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Club Alpino Accademico Italiano
Mercoledì, 07 Febbraio 2018 19:41

Tranquillo Balasso, socio CAAI, ha aperto oltre 100 vie nuove, su pareti spesso poco o nulla conosciute delle Piccole Dolomiti, Pasubio e zone circostanti.
Quasi tutte aperte in stile trad, molto raramente con utilizzo di spit, le vie sono in genere ben attrezzate (chiodi e clessidre) e ripulite da sassi mobili e erba.
Gli abbiamo posto alcune domande.

1 - Quando e come è nata la tua passione? E’nata prima la passione per la montagna o per l’arrampicata? Ci sono state delle figure carismatiche che ti hanno dato l’imprinting o è nato tutto dentro di te?

Nel 1972 mi sono arruolato volontario negli Alpini Paracadutisti. Non volevo fare i soliti 15 mesi di noia, ma al contrario cercavo un posto dove trovare (provare) emozioni e avventura. Lanci con il paracadute dall’elicottero in montagna con la neve, marce di sopravvivenza, raid, campi mobili, corso sci, corso roccia ecc…il tutto sempre in montagna, in ogni stagione, con qualsiasi tempo.

BALASSO 3

 2 – Come si è sviluppata questa tua passione? (escursioni/vie di roccia/salite invernali/ripetizioni/vie nuove).

Tutte queste esperienze, fatte nella compagnia Alpini Paracadutisti, furono per me una rivelazione; cosi è iniziata la mia passione per l’ambiente montano. Poi in maniera sempre più preponderante l’arrampicata in montagna è stata l’attività che più mi ha coinvolto e che tuttora ancora mi entusiasma. Tutto è cresciuto un po’ alla volta dentro di me facendo tesoro delle esperienze che andavo maturando e seguendo quel che era in quel momento il tipo di salite che più mi motivava, sempre con un occhio attento alla storia delle vie che andavo facendo e alla storia dell’arrampicata in generale, dai suoi inizi alle imprese del momento.


3 – Mi sembra che il filone principale della tua attività sia rappresentato alla fine dall’apertura di vie nuove in ambienti di carattere esplorativo. E’ una scelta condizionata dalle pareti ancora a disposizione o ti piace proprio l’andare a scovare possibili itinerari in zone “nuove”?

Ho aperto la mia prima via trent’otto anni fa e in questi ultimi 15 anni per me questa è diventata l’attività in montagna che più mi appassiona e gratifica. Mi piace esplorare ,scoprire, creare qualcosa di nuovo, ricercare. La mia indole è fatta soprattutto di curiosità e creatività. Quando guardo una parete mi viene naturale ricercare tra le sue pieghe, fessure , diedri, spigoli ecc… una possibile via di salita il più naturale possibile. Preferisco le pareti in luoghi ancora poco esplorati, ma non disdegno quelle che si trovano poco lontane dall’auto. Non vado in montagna per arrampicare, arrampico per andare in montagna , è diverso! Lo dico sempre ai giovani con cui ho il piacere di condividere delle esperienze in parete. La montagna come terreno di avventura, di scoperta, di emozioni, di pace, di contatto con la natura, e soprattutto luogo della mia libertà. Non vado in montagna per fare ginnastica in parete, come purtroppo succede sempre più spesso tra le nuove generazioni di arrampicatori. La cultura arrampicatoria di questi ultimi anni ha fatto si che molti “climbers” siano attenti solo al grado, al passaggio, alla prestazione sportiva, ma poi siano sordi e ciechi delle bellezze che li circondano. Quando si va a ripetere un itinerario è importante sapere chi l’ha aperto, in che anni, conoscere la storia della parete e delle varie vie che la percorrono. Purtroppo e non solo tra i giovani c’è sempre meno cultura alpinistica soprattutto per quel che riguarda la storia dell’alpinismo e dell’arrampicata in montagna. A volte vengo invitato a proiettare delle immagini riguardanti le nostre nuove salite. Prima di queste però presento sempre una breve storia dell’arrampicata in Dolomiti. Non si può far vedere immagini dei nostri giorni senza far conoscere come è iniziata questa attività e come si è evoluta negli anni attraverso alcuni personaggi che ci hanno preceduto e hanno caratterizzato i vari periodi.

