CAAI

Club Alpino Accademico Italiano
Martedì, 17 Novembre 2015 07:04
Assemblea autunnale del Gruppo Orientale CAAI, 
giorno 29 novembre in Mirano (VE) presso il Teatro di Villa Belvedere, sito nel parco, vedi allegato
Giovedì, 22 Ottobre 2015 17:48

Il 23 ott 2015 è stata creata la pagina ufficiale su Facebook del Club Alpino Accademico Italiano, raggiungibile da questo link

https://www.facebook.com/clubalpinoaccademicoitaliano

Cliccate su "Mi Piace" e buona navigazione

Giovedì, 22 Ottobre 2015 17:49

E' online da 23 ott 2015 il nuovo sito del Club Alpino Accademico Italiano.

Oltre alla rinnovata veste grafica "responsive" che si adatta agli schermi più piccoli quali ad esempio smatphone e tablet, a breve verranno inserite nuove sezioni e nuovi contenuti.

Buona navigazione.

Giovedì, 22 Ottobre 2015 21:35

Di seguito la modulistica per i soci

Foglio Attività docModulo-foglio-attività.doc

Modulo Candidature docModulo-Candidature-PROPOSTA-DI-AMMISSIONE.doc

Giovedì, 22 Ottobre 2015 18:08

Il giorno 26 ottobre,  al Castello del Valentino di Torino dove 150 anni fa fu fondato il CAI,  si è svolto il convegno nazionale del Club alpino accademico Italiano  con tema : 150 di valori e visioni nella storia dell’alpinismo.

Non ha voluto mancare   il  Presidente Generale del CAI Umberto Martini, ospite degli  organizzatori  Claudio Picco Presidente del CAAI Gruppo Occidentale e Giacomo Stefani Presidente Generale del CAAI.

In questa occasione è stato conferito il titolo di socio onorario a Bernard Ami, alpinista e scrittore francese, noto in Italia per i suoi libri e per gli articoli sulla Rivista della Montagna.

Discutere di valori e visioni tra Alpinisti, vuol dire in fondo dichiarare perché si scalano le montagne.

Perché si lavora tutta la settimana, dieci  ore al giorno, ci alza alla domenica  magari alle due del mattino per fare un’ attività al freddo, rischiosa e per niente remunerativa?

Lionel Terray scrisse il libro “I conquistatori dell’inutile”, titolo ironico ma che illustra bene quello che i non praticanti pensano dell’alpinismo.

Utile, per la Società   è ciò che crea denaro e l’alpinismo non rientra in queste attività, se non in rarissimi casi di professionisti della montagna.

Ci viene in soccorso un libretto appena uscito, che non tratta  come tema la montagna :  “L’Utilità dell’inutile” di Nuccio Ordine Professore di letteratura italiana.

In questo saggio viene messo in evidenza come molte delle più essenziali attività e aspirazioni dell’uomo, non abbiano come fine una utilità esplicita, riconducibile ad un profitto .

Viene  preso ad esempio un personaggio di Cent’anni di solitudine, il libro capolavoro di Gabriel Garcia Marquez,  che costruisce pesciolini d’oro e li vende per monete d’oro, con le quali fabbrica  altri pesciolini d’oro.

Apparentemente non c’è senso né profitto, analizzando bene c’è  il semplice piacere di realizzare qualcosa.

Ecco, mi sembra una bella metafora per dire che la maggior parte degli alpinisti, bravi, scarsi o bravissimi, hanno il piacere di immaginare, inseguire  visioni che li portano a realizzare le loro imprese, alcune sono un buon prodotto di artigianato altre veri  capolavori , tutti sono degni della loro azione.

Le visioni che hanno guidato  gli alpinisti nei 150 anni di storia analizzati al Convegno CAAI di Torino, il 26 novembre 2013,  al Castello del Valentino, sono cambiate con i tempi.

Per Quintino Sella fondatore del CAI, l’alpinismo italiano aveva il compito di riappropriarsi  delle nostre montagne in mano agli esploratori Inglesi. La sua scalata al Monviso che segue  quella di William Mathews ne è un esempio.

In sintesi poi ,l’andar per montagne doveva  educare ad un vivere sano e sobrio il popolo Italiano, appena nato.

