

Il tiro dopo inizia con un difficile traverso verso una fessura che sale tutta lo strapiombo, fino a scomparire dietro ad una curva. Proviamo velocemente il difficile passaggio iniziale poi va davanti lui. Siamo in mezzo ad una nuvola e in un attimo lui sparisce nella nebbia. Il tiro è molto lungo, percepisco Simone dal movimento della corda che avanza costante, fino a quando capisco che è in sosta. Lancio qualche segnale ma ho l'impressione che venga assorbito dalla nebbia, poi parto.

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Il tiro dopo è brutto, strapiombante, obliquo e con roccia scagliosa. Scalo male ma deciso a non mollare e in qualche modo arrivo in sosta. Poi a sorpresa saliamo di nuovo in artificiale, non c'è altro modo. Mentre Simone sale penso ingenuamente che proverò ad arrampicare comunque nel bagnato. Mi sgancio dalla sosta, prendo il bordo della fessura con una mano, appena provo a muovermi la roccia scivolosa mi sputa fuori. Sono appeso nel vuoto, risalgo fino in sosta e continuiamo verso l'alto su consiglio di Simone che sa già esattamente come muoversi in questa zona di parete, io ho pochi ricordi e ben confusi. Finiamo la via e iniziamo la complicata discesa dai grandi strapiombi del Precipizio degli Asteroidi.

Arrivo a San Martino alla sera mentre tutti dormono, sono chiuso fuori. Provo a suonare il campanello per un paio di volte ma non c'è risposta. Sono fradicio e stanco. Tiro fuori il materassino dallo zaino, lo stendo sulle scale, mi sdraio e finalmente dormo.

 

 

King of the bongo- Qualido parete est

(Matteo De Zaiacomo, Paolo Marazzi, Luca Schiera) 700m 7c+

Buena vida, poca plata- Precipizio degli Asteroidi parete est

(Matteo Colico, Simone Pedeferri, Luca Schiera) 900m 7c+/8a

 

 

 

 

 

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