 

4 – Apri con criteri tradizionali: dal basso e con mezzi tradizionali. Ci spieghi il perché di questa scelta oggi un po' controcorrente, in particolare nell’ambiente di media montagna?

Ho la fortuna di aver trovato e coinvolto i compagni giusti nelle varie prime salite. Quando ci troviamo alla base dell’itinerario che abbiamo intenzione di aprire ci consultiamo in quale punto attaccare, cerchiamo di intuire la linea ideale e nei momenti di incertezza ci accordiamo da che parte salire. Di solito partiamo sempre con l’obiettivo di aprire la nuova via con mezzi tradizionali (chiodi e friends).
Se in un tratto della parete non si riesce a passare e il percorso si sta rivelando interessante ci caliamo e quando torniamo usiamo degli spit, ma non è una regola. Per fare un esempio la via Garrincha sul Fratòn In Val Sorapàche. Dalla sosta del quinto tiro di corda il nostro obiettivo era di passare al centro del grande scudo nero nel mezzo della parete. Con i mezzi tradizionali siamo riusciti a salire per una ventina di metri, poi sono riuscito ad avanzare per po’ verso sinistra ma niente da fare, cosi ci siamo calati e con un traverso collegati alla via El duro del Fratòn. Lo scudo è rimasto li, inviolato, sta aspettando che una cordata trasformi questo suo muro di pietra in una parete in grado di trasmettere “emozioni”. Ci sono delle zone dove ci siamo imposti di non usare gli spit in qualsiasi caso, tipo appunto la Val Sorapàche, la Bastionata Ovest del Cengio, il Comprensorio delle Lucche e alcuni altri settori. In alcuni rari itinerari abbiamo usato più spit che chiodi, in quel momento e per vari motivi abbiamo deciso cosi, erano pareti comunque con itinerari dove questo tipo di assicurazione già abbondava. Io penso che in alcune zone dove esistono solo itinerari con chiodatura classica e sulle pareti in zone selvagge sarebbe opportuno non farne uso.
Molto spesso si riesce a sostituire il chiodo tradizionale con le clessidre, (non sono facili da scovare e da ripulire). Le piante in parete, diffuse qui da noi (frassini ,mughi e altro) ci permettono delle protezioni sicure. Dove la roccia sparisce perché invasa dalla vegetazione, i sottili rametti di ginestre e “l’erba cavallina” ci danno la possibilità di salire. C’è da stare attenti però, bisogna valutare e conoscere le varie piante. Faccio un esempio. Stavamo aprendo la via”La pietra di Damocle. Nella parte alta c’era da fare un breve traverso, al suo termine sporgeva un grosso macigno che sembrava appena incollato alla parete. Sotto a questo spuntava una piantina del diametro di un manico di scopa. Chiedo all’amico Erminio perito agrario ed esperto in piante se mi potrà sostenere. Si! Si! stai “tranquillo”! ha anche qualche foglia! Io mi appendo e mi sporgo tutto a sinistra, vedo che il masso dalla parte nascosta è ben infilato dentro una specie di grotta e un po’ più su c’è una bella fessura per un friend. Il tempo di realizzare tutto questo che improvvisamente la piantina si stacca e io mi ritrovo a volare per un po’ a testa in giù per fortuna nel vuoto. Sono risalito, mi sono appeso alla “pietra di Damocle” ho attraversato, inserito il friend e una decina di metri sopra ho attrezzato la sosta. Dunque alle volte attenzione! ci può essere la sorpresa.
Altra cosa che non facciamo è lasciare corde fisse per facilitare successivamente la risalita. Fintanto che non si esce in vetta ogni volta si riparte sempre dalla base e si rifanno i tiri fino a raggiungere il punto massimo arrivati in precedenza; ne approfittiamo cosi per ripulire un pò la via e risistemare se necessario la chiodatura. A noi piace aprire cosi. Questo modo di agire ci da la possibilità di trascorrere una giornata di emozioni e di vivere una piccola avventura. Una volta terminata la via, se il posto e l’itinerario lo permette ci caliamo per un’ulteriore pulizia, ovviamente questo non è sempre possibile. Le vie con numerosi traversi, grandi strapiombi, itinerari che terminano su torri e campanili o posti selvaggi non permettono un’ulteriore perfezionamento. Questo della pulizia è un lavoro improbo: si sta un giorno in parete, è anche un altro modo di viverla e non è sempre semplice, ma ci piace anche questo! si è poi gratificati dal fatto che le vie vengono ripetute con piacere e soddisfazione.

apertura Morèje ntèl formàjo

Fuori di linea 1

 

 

5 – Le tue vie, correggimi se sbaglio, non vanno mai alla ricerca dei passaggi difficili, magari a fianco di possibilità più naturli, ma vincono la parete lungo linee logiche dettate dalla natura. Punto. Quindi un alpinismo classico nel vero senso della parola.