L’epoca del sesto grado, tra le due guerre, fu una competizione anche per nazioni, dove l’arrampicata su roccia in dolomiti, in particolare, raggiunse livelli di perfezione e teorizzazione estetica difficilmente superati.

Gli anni del dopoguerra sono stati quelli di Bonatti, Mellano e tanti altri, uomini destinati alla fabbrica che hanno riscattato il proprio senso di esistenza con le loro grandi imprese sulle montagne del mondo.

Che dire della rivoluzione degli anni settanta, Gian Piero Motti dichiara “che le montagne non si conquistano ma si amano” . Devastante per la cultura di regime!

La vetta non è più la meta, ma il viaggio, la scalata, il gesto, anche su una parete che termina  su di un altipiano.

Di questo e di altro si è discusso al convegno CAAI di Torino, 150 anni di valori e visioni nella storia dell’alpinismo, la sede, il Castello del Valentino, non è casuale, è il luogo dove Quintino Sella tornato dal Monviso fondò il CAI.

Tra i relatori citiamo Pietro Crivellaro studioso di storia dell’Alpinismo e curatore della bella mostra a Biella su Quintino Sella, Spiro dalla Porta Xidias che ci ha incantato con  aneddoti deliziosi sui   gradi nomi del sesto grado, che lui ha conosciuto.

Spiro, sempre in piedi, come dice lui non si parla da seduti!… ci ha ancora una volta stupiti con i suoi 97 anni e una lucidità da fare invidia.

E poi Andrea Mellano che si definisce anarchico e dico io  visionario, primo salitore delle tre grandi nord ( Eiger, Cervino e Grand Jorasses) e organizzatore della prima gara di arrampicata a Bardonecchia dove ha tenuto a battesimo gente come Wolfang Gullich.

E infine Ugo Manera compagno di  Giampiero Motti nell’avventura del Nuovo mattino.

Già qualcuno dirà, sti vecchioni di accademici se la cantano e se la suonano?

Non siamo caduti nella trappola di recitare tra di noi il de profundis dell’alpinismo, ma abbiamo voluto ascoltare con grande attenzione Nicola Tondini, Guida alpina di Verona, che pratica un alpinismo estremo,  attuale e sulle pareti storiche come il Sass de la Cruz  ed altre in dolomiti.

Nicola è uno dei pochissimi alpinisti di punta  in grado di raccontare con efficacia il suo percorso di ricerca, le sue visioni,  che lo hanno portato ad aprire il suo capolavoro, la sua via perfetta per stile e bellezza, Colonne d’ercole sulla NO della Civetta.

L’essenza del suo pensiero è che “la storia è parte fondamentale della nostra crescita, ed è il trampolino per le nuove generazioni”.

Un grande grazie a Nicola, perché questa giornata di scambio e confronto avrà un senso  se qualche giovane grazie anche al suo esempio si chiederà il perché dell’alpinismo e avrà  voglia di provare.

Bonatti diceva : chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna. 

Andrea Giorda CAAI

 

Giovedì, 22 Ottobre 2015 17:27

Cosa migliora o influenza artificialmente le performance degli alpinisti?

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Giovedì, 22 Ottobre 2015 17:07

APRITORI A CONFRONTO

Nella foresteria del Forte incontro Roberto Serafin, coordinatore di redazione dello “Scarpone” cui mi sento legato da un lungo, reciproco rapporto di considerazione e di stima. Mi chiede se, secondo consuetudine, butto giù quattro righe a commento dell’evento. Confesso una certa stanchezza, soprattutto in relazione all’argomento in capitolo, che so essere delicato, oltre che interessante, ricco di opinioni contrastanti, difficile. Comunque adatto a dentature più giovani o più direttamente addentro nella pratica attiva. Accetto alla condizione che possa bastare un riassunto di massima, una interpretazione libera e personale, magari condita con un po’ di fantasia. Persuaso che tra i 120 circa accademici presenti, qualcuno potrebbe certamente fare meglio o dissentire.