L’idea di un nuovo itinerario di solito nasce facendo escursioni lungo le nostre valli. Molto spesso e soprattutto quando giro da solo mi piace lasciare il sentiero e per esempio seguire la traccia lasciata dai camosci lungo un’esile cengia. Scopriamo cosi degli itinerari inediti che poi puntualmente ogni anno proponiamo come gita CAI. A volte aprendo una via o ripetendone altre, vedo la possibilità di nuove linee, altre volte ci può essere il suggerimento di un compagno. Un aneddoto: qualche anno fa ero con Stelvio compagno di cordata conosciuto da poco e stavamo rientrando dopo aver salito una bella via. Ad un certo punto l’amico mi dice: Tranquillo, la settimana scorsa sono andato in una valle qui vicino e ho visto una bella parete. So che a te piace aprire nuove vie, se vuoi andiamo a darci un’occhiata. Quando vidi la parete rimasi così stupito che il giorno dopo con la moto mi portai sul posto. Trovai un percorso per arrivare alla base della parete e individuai il punto per me più logico per iniziare la via che avevo individuato dal fondovalle. Ridiscesi e risalii sul versante di fronte la parete per fare alcune foto. Alla sera telefonai a Stelvio e lo coinvolsi in questa nuova “avventura”. Il mattino dopo, sul tardi, abbiamo attaccato la via. Eravamo cosi entusiasti che siamo saliti finchè non è venuto buio e per quel giorno abbiamo dovuto lasciare calandoci alla luce delle pile frontali. Abbiamo passato una giornata emozionante su una parete ancora tutta da scoprire, per Stelvio è stata la prima esperienza di apertura di una via e da quel giorno è più interessato ad aprire nuovi itinerari che a ripeterne degli altri.

corvo grigio non avrai il mio friend


6 – Le vie che hai aperto sono moltissime: le hai relazionate e pubblicate tutte o solo le più meritevoli? Dopo l’apertura fai sicuramente degli interventi di pulizia e sistemazione, quindi apri anche per il piacere che le vie vengano ripetute con soddisfazione dagli altri. Spiegaci un po'.

Le vie che abbiamo aperto (al momento 112 e solo alcune in solitaria) le ho relazionate (una parte) sulla rivista “Le Piccole Dolomiti”. Al momento circa 85 vie si possono trovare sul sito: Gruppo Rocciatori Renato Casarotto, oppure abbreviato G.R.R.C. Le restanti non le ho fatte pubblicare perché le ho ritenute o poco interessanti, o pericolose con roccia marcia o con troppa vegetazione. Sulle nostre montagne ,le Prealpi Venete Occidentali in questi ultimi decenni la vegetazione sta colonizzando le pareti, soprattutto quelle prive di verticalità. Una gran parte di questi itinerari non relazionati è rimasta chiodata su altri abbiamo lasciato solo pochi chiodi.

7 – Raccontaci la storia/tipo dell’apertura di una via, dalla scoperta della linea, alla preparazione, all’apertura vera e propri, alla sistemazione per i ripetitori.

Quando mi trovo al cospetto di una parete mi viene naturale osservare le varie linee che ritengo logiche e possibili da salire, poi mi informo se ci sono già altri itinerari presenti, chi eventualmente li ha aperti, in che anni e per dove salgono. Se la linea che ci ispira è ancora libera faccio delle foto che poi mi studio a casa con degli ingrandimenti per capire quali sezioni di parete evitare, dove traversare per raggiungere settori con roccia migliore ecc…
una volta deciso il percorso da seguire si parte per una nuova esperienza. Come materiale di solito portiamo: un saccone da recupero, una corda singola da 60m, un cordino in kevlar da 5mm sempre di 60m, (serve per recuperare il saccone e per recuperare la corda singola nelle eventuali calate), numerosi chiodi di varie forme, una serie di friends, forbice da potatura e seghetto a serramanico per farci strada tra eventuali rovi, mughi e vegetazione varia. È importante un martello pesante con una bella becca che serve per ripulire le fessure dove poi mettere i friends, per levare terra ed erba da appigli e appoggi, nelle uscite sulle cenge erbose ecc. Porto sempre un bel marsupio in vita con dentro una decina di chiodi ben assortiti comodi da scegliere.


8 – Indicaci le 5 vie che ritieni più belle, spiegandoci il perché.

Indicare 5 vie su oltre 100 è veramente difficile! Ogni itinerario è legato a una storia e ogni via per me è una piccola opera d’arte.
Bella cosa vuol dire? Bella perché offre un’arrampicata divertente o perchè ha una bella linea, che ha un’anima, o si trova in un ambiente che piace e gratifica e offre delle belle senzazioni ed emozioni, o perché è chiodata bene, o perché è alpinistica e bisogna sapersi proteggere ecc…
Se devo per forza sceglierne 5 ne nomino una per gruppo, possibilmente con delle componenti citate qui sopra. Molte altre non sono meno belle, anzi!...
Pasubio Val Sorapache: El duro del Fratòn (via alpinistica e ambiente solitario).
Pasubio Soglio Rosso: Giù la Testa (via alpinistica e di soddisfazione tra le più lunghe delle Piccole Dolomiti)
Monte Cengio- Bastionata Ovest: Tanto…Tardo? o Transito Consentito. (Vie alpinistiche con roccia solida, bella arrampicata in ambiente solitario)
Sojo dei Corvi: Corvo Grigio non avrai il mio friend. (Bella linea, roccia ottima, arrampicata divertente in ambiente appartato)
Sojo Bostel: Il richiamo di Penna Bianca. (Bella arrampicata su roccia solida, consigliata soprattutto durante i mesi invernali).

Transito consentito e La prima volta 1


9 – Pensi che ci sia ancora spazio per un’attività esplorativa di questo tipo e per linee estetiche e su buona roccia nella zona Piccole Dolomiti/Pasubio e confinanti?

Lo Spazio per un’attività esplorativa sulle nostre montagne se si ha fantasia, desiderio di cimentarsi e voglia di far fatica è ancora vasto. Ci sono pareti ancora vergini, ma per arrivarci bisogna sudare. Riferendomi alla musica, con sole sette note sono stati composti e si comporranno un’infinità di opere e di brani…rock , blues, classica…poi ognuno sceglie quel che più gli aggrada, ci vuole fantasia. In ogni caso dalle nostre parti trovare linee belle esteticamente e su roccia solida è sempre più difficile, bisogna cercare e ci vuole anche un pò di fortuna . Quando inizieranno ad esaurirsi gli spazi di roccia solida suggerisco un’alternativa: dedicarsi alle pareti con roccia friabile; da noi c’è l’imbarazzo della scelta. Saper salire sul friabile richiede ulteriori capacità e una dote che si chiama sensibilità. Immagino vie di questo tipo, con protezioni sicure e dove serve relativamente tenere le micro tacche, ma è fondamentale sapersi muovere leggeri caricando poco, tirando ancora meno e nel verso giusto. Come diceva qualcuno : la fragilità del cristallo non va intesa come difetto , ma al contrario come raffinatezza. Se poi si pensa di salire con la tecnica del Dry-tooling le pareti verticali ricoperte di zolle con erba, dalle nostre parti (Prealpi Venete Occidentali) ce n’è all’infinito.


10 - Progetti per il futuro?