Apritori a confronto” è stato il tema trattato nel corso del Convegno Nazionale CAAI 2007. Un convegno che si è svolto, ricco di partecipazione e di interventi, nella spettacolare sede del Forte di Bard, in Val d’Aosta. In quel preciso punto, le fiancate montagnose della valle sono particolarmente alte e strette tra di loro, ed un cospicuo rilevamento roccioso divide in due rami il già angusto passaggio. Dei due, quello di destra, è, era, interamente occupato dal corso della Dora Baltea, l’altro, quello di sinistra, rilevato in forma di colle, la Gola di Bard, ospita l’antico borgo ed una stretta strada: la Via delle Gallie. Costruita dai Romani, negli anni di Cristo, per collegare Eporedia (Ivrea) alla regione cisalpina attraverso i valichi dell’Alpis Graia (Piccolo San Bernardo) e dell’Alpis Poenina (Gran San Bernardo). Sulla sommità del rilevamento centrale, domina la mole imponente del forte e delle sue opere accessorie, che, dopo lunga dismissione, attraverso un attento e preziosissimo lavoro di restauro e di agevolazione di fruibilità, costituisce oggi un polo museale di importanza europea incentrato sulle Alpi, sui loro aspetti culturali e di millenaria civiltà, sulla tradizionalmente povera economia e sulla notevole storia alpinistica.

Guido Magnone newGuido Magnone mentre riceve il distintivo di Socio Onorario del C.A.A.I

Sono sicuramente da tributare elogio ed ammirazione a tutti coloro che, a vario titolo, hanno contribuito a quella realizza-zione, gratitudine a chi ha permesso che tutto ciò venisse per un giorno messo a disposizione per il nostro convegno. Dopo i preamboli di rito si sono avvicen-dati al tavolo dei relatori otto grandi alpinisti/apritori di vie sulle montagne del mondo, la cui attività ha avuto luogo dal secondo dopoguerra fino ai giorni attuali.

Il primo di essi è Guido Magnone. Oggi novantenne, torinese di nascita, francese di adozione e nazionalità, grande sporti-vo nella prima gioventù, Magnone si è poi consacrato interamente all’alpinismo di qualità e di conquista. Fu lui a scalare per primo, nel 1951, in compagnia di Lionel Terray, il Fitz Roy, nelle Ande Patagoniche, e fu lui a risolvere per pri-mo il problema della parete ovest del Dru nel 1952, utilizzando strategie e mezzi allora impensati, che crearono, insieme all’ammirazione, anche un clamoroso strascico di critiche e discussioni. Magnone è stato presentato da Pietro Crivellaro, che con abile lavoro di inter-prete, moderatore e sollecitatore, lo ha condotto a far rivivere le fasi più critiche di quella storica impresa. A Guido Magnone, è stato nell’occasione conferito il titolo di socio onorario del club.

Secondo relatore, altro nome di grande notorietà e prestigio: Alessandro Gogna. Accademico dapprima, e poi guida per professione, Alessandro Gogna, ha rievocato lo spirito che lo animava al tempo delle sue grandi aperture, metten-do in evidenza la sua iniziale vocazione dilettantistica, e stigmatizzando poi la differenza tra la connotazione di “avven-tura” che caratterizzava le aperture di un tempo, e quella di “plaisir”, cioè di più gradevole fruibilità, che ai giorni nostri sembra avere non poco successo. Non ha trascurato di richiamare alla necessità che nelle scuole di alpinismo e/o di arrampicata si continui a dare il giusto maggior peso all’aspetto classico e storico della pratica della montagna.

Fabio Palma, terzo relatore, fa parte dei Ragni di Lecco ed è uno degli arrampica-tori moderni di punta che sta spingendo a limiti incredibilmente elevati il livello di difficoltà superabile in libera. Alcune vie aperte recentemente da lui e dai suoi compagni, uno tra l’altro giovanissimo, nei gruppi del Ratikon, del Wendenstock, e sulle montagne di Sardegna, stanno imponendosi all’attenzione, all’ammira-zione, al consenso della ristretta èlite dell’arrampicata di punta mondiale. Mostra documenti filmati di alcune realiz-zazioni, e insiste, a mio avviso un po’ troppo, sull’apologia della paura e del rischio, riportandomi alla memoria alcu-ne giovanili letture a firma di famosi, romantici, un po’ sfegatati arrampicatori germanici.