Progetti sempre…vivo più di sogni che di ricordi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì, 01 Febbraio 2018 21:19

 

Montasio Nord

 

 Forni di Sopra

 

 Moiazza dal Rifugio Carestiato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì, 01 Febbraio 2018 21:19

Antelao

 

Giovedì, 01 Febbraio 2018 21:18

 

 Val di Fassa - Gruppo del Sassolungo dal Col Rodella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Val di Fassa - Gruppo del Catinaccio - Dirupi di Larsec da Sud

 

 Val di Fassa - Vigo -Torri del Vajolet

 

 Marmolada

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì, 01 Febbraio 2018 21:17

 

Val Masino - Sasso Remenno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì, 01 Febbraio 2018 21:17

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì, 01 Febbraio 2018 21:16

 

Gruppo del Monte Bianco da Punta Helbronner

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì, 01 Febbraio 2018 19:03

Rifugio Mariotti (CaiParma) - Lago Santo Parmense - 1.507 m slm

Giovedì, 01 Febbraio 2018 19:02

Meteorologia

La certezza delle previsioni meteo per chi va in montagna è fondamentale non solo per la buona riuscita di una gita ma anche per la sicurezza. Una previsione oggi per le 24 ore successive comporta indicativamente una probabilità di successo del 90%, dell'80 - 85% per i due giorni, del 75-80% per i tre giorni seguenti fino ad arrivare al sesto-settimo in cui la previsione ha una credibilità del 60-65%. I normali mezzi di diffusione dell'informazione meteo (televisioni pubbliche e private, quotidiani nazionali) forniscono, generalmente, previsioni nazionali con scarsa risoluzione spazio-temporale; esse infatti propongono informazioni al più a livello regionale. Per questi motivi è consigliabile visionare previsioni locali e di breve scadenza.

Di seguito alcuni link a siti che offrono previsioni nazionali e locali; è possibile anche consultare numerosi tipi di cartine (precipitazioni, vento etc):

Meteogiornale
3bmeteo
Meteo Aeronautica Militare

Alcuni link per visualizzare le ultime immagini Meteosat, radar e reti di Monitoraggio:

Sat24 - Animazioni immagini satellitari anche ad alta definizione
Rete di Monitoraggio dati meteo in tempo reale in Emilia Romagna

 

Bollettini Valanghe 

AINEVA

VALLE D'AOSTA

PIEMONTE

 

PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO/SUDTIROL

VENETO

FRIULI VENEZIA GIULIA

REGIONE MARCHE

 

Ecco una serie di siti meteo per le previsioni locali di varie regioni e per le previsioni nelle principali nazioni confinanti con l'Italia

Italia

Abruzzo
Abruzzo Meteo

Basilicata
Arpa Basilicata

Calabria
CRATI CONSORZIO UNIVERSITARIO
METEOROLOGIA IN CALABRIA

Campania
CAMPANIAMETEO.IT

Emilia-Romagna
A.R.P.A. EMILIA ROMAGNA
METEOPARMA

Friuli-Venezia Giulia
A.R.P.A. FRIULI VENEZIA GIULIA

Lazio
ROMAMETEO.IT

Liguria
ARPAL
CENTRO METEO LIGURE

Lombardia
A.R.P.A. LOMBARDIA
CENTRO METEOROLOGICO LOMBARDO

Marche
METEO ASSAM

Molise
MeteoMolise

Piemonte
A.R.P.A. PIEMONTE
COMUNE DI TORINO

Puglia
METEOSALENTO.IT

Sardegna
SAR

Sicilia
SIAS REGIONE SICILIA
METEOSICILIA

Toscana
LAMMA
Meteo Apuane

Trentino-Alto Adige
METEO TRENTINO 
 PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO

Umbria
UMBRIA METEO

Valle d'Aosta
REGIONE VALLE D'AOSTA

Veneto
A.R.P.A. VENETO - previsioni Veneto
A.R.P.A. VENETO - previsioni Dolomiti
A.R.P.A. VENETO - previsioni Garda

Francia

METEO FRANCE - Servizio Meteorologico Francia
Servizio meteo per le montagne francesi
Alpes Maritimes
Alpes de Haute Provence
Savoie
Haute Savoie
Isere
Corsica

Svizzera

 I.S.M. METEOSVIZZERA

 

 

Domenica, 18 Ottobre 2015 11:53

BATTISTI Ciro Vicolo Bersaglio, 26 39100 BOLZANO – BOZEN

CONFALONIERI Giorgio * Via Lega Lombarda, 2  20034 GIUSSANO (MI)

Mercoledì, 31 Gennaio 2018 20:48

 

LA MISTERIOSA VIA “PIAZ” NEL SOTTOGRUPPO DELLA VALLACCIA

Il socio Antonio Bernard, da anni alla ricerca di una misteriosa Via Piaz tracciata sulla parete del Sas da le Undesc nel Gruppo della Vallaccia, proprio sopra la casa natale di Pozza di Fassa, fornisce utili indicazioni per gli eventuali futuri ripetitori.
Una serie di coincidenze non gli ha permesso sinora di percorrere per intero l’itinerario, ma nei vari tentativi si è andata definendo sempre meglio la linea della via, che attende ora la ripetizione completa e definitiva.
Un pezzo di storia da confermare.

 


Un secolo fa, o poco più.
Sas da le Undesc. Una parete di 650 metri che domina la val di Fassa. Un forte invito per gli alpinisti dell’epoca. Si studia la possibilità di salire quelle verticali placche calcaree, ma ogni assaggio è subito respinto. La soluzione sembra non esserci. Chi può raccogliere la sfida se non il “Diavolo delle Dolomiti”, cioè Tita Piaz? Così, assieme a tre alpinisti germanici, la famosa guida fassana trova il punto debole della parete e la percorre fino in cima.
Il problema sembra risolto per le generazioni future, ma non è esattamente così.
Nei decenni successivi si sa di numerosi tentativi di ripetizione, ma nessuno di questi va a buon fine. Se per ipotesi qualcuno vi è riuscito, della qual cosa si dubita molto, non ne ha lasciato alcuna notizia. La stessa guida “Marmolada” di Pellegrinon si limita a riprendere la relazione dalla guida “Odle, Sella, Marmolada” di Castiglioni, il quale riporta semplicemente la relazione dello stesso Tita Piaz. Pellegrinon aggiunge in modo significativo che la via è “misteriosa”. A qualcuno viene addirittura il dubbio che non esista neppure! Le pubblicazioni riportano anche il tracciato sulla parete, evidentemente dedotto da un’ipotesi non verificata dello stesso Castiglioni.
Come mai la via non risulta ripetuta?
Proprio nel tracciato riportato su fotografie sta una parte della risposta al mistero: l’indicazione è totalmente errata.

Tita Piaz


Più di mezzo secolo fa, fine anni 50’.
A forza di vedere quella parete sopra casa due decidono di andarla a provare.
Così all’attacco si ritrovano un ragazzino quindicenne ( cioè il sottoscritto ) assieme al suo futuro cognato Gianfranco: il “bocia” e il “vecio”. Il “vecio” sembrava vecchio a me adolescente, ma era vecchio per modo di dire: aveva poco più di vent’anni. Corda di canapa da 40 metri. Tre o quattro chiodi. Scarponi a punta quadrata. E si va. Non si guarda neppure lo schizzo minuscolo sulla guida del Castiglioni, ma ci si muove con l’antica relazione dello stesso Piaz e, soprattutto, puntando sul fiuto personale. Fra un imprevisto e l’altro si procede. Si mette perfino un chiodo, cosa assai rara a quel tempo. Però si procede piuttosto lentamente, anche perché il percorso è tutto da trovare. Ricordo, verso metà parete, un passaggio non facile da identificare, costituito da una cengetta “a sorpresa” che si percorre da sinistra a destra e che permette di montare su di una lunga spalla spiovente. Sopra la spalla il percorso pare non presentare ostacoli particolari. Purtroppo, però, il tempo volge al peggio. Cosa fare? La prudenza ci suggerisce di tornare. Qualche breve tratto in “doppia”, più spesso arrampicando in discesa ( quali “doppie” si possono fare con una corda di 40 metri e con solo 3 o 4 chiodi, lungo quelle placconate? ).
Quel tentativo offre la quasi certezza che il tracciato indicato sulle varie pubblicazioni è sbagliato e fuorviante.
21 luglio 1977: ho la prova definitiva che il tracciato sulle foto è completamente sbagliato. In quella data, Graziano Maffei ed io decidiamo di aprire una via nuova sulla parete del Sas da le Undesc. Nella parte bassa passiamo esattamente dove le foto e gli schizzi indicano la via “Piaz”. Ma lì della via “Piaz” non c’è neanche l’ombra. Solo passaggi forse anche oltre il sesto grado. Il Diavolo delle Dolomiti non poteva essere passato di lì all’inizio del secolo. Arriviamo a toccare il bordo destro della “spalla spiovente” del mio tentativo di tanti anni prima, poi procediamo diritti fino in cima.