MOMENTI DEL CONVEGNO

Assai più “terrestri”, o per lo meno più confrontabili con il livello di una buona parte dei presenti, mi sono sembrate le esternazioni di Nando Nusdeo, Ugo Manera, Manrico Dell’Agnola, che si sono in seguito avvicendati. Il primo, un lombardo doc, “alpinista operaio” come si è definito, probabilmen-te autodidatta; di quella specie alla quale appartennero anche i Taldo, gli Oggioni, gli Aiazzi, i Bonatti prima maniera, incol-lati per lo più a sudatissimi finesettimana, a mobilità limitata, che ha espresso il proprio potenziale di orgoglio e di capaci-tà, prevalentemente nelle Alpi centrali, ed attenendosi ai più classici e puri canoni in vigore: dal basso, in soluzione continua-ta, chiodi, martello, staffe, tanto intuito e tanto coraggio.

Il secondo, occidentale della Scuola Gervasutti, ha molti punti in comune col primo, forse una durata nel tempo più lunga, ed un amore per il duro ancor più esasperato, e più raffinato nella tecnica.

Il terzo, dolomitista, orientale, specialista di rocce difficili e di tecniche più moder-ne, fotografo eccezionale, apritore in stile classico e puro. Ammiro la sua velocità eletta a fattore di sicurezza: ha percorso in concatenamento, in una sola giornata la via Solleder-Lettenbauer e la Philipp-Flamm sulla parete nord-ovest del Civetta! Che dire: se penso che ho salito la prima nel 1961, con un bivacco, ed ho dovuto aspettare fino al 1999 per conquistarmi la seconda!

Poi ci hanno intrattenuto due autentici assi moderni.

Il primo, Rolando Larcher, un orientale, apritore su tutto il circo delle Alpi e anche fuori di vie di lungo sviluppo e di altissima difficoltà. Egli ci propone una sorta di “decalogo dell’apritore”, che riassume i principi cui si attiene personalmente, ed ai quali, sommessamente gradirebbe si attenessero anche altri. Tre punti mi hanno in particolare colpito, che partendo sempre dal basso occorre aprire arrampicando in libera con ogni sforzo, ricorrendo al chiodo o al perforatore solo in casi estremi, che comunque occorre riferire con estrema precisione e sincerità le modalità con cui si è passati, e che una volta aperta una via, al meglio, l’apritore dovrebbe saperla ripetere in libera, completando così il circolo virtuoso della propria creazione. Molto severo, o “talebano” come lo ha scherzosamente definito il buon Andrea Giorda, presentandolo.

Ancor più rigoroso mi è però parso Erik Svab, altro fortissimo accademico occidentale, ripetitore e apritore di itinerari durissimi di roccia, ghiaccio, misto e in “free tooling”. Egli sostiene la necessità di un allenamento pesantissimo, anche in palestra, per poter sviluppare al massimo grado forza e tecnica, tanto da riuscire a superare assolutamente in libera, anche in apertura, ogni itinerario di montagna. Dice Svab, spero un po’ provocatoriamente, che la “Via attraverso il pesce” dovrebbe andare a farla solo chi è sicuro di superarla in libera.

Questo è quanto, e a me sembra, che le otto esposizioni, come la quasi totalità dei commenti in sede di dibattito, possano rappresentare, più che un confronto, lo stato dell’arte e del pensiero dell’odierno impegnato andar per monti. Esposizioni tutte gradevoli e precise, che più che in confronto tra di esse, sembrano aver tracciato in tacito concerto, la storia dell’evoluzione del pensiero e dell’azione nell’alpinismo degli ultimi sessant’anni. Dallo spregiudicato spirito di rivalsa, o di recupero del tempo perduto del primo dopoguerra, al nascere e svilupparsi dei germi dell’etica, dell’auto- limitazione, di rispetto per l’ambiente, per il destino e lo spazio da lasciare ai poste-ri, nostri figli e nipoti degli anni più recenti. Con garbo, professionalità, rigore; e nella convinzione comunque che la pratica dell’Alpinismo è pratica di libertà, e quindi che nessuna opinione personale può ambire a diventare una norma. Ancorché, detta opinione, lasci trasparire evidente l’impronta di una orgogliosa, individualistica convinzione di essere quella giusta e quella meglio. Mentre per un confronto vero, quello che forse i più anziani in sala si sarebbero aspettati, sarebbe stata utile la presenza, o la viva testimonianza di alpinisti apritori d’anteguerra, come sarebbero ad esem-pio Whymper, Preuss, Cassin, Comici. Un confronto, ovviamente impossibile, e forse anche inutile sul piano etico e concettuale. Come sarebbe far correre, oggi insieme, in un granpremio di formula1 il Barone VonTrips con la sua Mercedes, e la Ferrari di Raikkonen. Un non confronto, dunque, una ribalta, semmai, di punti di vista e di convinzioni prevalentemente orientate secondo uno spirito squisitamente accademico, cioè di dilettantismo e passione, pur nell’impegno e nella dedizione che gli altissimi livelli richiedono; di rispetto della tradi-zione e dello spirito dentro i quali si mossero i nostri più illuminati predecessori. Senza perder di vista, anzi, con occhio attento ed interessato all’inarrestabile cambiare dei tempi. Punto di vista che l’Accademico potrebbe e dovrebbe opportunamente condensare in una reiterata e formale presa di posizione nei confronti di tante odierne, degeneri divagazioni. E mentre a tarda sera scendo, contento e ben pasciuto, lungo quei trasparenti ascensori panoramici, osservo gli imponenti ordini delle strutture del forte, illuminati a giorno, le più timide luci dell’antico borgo e della valle sottostanti, e provo ad immaginare un ipotetico, assurdo confronto con quei Romani della storia che intorno all’anno zero aprirono con coraggio e maestria la Via delle Gallie.