Antonio Bernard Baffelan

 

Agosto 2017

Sono passati altri 4 decenni. Sono passati anche i miei anni, purtroppo. Però non è passata la curiosità di mettere il naso su quella via tuttora giudicata anche dalle guide locali come “misteriosa”.
Assieme a due amici di Parma, Pietro e Matteo, ci portiamo all’attacco. Fidandomi del fatto di avere già percorso almeno metà parete sono certo di trovare il percorso giusto. Probabilmente con qualche variante arriviamo sotto il punto in cui , più di mezzo secolo fa, raggiungemmo la “spalla spiovente” sfruttando la poco visibile cengetta risolutiva.
Quella cengetta, però, non la vedo più.
O mi è calata la vista ( anche questo non è da escludere! ) oppure l’esile passaggio è franato. Infatti vedo in alto sopra di me, sulla sinistra dove mi pare di ricordare la famosa “cengetta”, una larga chiazza gialla. L’unica alternativa sarebbero due schifosi camini strapiombanti, coperti da un dito di fango e muschio. Esito. Sarà perché in tre si è più lenti che in due, sarà perché abbiamo attaccato tardi, sarà perché al giorno d’oggi si perde giustamente il tempo nel proteggersi con i chiodi e nell’attrezzare bene le soste, sarà anche ( lo ammetto ) perché non sono più di primo pelo, ma ormai stiamo facendo tardi. Se ci mettiamo a cercare a destra e a sinistra si rischia di non arrivare in cima prima di notte.
Anche questa volta si ritorna, in corda doppia però, visto che abbiamo due corde e parecchi chiodi.
Il percorso storico, però, è individuato. Tutto sta nel trovare il passaggio nel punto in cui ritengo che la sottile cengia sia franata.
Se qualcuno riesce ad arrivare alla “spalla”, la via è risolta: o si va dove dovrebbe essere la probabile via originale ( verso sinistra ), oppure la Piaz coincide, per 4 o 5 tiri, con la via diretta un po’ a destra, aperta da Maffei e dal sottoscritto nel luglio del 1977. Infatti, quel tratto della nostra via è compatibile con le difficoltà dichiarate da Piaz e superabili nel primo novecento: al massimo passaggi di quinto. Più sotto e più sopra la Maffei-Bernard è di tutt’altra difficoltà.
Se qualcuno vuole fare la probabile prima ripetizione, ecco qui le informazioni necessarie.
Io per ora non vengo. Ho deciso che ci ritornerò fra un altro mezzo secolo.

Note

Nella foto della parete allegata a questo articolo la Via Piaz è segnata con linea rossa continua. Sono segnate invece con linea rossa tratteggiata tre altre vie successive.

Per la precisione, quindi, sulla foto risultano i seguenti itinerari, da sin. a dx.:1) Via Bernard-Vigo alla Punta Salvanes ( relazionata anche da Furlani; via sufficientemente chiodata e già ripetuta ) del 1989, con variante diretta sulla sinistra ( non ripetuta )- 2) percorso molto probabile della via Piaz e compagni 1912, con la possibilità di deviare a metà sui “Diedri Nord”, almeno nel tratto centrale – 3) “Diedri Nord” di Maffei-Bernard ( com. alt.) del 29-7-1977 ( non ripetuta,parzialmente attrezzata ) 4) “Torre dell’Amicizia” , Maffei- Bernard ( com. alt.) del 29/30-7-1977 ( non ripetuta, parzialmente attrezzata).

Lunedì, 22 Gennaio 2018 20:27

 

...in cima al K2 ho vissuto un attimo dell’eternità...

In questi giorni il K2 tiene le copertine dei siti di montagna per il tentativo della prima salita invernale: è l'unico degli Ottomila non ancora salito nella stagione più fredda.

Il mitico Kurt, socio CAAI del Gruppo Centrale, così sintetizza la sua esperienza sulla seconda vetta del pianeta in un'intervista pubblicata oggi su MONTAGNA TV.

Clicca sul link per leggere il testo completo dell'intervista:

https://www.montagna.tv/cms/117854/diemberger-in-cima-al-k2-ho-vissuto-un-attimo-delleternita/

 

 

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