GUIDO MAGNONE

Mercoledì, 21 Ottobre 2015 23:27

Il bivacco si trova su di un terrazzo erboso sostenuto da una fascia di rocce, nella selvaggia Vallaccia. Ha interesse alpinistico, ma serve anche per le traversate escursionistiche della zona. Il bivacco intitolato a Donato Zeni, medico di Vigo di Fassa, alpinista accademico caduto durante un’ascensione sulle Torri del Sella nel 1955. La costruzione venne posata nel 1970 per iniziativa del CAAI, il Club Alpino Accademico Italiano, ed inaugurata il 18 ottobre dello stesso anno.

Mercoledì, 21 Ottobre 2015 23:22

Si trova poco sotto il Passaggio della Vergine, alla base della cresta est della Punta Kennedy, 200 m a ovest della Sentinella della Vergine. Collocato nel 1928 alla memoria dell’alpinista lombardo Angelo Taveggia e caduto nel 1926 in un tentativo di salita solitaria della parete nord-est del Roseg.

Mercoledì, 21 Ottobre 2015 23:14

Anno di costruzione: 1925 (sostituito nel 1994).

Posti letto - quota: 12 - mt. 3.216

Accesso: Dalla diga di Place Moulin h. 5.30. Sentiero solo nella prima parte; in seguito si può considerare come ascensione facile, con tratti di terreno infido. Dalla diga si segue l’itinerario del rifugio Aosta fino a oltrepassare il torrente che scende dal settore meridionale del ghiacciaio delle Grandes Murailles, ma prima del grande ometto di sassi (m. 2250 circa). Il versante occidentale della Tête des Roèses è costituito nella sua parte inferiore da bastionate rocciose alternate a ripide terrazze d’erba, che bisogna superare. Si utilizza un ripido canale erboso dapprima, roccioso e detritico poi, che porta a una zona di terrazze. L’imbocco del canale è situato sopra una ripida zona morenica, prima della marcata curva del ghiacciaio delle Grandes Murailles. Si sale il canale su zolle erbose e sfasciumi a tratti molto ripido. Dopo una strozzatura rocciosa (3 metri, II grado), il canale piega a destra e sale detritico fino a una zona erbosa di terrazzi  (m. 2700 circa). Si attraversano verso destra questi terrazzi per circa 200 metri (ometto), cioè fin quasi a un torrentello; poi, superate alcune roccette, si esce dalla ripida bastionata e ci si trova su una comoda dorsale erbosa che sale verso la larga Tête des Roèses. La si risale tutta (h 1.50), poi si superano facilmente le roccette bagnate che seguono e subito sopra si piega decisamente a sinistra. Con ardita diagonale su grossi detriti si oltrepassa la base della cresta ovest della Tête, quindi si sale direttamente nel canale roccioso che si apre subito a nord della cresta stessa, dove il canale, dopo circa 60 metri si allarga e forma un cono detritico e nevoso; si oltrepassa verso destra la cresta dietro la quale sorge il bivacco (h.5.20). (Da G. Buscaini Alpi Pennine vol. II).

Ascensioni principali: Dent d’Herens, Grandes Murailles, P. Budden.